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LOMBARDIA

In Costa D’Avorio, se hai mal di pancia ti prescrivono un peperoncino nel culo

(Maria Sardella) – Ciao, entra. “Mi chiamo ‘Ngoran”. Sulla porta c’è uno strafigo, alto quasi due metri e spalle come muraglia. Me lo manda il sindacato. Io sono una volontaria dei corsi di alfabetizzazione. Insegno italiano. Lo faccio a casa, però. Il mio stato di salute non mi consente di repeperoncinocarmi al centro. Solo lezioni individuali.

Allora, Ingoran…
“No, mi chiamo ‘Ngoran”.

Che difficili questi nomi africani, ivoriano per la precisione.
Cominciamo con le parole italiane più facili. Con i saluti.

Buon giorno.
“Buon ghiorno!”.
No, buongiorno.
“Buon ghiorno?”.
No, fai così. Senti che la lingua si schiaccia contro il palato? G… C… non gh…ch…

‘Ngoran si vergogna a guardare la mia bocca, i miei denti, la mia lingua. Abbassa la testa. Ma non c’è altro modo per insegnargli la pronuncia delle palatali. Io guardo la sua, di bocca, le sue labbra turgide, i suoi denti splendenti.

Sarà questa bocca a raccontarmi dopo un mese che nel suo villaggio, se un bambino ha il mal di pancia, il dottore gli infila un peperoncino intero nel culo (qui ‘Ngoran arrossisce sotto l’ebano della sua carnagione, sono sicura), ma il ghiorno dopo (no, lo interrompo, non ghiorno, giorno!) il bambino è guarito.

‘Ngoran se la ride. Oh, se  ride! E ridiamo insieme di gusto.


A proposito dei migranti, vi consigliamo un altro contributo di Maria Sardella, “In viaggio con Bubamara”

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