rivista internazionale di cultura

d'Italia

SICILIA

Gli sbarchi allo Zeta

(Elisa Chillura) Palermo, via Arrigo Boito, 7; le sedie disposte a cerchio sono da sempre la cosa più democratica che c’è: si tratti del circolo di alcolisti anonimi o della riunione di condominio, ci si sente comunque parte di qualcosa. Se poi il primo che prende la parola spiega che adesso la compagna Amalia ci racconterà dei suoi giorni a Lampedusa, allora hai il sentore che qui la condivisione equa e democratica è di casa. Non tanto per il diritto di parola a rotazione – e ovviamente nemmeno per la premonizione d’un resoconto da Lampedusa – ma più per quel “Compagni” che per i nostalgici del ’68 è tutto un crescendo di aspettative.

laboratorio-zeta-palermo

Lo stabile in via Boito 7 che ha ospitato il laboratorio occupato Zeta fino a quando, l’1 novembre del 2013, il collettivo che gestiva le attività del centro sociale non ha dichiarato, con una nota pubblicata sul sito zetalab.org, “conclusa l’esperienza” a causa “dell’impossibilità di continuare a coniugare le attività del centro sociale con l’accoglienza di rifugiati politici e quindi con la dimensione abitativa”. La sede dell’ormai ex-Zetalab è stata lasciata ai profughi sudanesi che all’epoca della chiusura vi abitavano “declinando”, precisa la nota, “ogni responsabilità su ciò che da ora in poi avverrà in quello stabile”.

Uno che i centri sociali non li ha mai frequentati, da un centro sociale come si deve pretende che sia quantomeno fatiscente, dignitosamente trasandato, adeguatamente libertino: che abbia un che di “Lavorare con lentezza”, almeno. Dopotutto, cronaca a parte, è solitamente per sapere cinematografico che ci si immagina i luoghi che non si conoscono.

In verità, per gli amanti degli stereotipi e dei luoghi comuni lo Zeta potrebbe essere una grossa delusione. Oltranzismo e manganellate? Per carità, immancabili ovviamente. Ma c’è dell’altro. Molto di più. Il Laboratorio Zeta è un centro sociale occupato che nasceva più di dieci anni fa sotto il segno dell’irriverenza e con una punta di snobismo verso i vecchi “padri”: il poster del Che appeso alle pareti col terzo occhio mistico scarabocchiato in fronte era una chiara premessa di come le vecchie ideologie sarebbero state colorate a piacer proprio.

Studenti universitari principalmente, dagli intenti e opinioni variegati. Poi come ogni aggregato di persone che propongono di condividere un sapere alternativo, fu il solito sciorino di cineforum, convegni e dibattiti. Nemmeno il tempo di tentare di decifrarsi o di definirsi per far sì che lo Zeta scegliesse una causa da sposare e per cui lottare, che è la causa a farsi avanti da sé.

È una sera di marzo del 2003 e corre voce che una cinquantina di sudanesi abbiano intenzione di passare la notte all’agghiaccio davanti alla Prefettura pur di essere ascoltati: chiedono asilo politico e un’accoglienza degna in uno stato democratico. In effetti un’accoglienza degna la trovano. Ma allo Zeta. I ragazzi ascoltano le loro storie seppur ci si capisca quasi solo per gesti; ci si riunisce, ci si interroga, ci si organizza come si può e la precarietà di alcuni stanzoni umidi nel giro di poco tempo si trasforma in casa.

L’ospitalità provvisoria diventa definitiva così come le questioni che i sudanesi portano con sè: l’esigenza di parlare la lingua del paese che li ospita, di avere riconosciuti dei diritti basilari, di sentirsi umani. Negli anni – tra gli sgomberi forzati a opera delle forze di polizia e ri-occupazioni sempre più convinte e sostenute dalla comunità – nasce un corso di italiano per stranieri, lo sportello legale per gli immigrati, si costruisce una biblioteca, si fa squadra con altre associazioni, si dà vita alla Rete Antirazzista Siciliana, si partecipa a vertenze nazionali, si organizzano presidi per la chiusura dei Centri di Permanenza Temporanea, si sbarca a Lampedusa in tempi non sospetti, quando ancora le notizie dei morti annegati rimanevano stagnate al porto insieme all’acqua putrida.

