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L’irriducibile rito dei Vattienti a Nocera Terinese: i retroscena inediti di un evento secolare

(Maria Clausi) – Ogni anno a Nocera Terinese, un paesino nella provincia di Catanzaro, a pochi chilometri dalla costa tirrenica, la sera del Venerdì Santo e il Sabato Santo si svolge il rito dei nocera-terinese“Vattienti”.

Secondo una tesi minoritaria questa tradizione affonderebbe le sue radici in una cerimonia di origine antichissima, praticata dai Frigi nell’Asia Minore e dedicata a una divinità chiamata Attis, la cui finalità era quella di rendere feconda la terra.
Secondo il pensiero dei più, invece, il rito dei Vattienti trae la sua origine dalla pratica dell’autoflagellazione che si diffuse a partire dal Medioevo e che ebbe essenzialmente una funzione religiosa, ossia una funzione di penitenza e di espiazione dei peccati.

All’inizio l’autoflagellazione fu praticata dai monaci soltanto all’interno dei conventi, ma in seguito anche all’esterno e progressivamente vide il coinvolgimento del popolo. Col tempo, poi, divenne non solo uno strumento per espiare i peccati, ma pure un modo per ottenere il favore di Dio e allontanare le calamità e le guerre.
Qualunque sia la sua origine, è cosa certa che il rito dei Vattienti che si svolge a Nocera abbia il fine di celebrare la flagellazione e la morte che Cristo subì per offrire a tutti la resurrezione.

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“Il vattiente indossa una maglia nera e un pantalone corto, rimboccato in modo da lasciare libere le cosce, nonché un copricapo, anche esso nero, sul quale viene posta la corona di spine fatta di ‘sparacogna’ (asparago selvatico). L’Ecce Homo indossa, invece, un panno rosso che, lasciando scoperto il petto, dalla vita scende sino alle caviglie. Anche egli porta una corona in testa fatta di ramoscelli di un arbusto dalle spine lunghe e aguzze chiamato ‘spina santa’”

V. C., che pratica il rito da 11 anni e che proviene da una famiglia in cui vi sono stati molti Vattienti, spiega che Cristo viene “rappresentato da due persone”: il Cristo flagellato, ricoperto di piaghe e sangue, è rappresentato dal Vattiente, mentre il Cristo che, dopo la flagellazione, viene portato da Pilato dinanzi al popolo per essere giudicato, è rappresentato dall’Ecce Homo (in dialetto detto Acciomu). Espressione della unicità della rappresentazione della figura di Cristo è la cordicella con la quale l’Ecce Homo è legato al vattiente.

Il vattiente, continua V. C., indossa una maglia nera e un pantalone corto, rimboccato in modo da lasciare libere le cosce, nonché un copricapo, anche esso nero, sul quale viene posta la corona di spine fatta di “sparacogna” (asparago selvatico).
L’Ecce Homo indossa, invece, un panno rosso che, lasciando scoperto il petto, dalla vita scende sino alle caviglie. Anche egli porta una corona in testa fatta di ramoscelli di un arbusto dalle spine lunghe e aguzze chiamato “spina santa”.

L’Ecce Homo impugna una croce che, come racconta ancora V. C., in passato era fatta da due canne mentre oggi viene realizzata con due stecche di legno rivestite con del nastro rosso. Dopo il rivestimento, alcune strisce del nastro vengono lasciate pendere dalla parte superiore della croce, come delle frange: esse, spiega V. C., simboleggiano il sangue di Cristo che scorre dalle piaghe. Dopo essersi vestito, il vattiente immerge le mani in un pentolone dove è stata messa a bollire acqua con rosmarino e con tale infuso lava le cosce e i polpacci. Lo stesso infuso viene utilizzato anche alla fine della flagellazione perché, avendo un alto contenuto di tannino, “cauterizza” rapidamente le ferite.

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“Di particolare impatto emotivo è ‘l’incontro’ dei penitenti con la Statua della Pietà, che i noceresi definiscono ‘Madonna Addolorata’: una bellissima scultura lignea che si fa risalire al 1300. Dinnanzi a Essa il vattiente si inginocchia, prega, si autoflagella e scioglie o rinnova il voto fatto”

Gli strumenti utilizzati dal vattiente sono la rosa e il cardo che, a più riprese, con
particolare veemenza e scrupolosa attenzione, vengono “battuti” sulle cosce e sulle gambe. La rosa è un disco di sughero del diametro di dieci centimetri circa e dello spessore di tre, levigato su una faccia: serve ad ammortizzare le parti delle cosce e delle gambe che subiscono l’autoflagellazione e a ripulirle dal sangue che ne fuoriesce di
continuo copiosamente.
Il cardo, anche esso fatto di sughero, ha le stesse dimensioni della rosa, ma su una faccia vi sono infisse tredici schegge di vetro, dette “lanze”, tenute salde alla radice da una mistura di cere vergini che ne lascia scoperte le punte acuminate di circa tre millimetri.
Queste 13 “lanze” simboleggiano Cristo e i suoi dodici Apostoli, Giuda compreso.
La scheggia acuminata che rappresenta quest’ultimo è leggermente più sporgente
rispetto alle altre per penetrare di più nelle carni, evocando in tal modo il “tradimento”.

Di particolare impatto emotivo è “l’incontro” dei penitenti con la Statua della Pietà, che i noceresi definiscono “Madonna Addolorata”: una bellissima scultura lignea che si fa risalire al 1300. Dinnanzi a Essa il vattiente si inginocchia, prega, si autoflagella e scioglie o rinnova il voto fatto.
Il vattiente e l’Ecce Homo, che percorrono correndo tutto il tragitto che viene compiuto dalla Madonna durante la processione, sono, a loro volta, seguiti da un terzo uomo che di tanto in tanto versa del vino sulle ferite del vattiente allo scopo di disinfettarle.

Afferma V. C. che nel corso della processione tutti i noceresi “sentono” la Madonna come una presenza viva e reale che regna sul paese. A dimostrazione di ciò, narra ancora V. C., da lungo tempo a Nocera si racconta di un uomo che quando vide la “Addolorata” scendere da una delle vie della processione, trasportata sulle spalle dai portantini e seguita da una folla di fedeli, cominciò ad imprecare contro di lei e in quel preciso istante perse la vista.

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“Nel corso della processione tutti i noceresi ‘sentono’ la Madonna come una presenza viva e reale che regna sul paese. A dimostrazione di ciò da lungo tempo a Nocera si racconta di un uomo che quando vide la ‘Addolorata’ scendere da una delle vie della processione, trasportata sulle spalle dai portantini e seguita da una folla di fedeli, cominciò ad imprecare contro di lei e in quel preciso istante perse la vista”

Interrogato sulle motivazioni che lo spingono a praticare questo rito, V. C. risponde che vi è la profonda convinzione da parte di ogni vattiente che rivelare la ragione di questa scelta sia un anatema. Per i vattienti, aggiunge, la scelta nasce dal bisogno di chiedere una grazia e spesso segue un evento importante accaduto nel corso dell’esistenza.

“Si tratta di un’esigenza così forte che chi ha cominciato a praticare il rito lo osserva fino a quando le forze glielo consentono”. A tal proposito V. C. racconta di un uomo, Carlo Lento, che si autoflagellò fino all’età di novanta anni: “poiché, però, non aveva più la forza di compiere tutto il percorso seguito dalla processione, si autoflagellava dinanzi alla propria abitazione all’arrivo della Statua della ‘Addolorata’”.
Quest’uomo, narra ancora V. C. con evidente commozione, “osservò il rito anche mentre sua figlia, morta il martedì santo, giaceva in casa dentro la bara”.

A Nocera, in passato, vi era l’usanza di non celebrare funerali durante la settimana santa e di vegliare sui morti sino alla fine delle celebrazioni pasquali.
Il rito dei vattienti non è importante solo per chi lo pratica, ma per tutta la popolazione nocerese che vi assiste ogni anno sempre con la stessa partecipazione e lo stesso entusiasmo.


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– (Un particolare ringraziamento a V. C. per l’intervista concessa e a Salvatore Filandro per il materiale informativo)

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