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TOSCANA

Le bombe su Pistoia e il Ministro Plenipotenziario del Siam

(Pier Paolo Vaccari) – Il primo bombardamento su Pistoia fu per me tremendamente impressionante. Anzitutto perché si trattava della mia prima esperienza del genere in assoluto, poi perché fu di notte; e infine perché ero solo un ragazzino di undici anni.

I nostri genitori ci avevano insegnato la sera, prima di andare a letto, a mettere i vestiti in ordine sulla seggiola, in modo da vestirsi il più rapidamente possibile se ce ne fosse stato bisogno; cosa che facevo ogni sera con scrupolo ripassando mentalmente i movimenti da fare. Così quella notte era un bel po’ che si sentiva un rumore di fondo continuo, che nel sonno mi sembrava il passaggio di una fila interminabile di camion militari sotto le finestre del nostro villino, al numero 5 di via Valdibrana, oggi dello Specchio.

Invece erano gli aerei. Io e la mamma ci vestimmo per primi e scendemmo al piano terra. Ciò che notai immediatamente fu la lunetta di vetro del portone d’ingresso tutta illuminata dall’esterno di una luce rossastra. Non sapendo cosa fosse pensai che avesse preso fuoco la palma nel giardino. “Guarda mamma, la palma brucia!”.

pistoia-lapideCominciarono i primi tonfi che lo zio, la zia, Donato e i gemelli non erano ancora scesi; ma a sentire quei rumori si precipitarono per le scale, incalzati anche da noi. Aprimmo la porta sul retro: il giardino era illuminato a giorno. In modo innaturale, assurdo; ne fummo respinti, poi ci facemmo coraggio e uscimmo nella luce senza saper cosa fare. Correndo si arrivò in fondo al vialetto, dove ci sdraiammo per terra; curiosamente lo zio e la sua famiglia sul lato destro, io e la mamma sul lato sinistro del vialetto. Lì sdraiati ed esposti vivemmo tutto il bombardamento, mentre io, che avevo perso a quel punto ogni controllo, mi misi a pregare a voce alta la Madonna che non mi togliesse la mamma, visto che ero già senza babbo. Ripensando alla qual cosa in seguito non potevo fare a meno di provare un notevole imbarazzo.

Il secondo bombardamento ci prese invece di giorno: quando suonò la sirena si era a tavola, questa volta un po’ più rodati, per così dire. Già da tempo in famiglia si erano formati due schieramenti: uno, al quale si aderiva senza riserve io e mia madre, era che al suono della sirena d’allarme si dovesse raggiungere il rifugio il più rapidamente possibile; l’altro, più emotivo e irrazionale, era capeggiato dalla zia Margherita, che ripeteva che “lei non voleva fare la morte del topo” e nel rifugio non ci voleva andare.

Così, quel giorno, mentre io e mia madre scappammo come sempre nel rifugio, la famiglia dello zio si disperse nei campi dietro casa, acquattati in un fosso. Andò bene a tutti, ma per miracolo.

Una parola intanto su quel rifugio. I bastioni della cinta muraria antica di Pistoia, nel tratto che va da via Porta al Borgo in discesa verso l’inizio dell’allora viale Malta, passavano non distante dalla nostra casa. I costruttori antichi di quei bastioni avevano lasciato al loro interno un camminamento con volta a botte, le cui pareti, nel corso dei secoli, erano divenute, per lo stillicidio dell’acqua calcarea, straordinariamente bianche e lucide. Qualcuno, ricordandosi di quel passaggio, l’aveva trasformato in rifugio, praticando degli accessi e portandovi la luce elettrica. Chi se ne ricorderà ora? Tutto sarà tornato al suo tombale silenzio.

Allora no, l’affollamento era pazzesco: facemmo appena in tempo a entrare e fare qualche metro nella calca, che mi ritrovai sbattuto per terra da uno scoppio spaventoso e vicinissimo, immersi nel buio e soffocando per quella polvere, che soltanto chi l’ha respirata la conosce. Solo dopo ci fu chiaro cos’era successo. Un grappolo di bombe proprio vicino all’ingresso del rifugio, in linea d’aria a pochi metri da noi, aveva profondamente scalzato le vecchie mura. Certamente ci furono morti e feriti.

Anche nei campi naturalmente la cosa non era andata liscia; lo spostamento d’aria aveva strappato di dosso la pelliccia alla zia Margherita, tutta stravolta e piangente. Feriti anche lì. Tornammo a casa frastornati; i vetri tutti rotti e la minestra fredda e piena di polvere nei piatti. Ma un villino vicino, dove abitava una nostra piccola amica, che si chiamava Maria Teresa, non c’era più. Al suo posto una grande buca conica. Fu allora che lo zio Gildo si convinse a cercare una casa fuori città; ma di bombardamenti di quella entità a Pistoia mi pare non ce ne siano stati più.

La città rimase a lungo con le sue ferite in mostra: un palazzo qua, un isolato più in là, cumuli di macerie, che a un certo momento divennero elementi stabili del paesaggio, configurazioni con una propria fisionomia e carattere. E le saracinesche dei negozi tutte gonfie e bombate all’infuori, anche a distanza notevole dalle distruzioni, per lo spostamento d’aria, che provoca un abbassamento violento della pressione esterna, facendo prevalere quella interna; e che costituiscono un aspetto tipico delle città bombardate, certamente ignoto a chi non ha vissuto quell’esperienza.

Mi pare si chiamasse Bertino, e aveva un fratello più piccolo di cui non ricordo il nome. Mio cugino Donato, che è rimasto tutta la vita a Pistoia, un giorno inopinatamente me lo presentò, che eravamo già anziani; erano i figlioli del contadino della Villa De’ Rossi, a Candeglia, dove eravamo andati ad abitare (sfollati, come si diceva). La loro casa si trovava dietro la villa, e il gradino di pietra della loro porta fu il più frequentato punto di ritrovo di noi ragazzi, oltre che tavolo da gioco, in particolare di “pinnacolo”.

C’era nella villa anche la famiglia del dottor Pasquali, dentista, il cui figlio, affetto da un grave handicap motorio, divenne subito nostro amico e nei confronti del quale, fra alti e bassi, ci sembrò tuttavia sempre di essere fraterni e comprensivi. Tutti personaggi assolutamente reali, ma così lontani da apparire oggi immaginari. Come la figura eccezionalmente seducente della Paola, la figlia dei padroni di casa, di pochi anni più grande di noi, ma ormai proiettata in un mondo che ci escludeva drasticamente. L’unica volta che ci fu concessa una qualche “vicinanza” si verificò quando fummo invitati, certo per tornaconto, ad accompagnarla, lei e un suo amico, a fare il bagno nella Bure, il torrente sottostante, ricco di “bozzi” dove l’acqua era profonda, fredda e limpidissima. La sua figura inguainata nel costume aderente ci anticipava le emozioni che avremmo provato in seguito per Esther Williams nel film “Bellezze al bagno”; quando anche il poeta scriveva: “… Estherina, i tuoi vent’anni ti minacciano… attenta ora alla forca del pescatore di frodo…“ e la forca era proprio l’arnese col quale anche noi provammo qualche volta, con ben scarso successo, ad infilzare dei ghiozzi nella Bure, con la tecnica di alzare il sasso e aspettare che l’acqua si schiarisca.

Tutto era dipeso dal fatto che mio zio, Gildo Rubino, funzionario della Prefettura, aveva avuto per l’appunto l’incarico di trovare le case da requisire per gli sfollati. Comprensibile ch’egli pensasse anche alla propria famiglia, rivolgendosi ai proprietari di una bella villa che, per la splendida posizione panoramica, avrebbe in seguito attirato l’interesse dei tedeschi prima e degli alleati dopo, che vi installarono i propri comandi.

Il Conte De’ Rossi, figura raffinata e cortese, un po’ alla Sergio Tofano, era stato Ministro Plenipotenziario nel Siam, titolo che per il suo fascino esotico si impresse stabilmente nella nostra immaginazione. Soprattutto dopo che, in un raro momento di confidenza, egli ci ebbe introdotto, noi ragazzi, in un suo studio colmo di oggetti ricordo e armi orientali, a cominciare dai famosi kriss malesi dalla lama fiammeggiante, che tanto posto occupavano nella nostra cultura salgariana;  e accompagnando poi la visita con straordinari ricordi di caccia alla tigre sull’elefante, a cui aveva partecipato personalmente. Molto riservato, aveva l’aria di accettare con rassegnazione non priva di stile le obbligazioni che gli venivano da una situazione generale nei confronti della quale si sentiva evidentemente estraneo e contrario.

A volte si incontravano, lui e lo zio, e cominciavano a discutere camminando davanti alla villa. Completamente assorbiti dai discorsi percorrevano non si sa quante volte avanti e indietro a passo svelto lo spazio antistante la lunga facciata, accompagnando le parole con gesti garbati ma concitati, mentre noi si stava rispettosamente a guardare, senza minimamente afferrare il senso di quel che dicevano, pur intuendo nello zio una cauta difesa della politica governativa e nel Conte De Rossi un’altrettanto cauta posizione contraria. Per così dire ci rubavano la scena, perché in ogni altro momento della giornata il giardino era esclusivamente e completamente nostro; di noi ragazzi un po’ più grandi e dei gemelli di quattr’anni, belli e pieni di vita com’erano.

La nota dominante di questa villa era la presenza antistante di un albero “deodara” gigantesco, plurisecolare, col tronco che occorrevano diverse persone per abbracciarlo, e i rami più bassi facilmente scalabili da noi ragazzi, con l’eccezione ovviamente di Roberto Pasquali.

Eravamo particolarmente orgogliosi di quell’albero, come del resto della villa, che una fortuita combinazione di eventi ci aveva dato la straordinaria chance di abitare. In una “cronaca” di allora raccontavo il momento del trasloco, con il carro delle masserizie avanti e io che ero il ragazzino più grande dietro sulla bicicletta.

Incredibilmente, considerata la relativa vicinanza, non ho mai più in seguito visitato quei luoghi; e farei oggi fatica a ritrovarli, e certamente a riconoscerli. Ricordo benissimo la “prima volta”, la visita di presentazione per così dire, quando conoscemmo il personaggio forse più importante, certo il più colorito, della famiglia De’ Rossi, la signora Jennì, francese, moglie del conte, di un’esuberanza accattivante tipicamente francese, appunto. Molto più seria, e quasi ingrugnata, la magrissima e anziana sorella del conte, Tecla se non sbaglio, che l’accompagnava con la sigaretta accesa fra le labbra, cosa allora inconsueta nel nostro ambiente e che io feci subito notare all’orecchio della mamma, talché quella se ne accorse e sorridendo mi colse in fallo.

La signora Jennì aveva un piccolo cane volpino, antipatico come tutti i volpini, di nome Pallino, che però lei adorava e chiamava in continuazione con voce acutissima abbreviandone il nome alla francese: Palì…Palì…Palì…Palì… in un crescendo così incredibilmente rapido da divenire presto leggendario.

Tutti i giorni a mezzogiorno venivano a bombardare il ponte ferroviario delle Svolte, che si vedeva in lontananza da casa nostra, senza mai prenderlo. Facevano prima un giro sopra di noi e poi andavano verso il ponte; e tutti i giorni a mezzogiorno, con un rituale assolutamente ridicolo io e mia madre da soli andavamo a nasconderci dentro una siepe del giardino, finché non era passato. Davanti a noi, un po’ più in basso, si vedevano i tetti della villa Rospigliosi, anch’essa in mano ai tedeschi. È in quella villa, o meglio nelle sue adiacenze, che i tedeschi a un certo punto cominciarono a far confluire una gran quantità di asini. Per che farne non so e poi perché proprio asini? Fatto sta che erano tantissimi e quando uno cominciava a ragliare poco a poco ragliavano tutti quanti in un concerto globale.

Quanto tempo siamo stati alla villa De’ Rossi non saprei, anche perché il tempo aveva per me, non solo allora, una durata affatto personale; so solo che ho rubato l’uva, i fichi e le ciliegie. C’era un ciliegio strettamente riservato al Conte; e mentre io stavo cogliendo un giorno proprio quelle ciliegie vedo la testa del conte passare sopra una siepe. Pianto lì tutto e scappo via; pochi minuti dopo mentre stavo seduto su una panchina ti vedo il Conte apparire vicino a me e mostrarmi una manciata di quelle ciliegie, che aveva raccattato, offrendomi di mangiarle. L’odiai per questo, ma forse era solo cortesia.

Il comando tedesco era tutto un viavai di moto che sgommavano sui vialetti; avevano addirittura installato una cucina da campo in giardino e facevano un gran puzzo, sporco e confusione; un tenente appena arrivato si mise a sparare con la pistola agli uccelli, creando vivo allarme e una protesta dei padroni della villa per la presenza di bambini in giardino. Si cominciarono in quel periodo a fare delle chiacchiere intorno alla Paola e a un certo ufficiale tedesco.

Ci avevano preso tutte le belle stanze sul davanti a pianterreno, che inizialmente erano state date a noi. Io con la mamma mi ritrovai in una cameretta-salottino arredata ottocento dove una notte, accesa la luce per un rumore, si vide un topolino arrampicato proprio sopra il lume. Nel piccolo corridoio che portava a questa stanza vedemmo poi che c’era una botola nel soffitto dove in seguito entrarono e si nascosero per giorni lo zio e altri uomini quando si diffuse la voce di retate delle SS al seguito dell’esercito che si ritirava.

A un certo momento se ne andarono, prendendo tra l’altre cose due materassi che appartenevano alla mamma; la quale se n’accorse e protestò vivacemente mentre li portavano via; il che sembrò, ed era, una cosa ben paradossale in quei frangenti. Si presentarono in quei giorni anche dei disertori. Ci fu quindi un momento di tranquillità, o meglio… Ero in giardino vicino alla vasca dei pesci rossi, quando sentii un miagolio lontano e insistente; poi si capì che erano proiettili che passavano ad alta quota sopra le nostre teste, infatti erano seguiti da uno scoppio lontano. Cominciarono così venti giorni di cannonate, cioè venti giorni chiusi in casa, non perché la casa fosse sicura, ma perché fuori era peggio. Infatti quando sembrò tutto finito e le signore erano in giardino a prendere il tè e chiacchierare, lo scoppio lacerante di una cannonata a una cinquantina di metri fece scappare tutti terrorizzati.

Infine arrivarono gli Alleati, preceduti dal pane bianco: un pane incredibilmente, liberatoriamente, bianco, dopo una vita che si mangiava pane nero e di segale. La mattina dopo si presentarono tre ufficiali sudafricani, cappello con la tesa rialzata, pantaloni corti, nastrini colorati alle calze e il frustino; il che rappresentava un contrasto elettrizzante con la tenuta e i famosi stivali di cuoio tedeschi.

Il successivo arrivo della truppa fu memorabile. Le signore erano sedute intorno a un tavolo sul limitare di una delle stanze sul davanti, quasi aspettando l’inizio dello spettacolo: la sera era avanzata, quando cominciarono ad arrivare soldati e ufficiali, e fra loro un inserviente nero.

“Oh, un negretto! Oh! Vieni, vieni…” la zia Margherita si era alzata tutta eccitata; quello sentitosi chiamare a gran voce si avvicinò sorridente e ricevette strette di mano e complimenti calorosi da tutti; mentre gli altri, ufficiali e soldati, venivano completamente ignorati.

Erano comunque passati i tempi peggiori, quando anche lo zio ci aveva detto che si poteva andare, se ci riusciva, a prendere qualcosa nei campi. Naturalmente ora si parlottava della Paola e d’un certo ufficiale inglese. Ma poi subentrarono commenti a mezza voce molto più seri e convinti su una storia della Paola con un esponente della Resistenza partigiana: mi par si chiamasse Tesi. Li vidi un pomeriggio, questi giovani, alla villa: seri, alti, magri, ben vestiti…

Siccome in definitiva le cannonate continuavano a venire e creavano non poche preoccupazioni, a un certo punto ci si ritrovò a dormire tutti insieme, a parte i conti, in due grandi stanze seminterrate sul dietro della villa, ritenute più sicure, dove erano state messe delle reti sul pavimento. Ricordo che in quelle notti ebbi a notare per la prima volta l’affacciarsi in me di strani quanto vivaci desideri, per quell’inconsueta intimità con donne adulte ma ancora giovani.

Lì stetti anche malato diversi giorni, forse per tifo, e un ufficiale medico mi venne a visitare.  Poi fu la volta dei pidocchi …ma che peccato tagliargli quei bei capelli ( la signora Jennì a mia madre); e infine gli orecchioni. Poi mi feci male al dito indice della mano sinistra mentre aiutavo con altri ragazzi il contadino a tagliare dei pezzi di legno col pennato, arnese pericolosissimo; me lo detti sul dito che per poco lo staccavo, e lo zio lo fasciò così com’era, di modo ché con la formazione del soprosso il dito non tornò più a posto. Avrebbero dovuto portarmi dal dottor Vannucci, medico chirurgo famosissimo allora a Pistoia; il quale era sfollato, guarda caso, proprio nella già citata villa Rospigliosi; però noi non si sapeva. Quando mi ci portarono era troppo tardi.

Era tempo di vendette, si sentiva dire dai discorsi, ma si toccò anche con mano quando si vide che avevano portato alla villa un morto ammazzato. L’avevano messo sotto un camion militare e lì stette abbandonato diversi giorni, con quei piedi che sbucavano fuori. Una mattina che era molto freddo vidi il famoso negretto quasi completamente nudo e piangente mentre scavava con la vanga una grande buca di là dalla siepe sotto la guardia minacciosa di un soldato armato e intabarrato; che quando mi vide mi gridò di andar via.

Poi c’era anche la scuola, la seconda media per me, che avevano in qualche modo aperto in certe stanze a Candeglia; e che funzionò per un po’, poi smise, ma ce la dettero per buona. Poi… poi… poi…

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