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SOCIETÀ

L’inquilina di un altro piano: considerazioni autobiografiche sul peso delle parole (e dei portinai)

(Maria Sardella) – Rifletto molto su ciò che mi accade. Dicono che invecchiando io debba guardare al mondo come un portinaio guarda al suo condominio. Distacco e cinismo. Al massimo qualche frase fatta: d’altronde, oggi come oggi, da che mondo è mondo. Un portinaio (espungo la portinaia e me ne fotto del politically correct ) dotato di sopracciglio eloquente per accompagnare le parole con la gestualità e la mimica richieste. A me accade il contrario. Esattamente il contrario. Maledettamente il contrario. Aumenta con gli anni la mia partecipazione al tutto, al formicolio che nel condominio crepita, arde, si propaga. Potrei andare al giardinetto con occhiali e Settimana Enigmistica, ma non mi riesce. E se qualcuno mi invita a discutere, non me lo faccio dire due volte.

portineria

“La portinaia che è in me direbbe che ‘sto mondo va guardato, nutrito, elevato. Adeguarsi al facile, al più semplice, infine al peggio è stato il motivo per cui molti figli escono da scuola più asini di quanto lo fossero prima di frequentarla”

Fossi stata portinaia, sarei stata una portinaia ciarliera, impicciona, attenta, e anche disponibile a offrire un caffè al signore tignoso del terzo piano, un fazzoletto di carta alla ragazzina, ultimo piano, che torna in lacrime dal suo appuntamento, una ciotola d’acqua per il cane dell’inquilino del seminterrato, che impone agli altri inquilini l’abbaiare notturno alla luna, alle stelle, alle galassie. Ma quanto abbaiano i cani! Potrebbero essere dei buoni portinai, loro; esattamente come me.

Insomma il brulichio dell’esistenza mi attrae come una calamita. Allora inzeppo i miei giorni di esperienze che non mi insegnano granché se non la conferma della mia sete inestinguibile. Io partecipo: dire un “no, grazie” proprio non mi viene. A volte dovrei negarmi: io sono irritante, fuori del gregge, io non applaudo facilmente, non mi sdilinquisco facilmente in cuoricini e baciotti. Se lo spettacolo non mi aggrada, fischio. Un diritto inderogabile dello spettatore. Se tu reciti da cane (ossessione canina), io ho il diritto di spernacchiarti. Io parlo con le mie parole: difficili, complicate, fuori tema, ossessionate da cifre interpretative anacronistiche, riduttive, saccenti. Sarei un riccio senza eleganza, ispida come una salsola che rotola nei polveroni. Ma quando mai le portinaie, eleganti! Non corrisponde al cliché del condominio e dei suoi custodi che pare siano in estinzione dopo la diffusione di quei tastierini videocontrollati: se vuoi entrare, ti serve il codice; talvolta il videocitofono è doppio, lo si ritrova nell’interno all’atrio. Il condominio è barricato, e il portinaio si estinguerà per lasciare il posto al surrogato tecnologico.

Dicevo, le mie parole. Usare le parole è impresa ardua, non puoi mica sbottare (come mi capita sovente) e dire tutto quello che ti passa per la testa! C’è chi ascolta. Il portinaio si trova davanti il quieto, l’intelligente, il prudente, il sornione, l’entusiasta, lo sprovveduto e altre maschere del teatro della vita (ognuno provveda a volgere al femminile, se mai ne avesse voglia). Quindi disciplina, esercizio, rigore. Una vita passata a temperare matite e a consumare gomme da cancellare. Un lavoro di scavo, di cernita, di elisioni e prestiti (linguistici of course), sbirciatine sui dizionari ufficiali, sugli elzeviri delle terze pagine, sui giornaletti rosé ed osé, sui depliant pubblicitari, ché, come dice Aldo Busi, chi sa parlare può e deve usare tutta la gamma offerta dal mezzo linguistico. Parlare di mignotte e madonne, per intenderci, senza censure. E se il termine fica disturba, cazzi altrui! Passare da un linguaggio puro ed eletto a quello da trivio. Non c’è vergogna nelle parole forti se c’è una motivazione significante. Epperò le mie parole disturbano. Corre voce che addirittura lascino sul terreno, al loro passaggio, morti ammazzati. Parole originate da alcune mie paranoie ossessive. Scorre il sangue, e mi preoccupo.