A Lampedusa si ritorna pure adesso. A fare quello che si può, tra la selva di giornalisti bruciati dal sole e la Croce Rossa su cui nessuno spara. A distribuire coperte e pasti caldi oltre i cumuli di rifiuti. A farsi largo tra i manganelli (a quelli ci si è fatto il callo) e le divise. A far semplicemente da prestanome alla Posta per ricevere dei soldi per gli immigrati che un’identità ufficiale non ce l’hanno.

zeta-palermo

Nella nota che comunica la chiusura del laboratorio si legge inoltre: “Lo Zeta è stato a Palermo uno spazio di resistenza per sopravvivere collettivamente alla definitiva crisi della politica, per conquistare insieme e mettere in comune ciò che è giusto fosse di tutti, per sottrarsi alla spietata legge della giungla che rimanda tutto alla capacità individuale di sopraffare l’altro. Insomma, per praticare e rivendicare l’universalità dei diritti. Le ragioni della sua esistenza sono ancora tutte valide. Ma, proprio per questo, noi che ci siamo assunti l’onere di portare avanti la gestione dello Zeta, pensiamo che, per quanto sicuramente dolorose, ci sono decisioni che vanno prese per evitare il rischio di rimanere incastrati in dinamiche che non scaturiscono dalla condivisione dei nostri desideri. Le lotte dello Zeta continueranno ad essere portate avanti, ma in altre forme, in altri luoghi e con altri nomi”.

Ad assistere i minori lasciati nella notte per le strade, allo sbaraglio, perché il centro di accoglienza scoppia. A documentare resoconti di traversate e rimanerne allibiti. A consigliar loro le storie da raccontare allo Stato italiano: non in cerca di lavoro ma in fuga dalla guerra, se ci si vuole aggrappare a una vaga speranza di rimanere qui.

Scriveva Soriano, ne “La resa del leone”, di un improbabile Stato africano dove un ancora più improbabile console argentino (cito a memoria la recensione in quarta di copertina) viene coinvolto in uno strampalato e irresistibile intrigo internazionale. Una sfilata di personaggi folli anima il tutto: dal sultano arabo che lavora per Gheddafi al terrorista irlandese che passa il tempo a preparare ordigni esplosivi. In mezzo agli altri, Quomo. Michael Quomo: un talento inspiegabile nella roulette russa e nell’inventar storie. Storie vere. Verosimili, meglio. Da regalare ai diseredati perché in Prefettura risultino credibili come profughi e ottengano l’asilo politico che meritano.

La riunione settimanale di gestione, come ogni martedì sera, può anche spingersi a oltranza fino a orari improponibili. Partecipano tutti. Anche i sudanesi che adesso non sono più soltanto sudanesi.

La compagna Amalia riprende fiato. Ha sparato una raffica di tremila parole in pochi minuti. Decisa, arrabbiata. Sembra più che abbia bisogno di liberarsi delle emozioni accumulate che di fornire un resoconto. Vivere gli sbarchi coi propri occhi è un’esperienza umiliante. Indescrivibile per chi non è lì.

Per tutto il tempo del suo racconto l’intero circolo di occhi sgranati attorno a lei è rimasto in religioso silenzio ad ascoltare. Dice che è tornata solo per prendere dei libri. Dice che si stabilirà a Lampedusa a tempo indeterminato. Nessuno dei compagni si chiede ovviamente chi glielo fa fare.

 

“Gli sbarchi allo Zeta” è tratto da Storie n. 66 – Dalla signora Nabokov

storie66

ditalia-banner

Approfondimenti >

Storie

altri approfondimenti >
abbonamenti

English dept >

Storie

more >
mimmo-cavallo

Storie online: cultura dall'Italia e dal mondo. Ogni giorno

error: