rivista internazionale di cultura

d'Italia

Fra dialetto e neologia

SopraNNomen Omen

Acquasantiera | Roma, Lazio

Serafica. Algida. Postura eretta. Troppo eretta. Ammantata da un atteggiamento di smaccata e noncurante consapevolezza. Aspergeva gli astanti con cristalline gocce di saggia benevolenza, come un iceberg si opponeva alle titaniche passioni dei reprobi scapestrati che di fronte a lei si agitavano come anime dannate. Acquasantiera, la pinguina dei Blues Brothers, al limite tra la santità e una sua paradossale rappresentazione. Anche il suo matrimonio, da lei minuziosamente organizzato, fu un esempio di spietata devozione. Tre ore di sfinimento per tutti! Addirittura il buon prelato si sorprese a dire: “Ma quando cazzo finisce ‘sta cerimonia?” (Ettore Galli)


Pitona | Ferrara, Emilia Romagna

Ancora in dialetto ferrarese, è la femmina del tacchino. Natura vuole che durante il calore o la fase di accoppiamento stia coricata a terra. La signora era così soprannominata dagli abitanti del suo paese perché, avendo partorito sei figli concepiti con sei padri diversi, si presupponeva che stesse spesso coricata. Da notare che la donna viene tuttora ricordata dai compaesani per la sua lena nel lavoro. Instancabile nonostante la sua scarsa fisicità, dicono fosse magra come un chiodo, è riuscita a crescere da sola sei figli che ovviamente hanno ereditato il suo soprannome: Ivo Pitone, Maria Pitona, Iva Pitona, e così via. (Stefania Chiarioni)


Pattumiera | Mentana, Lazio

Ora è la moglie di uno dei miei migliori amici. Per questo non posso dire come si chiama… Non si sa mai. Quando la conoscemmo venimmo a sapere che c’era qualcuno che la chiamava Pattumiera, perché si vociferava che, dal punto di vista sessuale, non fosse molto schizzinosa. “Aho! Quella se pija tutto de’ tutti, è na pattumiera”, disse una volta, in modo molto signorile, un tipo che diceva di conoscerla. In realtà il mio amico è stato il primo e unico ragazzo della sua vita, e credo che lei non abbia mai saputo come veniva chiamata quando era ancora una ragazza. (Fabio De Rossi)


Lutecio Orribile Visu | Roma, Lazio

Di statura normale, magro ed emaciato. Orecchie a sventola che si aggrappano al capo come paraboliche a un ripetitore. Capelli lunghi, radi e crespi, precariamente attaccati alla testa che lasciano scoperta con un vistoso oblò proprio sull’occipite. Incisivi da roditore si fanno largo fra le labbra sottili. Così, il buon Parìse. Questo è il suo cognome, complice insieme all’aspetto fisico dell’appellativo che si meritò. Una sera, giocando a SPQRisiko, si decise di inventare dei nomi assurdi per ogni “generale” belligerante. Il suo fu un fulmine a ciel sereno. Parìse… sa di Parigi. In latino è Lutetia. Lui… è bruttino a vedersi. C’eravamo! Lutecio Orribile Visu. (Ettore Galli)


Zompo | Monterotondo, Lazio

A Roma la parola salto viene spesso sostitutita col termine zompo. Carlo era un ragazzo che frequentava un istituto tecnico della periferia romana. Il soprannome Zompo gli venne dato in seguito a un episodio tanto stupido quanto potenzialmente drammatico. Era un giovedì di gennaio quando, durante un compito in classe di inglese che non sapeva fare, Carlo si alzò dal banco, andò verso la finestra, la aprì, salì sul cornicione e si buttò di sotto, volando per circa cinque metri. Un salto, anzi, uno zompo verso il cemento. Miracolosamente non andò all’altro mondo: si fece un mese di ospedale e due a casa di convalescenza. Ma alla fine dell’anno Zompo fu promosso. (Giorgio Di Gennaro)


da SopraNNomen Omen, Storie 62-63/2008

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