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2009-2015: L’Aquila resiste, bestemmia e tiene memoria di quel che ‘non’ sta succedendo in case chiamate MAP

(Gabriele Salvatori) – Dicono: devo tornare al Map a prendere una maglia; mia figlia sta al Map; venite al Map a bere un bicchiere. La parola casa, lemma inflazionato in ogni discussione quotidiana, nella Piana quasi non esiste più…

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Il Presidente Mattarella visita L’Aquila insieme al sindaco Massimo Cialente.

Novembre 2015. La terra intorno a L’Aquila ha cominciato a tremare sette anni fa. Ancora oggi non ha smesso. Qualcuno ha avuto modo di riderci su. Recentemente il Presidente della Repubblica italiana Mattarella è tornato a L’Aquila per inaugurare l’anno accademico, il palazzo di giustizia e costatare lo stato del non fatto. Niente retorica, è così. Tre anni fa, una gita improvvisata tra i terremotati della provincia aquilana mi lasciò sgomento e con addosso una promessa: “dillo in giro, ripetilo sempre che qui non è ancora finita”. Questa è la breve cronaca di quell’incontro.

Piana di Navelli, Abruzzo, 2012. È agosto e fa caldo ma non come a Roma. Qui la temperatura la sera scende e sei costretto a metterti una felpa per non sentire freddo. In compenso non ci sono cappe grigie da sopportare e la bellezza del paesaggio ti sorprende. Come il cielo, la notte. Come la statale 17 che scivola per trecentoquaranta chilometri sinuosa e cinematografica verso la Puglia. È un lungo piano sequenza che esige la sua giusta colonna sonora.

La piana è un territorio vasto e montagnoso in provincia dell’Aquila, un avvallamento con intorno la catena del Sirente-Velino, ad est il massiccio del Gran Sasso e a sud le linee della Maiella. Un paesaggio imponente che dalla vetta di Rocca Calascio si fa sublime. Un paesaggio attraversato e vissuto da uomini e donne la cui bellezza, volontà e resistenza brillano e danno coraggio.

Qui tre anni fa c’è stato un violento terremoto che ha ucciso più di trecento persone e lacerato la quotidianità. Ogni paese della piana, Barisciano, Castelvecchio, Picenze, Fossa, Onna porta i segni del trauma: da quelli più piccoli, lunghe crepe sugli edifici ancora in piedi, alle tracce smisurate delle macerie ammucchiate, impastate con il silenzio. Io arrivo in compagnia di un amica e come curioso: una categoria che sa essere sciagurata a volte e nutre turismi insopportabili. Cammino in punta di piedi, con la voglia di osservare e provare a condividere nel modo più semplice e umile possibile: ascoltando.

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“La parola casa, lemma inflazionato in ogni discussione quotidiana, nella Piana quasi non esiste più: è diventato sinonimo di passato. Al suo posto un acronimo: Moduli Abitativi Provvisori, anche se qualcuno ha il sospetto che quella P nasconda una volontà altra e duratura: permanente!”

Arriviamo a l’Aquila per l’ora di pranzo e ci incamminiamo per il centro storico, dove i palazzi sono fasciati da travi e corde di acciaio. Il Duomo, orribilmente mozzicato, attende tra reti metalliche e l’abbozzo di un cantiere abbandonato. Per le strade passano poche persone, alcuni di loro sono turisti. Mi sento sospeso, in un luogo in cui sembra inevitabile stare in silenzio e ripercorrere a ritroso il tempo fino al 6 aprile del 2009. Da quando le radici dell’Appennino centrale si sono agitate a oggi non è cambiato niente. Eppure la vita si è incuneata a fatica tra le macerie, ha ricostruito ritmi, tempi e desideri. Scavalca le travi che puntellano gli edifici, la vita, e crea di nuovo, bestemmia, esiste e tiene memoria di quanto è accaduto e di quello che non sta succedendo. Soprattutto, tiene memoria. E me ne accorgo quando ci spostiamo verso est, dentro la piana. Raggiungiamo Daniele, Romina e il piccolo Iacopo a Picenze, nella loro abitazione, una struttura prefabbricata allineata ad altre decine, sotto il paese abbandonato. Daniele mi indica lo spigolo della sua vecchia casa che si scorge appena sopra la collina. “Si potrebbe stare ancora lì dentro”, dice. “Ma non c’è il permesso: sarebbe comprensibile se ci fosse la minima traccia di ricostruzione o la volontà di fare”. Ma non è così. “Qui, in basso, nei Map ci si sente attufati”, aggiunge, “e l’idea di andare via si fa sempre più nitida”. Si ipotizzano strade, spostamenti e si prendono le misure perché non si può stare appesi a un sentimento, con la consapevolezza che molti ne hanno approfittato per lucrare. Tiene memoria, Daniele. E ripercorre in pochi minuti la cronaca degli eventi e delle decisioni calate dall’alto come emanate da un sovrano illuminato.

