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LIGURIA

Non pregiudicare Cristian, Petrit e Artan: i tre albanesi

(Sara Maggi) – Avevo circa sedici anni quando i tre albanesi si trasferirono nel nostro piccolo paese dell’entroterra ligure. Tre ragazzi, completamente diversi tra loro ma ugualmente brutti: Cristian, Petrit, Artan.

Alla messa di una domenica di maggio avevano fatto la loro prima apparizione vestiti in maniera esageratamente elegante e con i capelli impomatati di gel. Si erano infilati nell’ultimo banco e non avevano distolto gli occhi dall’altare per tutta la durata della funzione. Avevano aspettato che uscissero tutti, prima di alzarsi e venir fuori. Mi erano passati davanti mentre io e la mia amica ci mettevamo d’accordo per vederci nel pomeriggio, un onda pungente ci aveva travolte: il profumo rancido che si spruzzano gli albanesi. fiat 127Io e la mia amica ci eravamo tappate il naso con la mano.

Durante la messa il parroco aveva dedicato ai tre stranieri una manciata di parole di benvenuto, ma aveva soprattutto esortato i fedeli ad accoglierli con benevolenza e ad agevolare il loro inserimento nella nuova comunità. Prima degli albanesi erano già arrivati un paio di nigeriani alti e secchi, neri come la pece: i primi extracomunitari mai visti in paese. In poco tempo avevano trovato lavoro nella fabbrica di legname, ma in tre anni non avevano instaurato legami di amicizia con nessuno degli abitanti. Preferivano riunirsi nel fine settimana con i loro connazionali sparsi qua e là nella provincia. Mio fratello sosteneva che erano loro a non volersi mescolare e che si parlava di razzismo con troppa facilità quando invece la riluttanza stava dall’altra parte.

“Razzisti sono loro, non certo noi che gli abbiamo dato una casa, un lavoro e li salutiamo pure se li incrociamo per strada!”

All’epoca trovavo giuste quelle parole: i due neri dovevano muoversi verso di noi, non il contrario. Il modo di pensare non era cambiato quando arrivarono i tre albanesi, anzi, quello che tre anni prima di fronte ai due spilungoni ossuti e sudati poteva ancora essere scambiato per diffidenza, si era trasformato definitivamente in razzismo.

Africani sporchi e affamati approdavano nelle coste italiane sempre più frequentemente, venivano mostrati nei telegiornali stanchi e ammassati come sacchi, ma sempre con in mano un pacchetto di Marlboro. Poi avevano incominciato ad arrivare “gli Albanesi”, anche loro ripresi spesso con la sigaretta in bocca e lo sguardo beffardo, di chi vuole sfidare un popolo anziché guadagnarne il favore. Sempre più frequentemente si leggeva di stupri, risse, furti commessi da questi stranieri feroci e arroganti. Gli extracomunitari erano tutti indistintamente cattivi.

I tre albanesi avevano preso a frequentare il bar del paese, si sedevano sempre allo stesso tavolino e bevevano birra. A volte si ubriacavano e se ne andavano solo quando il barista gli diceva che doveva chiudere. Non tentavano l’approccio con nessuno, esattamente come i nigeriani, con la differenza che questi ultimi non venivano al bar e non bevevano. Tutti e tre avevano trovato lavoro come muratori e la mattina partivano presto sulla loro vecchia FIAT 127 rossa. Mi passavano davanti mentre aspettavo l’autobus per andare a scuola e mi guardavano, io abbassavo lo sguardo per non incontrare il loro ma percepivo ugualmente il peso di quelle occhiate insistenti.  In casa non ne parlavo per non fomentare strane idee nelle teste già abbastanza calde di mio fratello e mio padre, ma anche per non sentire le ramanzine di mia madre che da buona cristiana predicava umanità e tolleranza. Facevo fatica a stare dietro ai suoi ragionamenti, mi veniva più naturale assecondare il fastidio che provavo ogni volta che vedevo quei ragazzi aggirarsi per il paese. Brutti, malvestiti e con un taglio di capelli orribile.

Una tiepida sera d’estate si verificò l’episodio che ancora oggi ricordo con amarezza e che ha insinuato nella mia coscienza un senso di colpa pronto a riemerge ogni volta che ho a che fare con delle persone straniere.

I tre albanesi erano seduti a un tavolino fuori dal solito bar, avevano già collezionato un discreto numero di bottigliette di birra e il tono delle loro voci si era fatto più acuto. Parole incomprensibili, dal suono ridicolo, bucavano l’aria e arrivavano al muretto dove eravamo sedute io e le mie amiche. Ci facevano ridere quegli ometti, con i capelli impomatati all’indietro e i sandali che lasciavano scoperti dei piedi bianchissimi. E poi continuavano a bere: sapevano fare solo quello.

“Che sfigati!”, li guardavamo con una pena più vicina al disprezzo che alla pietà.

Quando all’improvviso si alzarono per venirci incontro il mio cuore prese a battere veloce come un martello pneumatico, non sapevo dove piantare gli occhi. Si fermarono proprio di fronte a noi e ci salutarono abbozzando sorrisi timidi e ubriachi.

“Ciao” rispondemmo noi in coro, seccate dalla loro vicinanza e dal loro profumo aspro.

Poi ci chiesero i nostri nomi e si presentarono tendendoci la mano, tre mani tremolanti sospese nell’aria in attesa di essere strette. Fu un contatto rapido, un gesto dettato dall’educazione e forse anche un po’ dalla paura. Dopo alcuni istanti di imbarazzante silenzio uno dei tre, Cristian, mi chiese se poteva parlarmi e a me si gelò il sangue. Con poche parole, pronunciate in un italiano stentato, mi domandò se volevo diventare la sua ragazza, mi disse che mi aveva notata fin dal primo giorno, quella domenica di maggio in chiesa, e che non poteva continuare a tenersi dentro questo sentimento. Io rimasi sbigottita, mai mi sarei aspettata una simile dichiarazione. Non concepivo che un ragazzo così malconcio si illudesse che una come me potesse trovarlo interessante. E in più era albanese. Gli risposi stizzita che avevo già un ragazzo, che era a fare il militare in Puglia ma che a breve si sarebbe congedato.

I tre ritornarono al bar e ripresero a bere, a parlare ad alta voce, a ridere sguaiatamente. Poi iniziarono a buttare per terra le bottiglie vuote, a prendere a calci i cestini pieni di spazzatura. Insieme al barista intervennero in tre a fermarli, ad intimare loro di smetterla di fare cagnara e di andarsene a casa. Per poco la serata non finì con una rissa della quale mi sarei sentita in parte responsabile. Qualche giorno dopo la ragazza che aiutava al bar mi riferì che quella sera stavano festeggiando il ventiduesimo compleanno di Cristian.

Io con i miei sedici anni non avevo ancora imparato a riconoscere la solitudine e la disperazione, né ad intuire quanto potesse risultare faticoso introdursi in una comunità chiusa e velatamente ostile. A distanza di venti anni mi scontro con persone ancora convinte che gli stranieri andrebbero rispediti a casa a calci nel sedere: mamme arrabbiate perché i parchi sono affollati di bambini marocchini o rumeni, giovani incarogniti perché devono condividere i pochi posti di lavoro con questi intrusi, padri che temono per l’incolumità delle proprie figlie.

A distanza di venti anni provo vergogna al ricordo della sciocca ragazza che sono stata e mi sento a disagio ogni volta che fuori dalla scuola mi ritrovo vicino Cristian che aspetta suo figlio Andrea. Il destino ha voluto che sia io che Cristian ci trasferissimo nella stessa città sul mare. Andrea frequenta la prima elementare insieme alla mia Anna e quando escono spesso si tengono per mano. Cristian mi sorride, non so se mi ha riconosciuta, ma io vorrei chiedergli scusa. Per ora non ho ancora trovato il coraggio.

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