E mi rammarico.

portiere

La figura ricorrente e controversa del portiere (o della portinaia) intesa anche come crocevia di relazioni formali, allusive e pure talvolta espansive ha affascinato la letteratura. Specie quella francese: da Balzac a Simenon fino al più recente “L’eleganza del riccio” di Muriel Barbery per non parlare del libro che ha reso come immortale questa figura, ovvero “I misteri di Parigi” di Eugene Sue, un classico feuilleton che fu pubblicato a puntate sul Journal des Débats tra il 1842 e il ’43. La “gran professione del custode di caseggiato”, come Sue scriveva, servì a celebrare Alfred Pipelet e sua moglie Anastasie, portinai al numero 8 della Chausée d’Antin, nel centro storico parigino. Anche al cinema i francesi hanno raccontato di portieri e “portierati” come ad esempio il protagonista disincantato di “Piccole crepe, grossi guai” di Pierre Salvadori. A noi non resta che il ricordo fulgido del Totò de “La banda degli onesti” e non sfiguriamo di certo

Ecco: se fossi una portinaia, io non potrei che parlare con tutti i mezzi a mia disposizione, che sono davvero ridotti, miseri, da portinaia appunto. Nulla potrebbe rendere le mie parole più blande, più accessibili, più fruibili dal quieto, dall’intelligente, dal prudente, dal sornione, dall’entusiasta e, perché no, anche dallo sprovveduto. E anche dal cane a cui non nego mai la ciotola d’acqua. Io offro quello che ho perché nella mia mente stereotipata tutta la variabile archetipica umana, a cui prima facevo riferimento, è della mia stessa pasta. E se così non pensassi, farei un’offesa a tutti i miei condomini.

E se fossi una portinaia, penserei di avere il dovere di usarle bene le parole come atto democratico, come riconoscimento che tutti i condomini sono alla mia bassezza/altezza. E se qualcuno di loro non sa dove sia la chiave comune dei contatori elettrici, imparerà che è lì, al suo posto, nell’armadietto dell’ingresso. E imparerà che usarla è un gioco da bambini. Però curiosi. Non posso trattare nessuno di loro da scemo, scendendo a un livello inferiore, usando un lessico che non sia il mio. E poi le cose hanno il loro nome, perlapeppasanta, non si può mica barare e chiamare bicchiere una caraffa.

La portinaia che è in me direbbe che ‘sto mondo va guardato, nutrito, elevato. Adeguarsi al facile, al più semplice, infine al peggio è stato il motivo per cui molti figli escono da scuola più asini di quanto lo fossero prima di frequentarla. Non c’è il dovere di rendersi appetibili. Chi ha fame, scava e mangia; anche le radici, se è necessario. Si porterà le mani piene di fango alla bocca e ne assaporerà  i sentori del ferro, della merda; e come dessert, masticherà i petali fragranti di una rosa damascena, scoprendo i segreti vellutati della matrice dell’essere e dell’esistere. Residuo dentale interstiziale.

E siccome non sono né, credo, sarò mai una portinaia (sono condomina, in duplex tra secondo e terzo piano), mi piacerebbe molto se il mio portinaio mi suggerisse addirittura di leggere e di leggere sempre con altri occhi. E di non preoccuparmi affatto del quieto, dell’intelligente, del prudente, del sornione, dell’entusiasta e tantomeno dello sprovveduto. Giacché nella mia percezione loro sono tutti esattamente come me nei diversi momenti della vita. Io sono gli altri e negli altri, esattamente come loro, e dovrò imparare anch’io dov’è il maledetto interruttore della corrente elettrica. Nell’armadietto dell’ingresso comune.

E solo Franco Fortini potrebbe arrogarsi il diritto di dire: “Non parlo a tutti. Parlo a chi ha una certa idea del mondo e della vita e un certo lavoro in esso e una certa lotta in esso e in sé”.*


* Lo scrisse in “Questioni di frontiera. Scritti di politica e di letteratura 1965-1977” (Einaudi, franco-fortini1977) e in “Perché è difficile scrivere in chiaro”, un articolo pubblicato da Il Corriere della Sera l’11 luglio 1977. L’articolo suscitò un vivace dibattito e Il Corriere pubblicò delle repliche saporite: il 15 luglio Goffredo Parise (“Perché è facile scrivere chiaro”), il 23 luglio Piero Chiara (“Gli intellettuali malati di ‘superlinguaggio'”), il 24 luglio Renato Guttuso (“Scrivere in chiaro per non rimanere soli”), il 3 agosto Ferdinando Camon (“Non sempre chiarezza e democrazia sono sorelle”).

 

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