Nel tardo pomeriggio scendiamo a Poggio Picenze e poi a Castelnuovo. Mangiamo insieme nel ristorante di Nello, ottimo chef napoletano. Arrivano anche Enzo, suo fratello, Stefania la moglie, Gianni il barista e Giannino, corpulento abruzzese emigrato in Canada quaranta anni fa e tornato solo dopo il sisma. La statale 17 separa questo ristorante e il bar affianco dalle macerie della vecchia struttura. Nello ed Enzo lo hanno ricostruito, hanno rimesso in piedi l’attività e hanno provato a riallacciare anche quei legami umani e vitali, fatti di cibo, vino, racconti e musica che non possono essere lasciati a macerare nei ricordi. “Ci stanno prendendo per stanchezza”, dice Enzo mentre ceniamo insieme. “Lì di fronte per togliere le macerie non gli sono bastati tre anni”. E indica verso i pezzi di cemento e le linee di ferro ammucchiati dall’altra parte della strada. Qui a tratti sembra che il sopruso e la violenza siano stati perpetrati dalle istituzioni e non da madre natura. È stato sconvolto tutto, anche il lessico. Dicono: devo tornare al Map a prendere una maglia; mia figlia sta al Map; venite al Map a bere un bicchiere. La parola casa, lemma inflazionato in ogni discussione quotidiana, nella Piana quasi non esiste più: è diventato sinonimo di passato. Al suo posto un acronimo: Moduli Abitativi Provvisori, anche se qualcuno ha il sospetto che quella P nasconda una volontà altra e duratura: permanente!

Un luogo, il Map, del quale si parla prima o poi, o nel quale si finisce a dormire, se necessario. Così la sera del secondo giorno, dopo il quarto bicchiere della staffa per un arrivederci che è pieno di malinconia e voglia di stare ancore insieme, Eugenio sconsiglia la partenza. E offre il suo modulo e il divano letto che sta davanti l’angolo cottura. “Portate due birre quando arrivate”, dice. Poi, magro e dinoccolato, con gli occhi umidi, sale in moto e si allontana. Lo raggiungiamo un’ora dopo in compagnia di una comitiva piccola e vociante. Brindiamo sulla porta del modulo, seduti a terra mentre Eugenio si lamenta per la nuova chiesa costruita sulla sinistra della sua abitazione che gli toglie la visione della Maiella. Gli rimane solo la catena del Sirente-Velino a dargli il buongiorno. E la indica, con un gesto ampio del braccio, distendersi nel buio, oltre il prato, lì davanti, separato da un guardrail. Teresa, una vicina, sorride, gli dà ragione e richiama la sua bambina di due anni che insiste a offrire sassi da mangiare a Stella, il cane pastore scappato dal suo recinto. Eugenio dice che è intelligentissimo e si ricorda dei suoi due cani. Aveva anche dei cavalli, una si è lasciata morire dopo che con il terremoto è stata separata dal suo gruppo. “Non c’è stato niente da fare, ha smesso di mangiare”. Cani e cavalli erano tutti parte della vita di Eugenio: si vede e si sente da come ne parla. All’improvviso ritorna dalle sue memorie e sbotta: “tra qualche giorno smonto il guardrail, a che cazzo serve? Avranno paura che vado in mezzo al prato?” Poi ride e noi insieme a lui. La malinconia rientra sotto i colpi dell’urgenza di una battaglia che non si vuole cessare. “Porco d**, ci hanno ridefinito gli spazi come fossimo in carcere. Tutte le sere passano i carabinieri e le macerie stanno ancora lì. Lo devi sapere, mi fa. Dillo. Che qui non è finita!”

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