rivista internazionale di cultura

d'Italia

ROMA

Comizi: Un Cesare qualunque: “prima de applaudi’ raggionate!”

(Francesco Cardarelli) – [Applausi] Manca poco al tramonto, la piazza è gremita di gente, qualcuno mangia una granita al limone, qualcuno limona, qualcuno col limone si fa una pera, roba da illusionisti, anzi roba e basta, ma comunque sono affari suoi. C’è gente anche nelle strade intorno, affacciata dai palazzi, dai balconi, appesa ai pali della luce; i papà coi bambini sulle spalle, i ragazzi con le ragazze sulle spalle, le famiglie circensi con l’uomo con sulle spalle la donna, con sulle spalle il bambino, con sulle spalle il gatto, con sulle spalle il topo, che al mercato, mio padre comprò. Ci sono ambulanti che strillano “biretteee”, ambulanze parcheggiate che speriamo restino vuote, infermieri che bevono birette e fumano sigarette, guardie che si guardano intorno facendo finta di non sentire gli aromi illegali e sognano una biretta, borseggiatori che infilano mani in borse e tasche stando attenti alle guardie, disabili sulle loro carrozzelle che vedono solo schiene gambe e chiappe ma sono contenti di stare in mezzo a quel casino; gruppetti di giovani pieni di vino ditalia-francesco-cardarellied allegria che storpiano canzoni di tempi di cui non hanno memoria, adulti che qualche memoria ce l’hanno e cantano le stesse canzoni senza crederci più di tanto, vecchi che certe cose se le ricordano benissimo ma che non gliene frega più un cazzo di cantare quelle canzoni ed approfittano della bolgia per tastare culi qua e là.

Vista dal terrazzo, la piazza è un mare di teste, creste, capelli, cappelli, colori, odori, rumori, che si intrecciano, ondeggiano, si muovono, si fermano ed aspettano. Ma quanto devono aspettare ancora? Il sole si avvia verso la sera, i bambini cominciano a piangere che vogliono andare a casa, le birette ormai sono tiepide, le gambe si lamentano, la folla rumoreggia, brontola, mormora…

Forse è il momento.

Mi affaccio al davanzale del terrazzo con la mia toga bianca e l’alloro sulla testa, e di colpo c’è silenzio. Un innaturale, immobile, instabile silenzio. Guardo un momento l’oceanica platea poi tendo le due braccia per il saluto, una con la mano tesa e una col pugno chiuso. Un boato si accende da sotto il palazzo e si propaga come un’onda anomala, fino ai vicoletti più lontani. Sono centinaia, migliaia di mani che battono, a tempo, contro tempo, sincopate o coordinate… dita che schioccano, urla che gridano, applausi che ridono. L’esultanza dura a lungo, poi le mani sono stanche e le gole sono secche, e allora è di nuovo il momento.

Ma il momento per cosa?

Grido: “Aò me spiegate che state a fa’? Che c’avete da esulta’? A voi nun v’è cambiato niente, la vostra vita de ieri è la vita de oggi, che è la stessa de mille anni fa, che sarà uguale tra mille anni. Esultate per me? Io ve ringrazio, però mo’ torno dentro che devo magna’ l’uva sdraiato nel mio harem. E prima de applaudi’ raggionate un attimo se vale davvero la pena spellarvi le mani cosi’. Io dico che ce stanno cose più importanti da fa’, tipo apri’ l’occhi, accenne er cervello e strigne er culo!”

Un nuovo applauso si leva, stavolta dal centro della piazza, e si allarga come i cerchi disegnati da un sasso lanciato ad un vigile urbano che però lo schiva facendolo finire in acqua. Le migliaia di mani già arrossate ricominciano a percuotersi le une con le altre, le voci tornano a salire, anche se sono roche per lo sforzo; in un attimo la piazza, le strade, i pali, i palazzi, tornano ad esultare ed applaudire. Faccio un nuovo cenno col braccio e torna il silenzio, accompagnato da qualche colpo di tosse o singhiozzo commosso. Scuoto la testa e tutte le facce sono verso su e mi sorridono, come bambini che hanno fatto una marachella ma sanno che verranno perdonati perché mentre loro hanno solo rubato un biscotto, papà ha perso la casa a poker.

Cerco di chiarire il concetto: “Ma perché nun capite un cazzo? Perché so’ du’mila anni che ve fate pija’ pe’r culo e ancora nun c’avete capito un cazzo?” La folla ride, mentre le braccia mi cadono a terra e le palle rotolano lontano. “Vabbè, ve saluto popolo cojone, ve auguro bona fortuna co’ tutto er core, che è grazzie a voi che gente come me se po’ fa’ er bagno ner latte e gioca’ coi cuccioli de tigre, mentre i cortiggiani je baciano li piedi pe’ lecca’ le briciole”. Stendo le braccia, mano tesa e pugno chiuso, poi indietreggio, chiudo le pesanti finestre oscurate e sono nel mio mondo, profumato d’ambrosia e cosparso di petali di rosa, così distante da quello sporco e rumoroso là fuori.

La gente è attonita, interdetta, pensierosa. Si guardano perplessi l’uno con l’altro, con una vaga sensazione di qualcosa che non va. Poi un uomo unisce con forza i palmi delle mani, un altro lo segue, poi un altro, e altri e altri ancora, finché l’applauso si propaga ovunque e tutti si rilassano e smettono di pensare, grazie a quel fragoroso e vigoroso e comunitario e solidale suono. Un applauso che li unisce tutti, non importa per cosa, non importa se sia giusto, importa solo che ci sia e che tutti lo stiano facendo insieme, come hanno sempre fatto, come facevano mille anni fa, come faranno tra mille anni, senza che niente cambi mai davvero, se non le persone che compiono e ricevono questo semplice, contagioso, inutile e pericoloso gesto.

ditalia-banner

Approfondimenti >

Storie

altri approfondimenti >
abbonamenti

English dept >

Storie

more >
mimmo-cavallo

Storie online: cultura dall'Italia e dal mondo. Ogni giorno

error: