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Il solito comizio: i soliti “figlio di”, “parente di”, “amico di”

(Donatella Fiore) – Sembra la festa del paese: fuochi d’artificio, palco illuminato, calca. Manca solo il fercolo in giro per le strade. Non so se ero più accecata dalla luce del palco, o dal riflesso, proveniente dalle prime file, delle paillette che arricchivano abitini poco virtuosi e gioielli che erano ben lungi dall’accostarsi al concetto di “sobrietà”. Non mi trovavo in uno stadio o in un’arena, quello che stava per iniziare non era un concerto di una band internazionale. Lo scenario era uno stracolmo giardino pubblico di un comune di provincia, che non aveva mai visto tale veste se non per il comizio di chiusura della campagna elettorale del candidato sindaco favorito.

Una strana nebbia mi distoglie per un attimo dalle “esibizioni”. Fumogeni? No, si tratta della bancarella allestita ad hoc per offrire un succulento panino con la salsiccia a chi assiste alla kermesse.

27000 abitanti circa e la posta in gioco sembra già così alta.

Le facce sono più o meno note. Sotto i riflettori si avvicendano i soliti: “figlio di”, “parente di”, “amico di”, che sfoderano la riproposizione in chiave istituzionale dei loro più pomposi abiti da cerimonia.
comizio-acireale
I toni si mantengono alti e la claque risponde puntualmente ad ogni minimo stimolo, in cui si dice tutto ed il contrario di tutto. La demagogia svilita fino all’inverosimile, condita dai “se” seguiti dal condizionale e dall’invenzione estemporanea di qualche locuzione ancora ignota all’Accademia della Crusca.

Inizialmente non riesco a celare un sorriso, ma con l’andare avanti di quel teatrino, lo scherno si trasforma in inquietudine. Attorno a me sono troppo pochi coloro i quali si rendono conto di quanto stiano cercando di manipolarli. Pochi sguardi critici, molti speranzosi di poter arrivare un giorno a calcare quel palco nelle medesime vesti, o pronti ad applaudire per chiedere un giorno questo o quell’altro favore.

I sorrisi, i cenni di saluto e le strette di mano provenienti da emeriti sconosciuti. Sembra il festival dell’annullamento di tante personalità per sostenere prese di posizione fondate sul più totale “sentito dire”.

L’aggressività di un’assordante “Follow me” dei Muse si scontra con la semplicità di alcuni visi. A destra un gruppo di anziani, i cui volti sono segnati dal tempo, dai sacrifici, dal lavoro manuale. I loro occhi sembrano brillare di una luce che non può più trovarsi altrove. La saggezza, la genuinità di chi è cresciuto in tempi che sembrano distanti anni luce dai nostri, quando il vicino di casa non era un semplice sconosciuto, ma quasi un familiare, pronto a partecipare ai bei momenti e, soprattutto, a dare una mano nelle circostanze meno felici. Altri tempi, quelli in cui non si cercava un tornaconto personale a fronte dell’elargizione di un favore. Il loro sguardo è benevolo, si sentono quasi onorati di essere oggetto di tante attenzioni e strette di mano da così tanti giovani volenterosi. L’accerchiamento è già in atto e la distribuzione del “santino” non risparmia neanche loro.

Il “santino”, quello sì che merita attenzione. Le tipografie prese d’assalto e le pose più assurde: donne che giocano la carta dell’avvenenza con trucco esagerato, ammiccamenti, o foto scattate almeno dieci anni prima. Gli uomini non sono da meno, ritraendosi con un’improvvisata tintura di capelli creata ad arte su Photoshop. Gli slogan più disparati: dal più sincero, ma meno lungimirante “Non vi prometto niente”, al più ambizioso e meno trasparente “Voltiamo pagina, una volta per tutte”.

Di fronte a me la partita è aperta, sul terreno di gioco vi è lo scontro tra la più profonda ingenuità e il più becero arrivismo.

A sinistra un altro frangente del pubblico. Intravedo occhi critici, un continuo bisbigliare. Forse non vogliono dare nell’occhio, ma certe personalità in paese sono già politicamente schierate dalla nascita, figli o nipoti di noti militanti di svariate generazioni fa. Hanno tutta l’aria di essere in missione per conto del candidato sindaco concorrente e chissà, magari si sentono perfettamente mimetizzati con i curiosi.

Infine, questi ultimi. I compaesani, le cui mani non si sono mai “sporcate” in pubbliche prese di posizione, il cosiddetto “ago della bilancia” che, secondo molti sociologi dei fenomeni politici, incide sull’esito di qualsiasi elezione: gli indecisi. Il loro sguardo è interessato. Alcuni sembrano apprezzare tale sperpero di denaro finalizzato all’ascesa al potere del signorotto di turno. Altri, più accorti, fanno i sostenuti e come me, si godono lo spettacolo senza farsi coinvolgere dal fumo negli occhi sollevato da promesse che rientrano nel repertorio vecchissimo di chi, educato dai vecchi lupi, non si è mai posto il problema di forgiare la sua carriera politica di un titolo di studio pertinente.

La politica trascesa a un banalissimo scambio di favori e in balìa alla più totale improvvisazione.

Stupirsi può essere ormai anacronistico, me ne rendo conto. Lo spettacolo davanti ai miei occhi altro non è che la riproposizione in chiave locale delle dinamiche nazionali politiche e non solo.

Eppure rimane accesa quella speranza di vedere le cose fatte per bene ed estromettere la cosa pubblica dalle mani di quegli ominicchi avidi di potere e poveri di cultura e lungimiranza, ma dimentico che questa è l’Italia.

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