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    PAOLO VILLAGGIO: IL PIÙ TRAGICO DEI NOSTRI LETTERATI

    Non si prendeva sul serio, Villaggio, persino nell’ultima stagione della sua vita “moderatamente” spettacolare (avrebbe detto lui con la sua avverbiale asprezza) si offriva come uno scettico. Un ateo con argomenti, una mente dotta e spericolata impigrita fin da subito dalla contemplazione del suo mare genovese.

    Dopo fulminanti esordi televisivi e una carriera letteraria parallela, in Fantozzi aveva trovato il compimento della sua lettura dell’uomo contemporaneo: alienato, un po’ vigliacco, omologato fino alla sfinimento del grottesco, un Oblomov costretto ad agire in nome di valori ferrei ma per lui sostanzialmente ignoti (dalla famiglia al lavoro fino alla paternità). Eppure, in quelle pagine (e dopo in quei film) su questo travet che s’era mosso dal Fracchia televisivo, si riconoscevano il cinismo di Gogol, la messa in scena di Čechov, l’essenzialità di gag in debito con le vecchie comiche.

    Dei suoi libri, paradossalmente, si è parlato poco. Li per lì spiazzarono la critica letteraria ma poi il travolgente successo cinematografico ne ha diradato la dignità artistica, come accade per certi fumetti ingegnosi poi rimessi in riga dai codici dello spettacolo di massa. Ma i libri, i primi libri su Fantozzi, hanno aggiornato con una caterva di neologismi il vocabolario piuttosto ingessato dell’Italia post-sessantottina (basterebbe leggere alcuni testi sacri dell’epoca per registrarne oggi il cocente invecchiamento).

    Ma Fantozzi no, l’universalità tapina della sua figura non aveva su pagina il corredo ambientale delle anime morte gogoliane, forse neppure l’inclinazione corale e morale del primo Turgenev, eppure il Villaggio che aveva vinto il premio Gogol come “miglior scrittore in cirillico” a cotanti modelli aggiungeva il disincanto ligure, quella erudita passione per le partenze da fermo, per un mondo potenziale e nemmeno deliberatamente ambito e infine uno sguardo meno pietoso del suo amico De André verso marginali e sciupavita.

    Il suo inesausto sfottimento dell’italia industriale e democristiana ci ha abituati alla libertà certo più di ore di educazione civica meno istruttive delle risate che lui ci ha regalato nei panni di uno sconfitto. Non sempre la nostra sbrindellata e rancorosa intellighenzia ha riconosciuto i suoi meriti, d’altra parte era spassosamente ricambiata dalla sua bocciatura: “Oggi gli intellettuali – ha detto qualche tempo fa – quelli che leggono gli editoriali sui grandi giornali, che parlano di cose saccenti, lo fanno per dieci minuti, ma si capisce che non gliene importa nulla. Poi arriva uno che dice: hai visto ieri Totti? Basta… è finita la serata: si parla solo di Totti”. È morto a Roma, aveva 84 anni.

    3 luglio 2017
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    MEMÈ PERLINI, PALPEBRA TRISTE DI UN’AVANGUARDIA PERDUTA

    Ci fu un tempo a Roma che la sera tardi ti facevi un giro al Teatro la Piramide. Non sapevi nemmeno cosa dessero ma qualcosa succedeva comunque. Dal 1978 Memè Perlini e Antonello Aglioti avevano creato un punto d’incontro per chi credeva al teatro evoluzionista, nel senso di un teatro spinto in avanti dalla sua stessa tradizione, spinto a discutersi dalla sua stessa fisiologia.

    Lì fra grattachecche e “se beccàmo” potevi vedere e pure parlare con un Mario Martone o un Toni Servillo quasi imberbi, capitava un concerto degli Area come una messa pagana o una provocazione surrealista, una sottrazione di Bob Wilson o Philip Glass, il teatro di Wedekind e i copioni secchi di Peter Handke. E lì s’è levata forte, chiara e senza condizioni la voce originale di Perlini, quasi sempre controcantata dal compagno di una vita, Aglioti. Lì era chiaro che il teatro era evaso dalle cantine, che i teatri off potevano permettersi platee più ampie e un seguito giornalistico non occasionale. E dietro a Giancarlo Nanni e soprattutto Perlini c’era una scia di critici nuovi felici di decantarne la ribellione: Bartolucci, Moscati, il Liverani de Il Dramma.

    Al Teatro la Piramide Perlini ha messo in scena alcuni fra i suoi spettacoli più riusciti e la Roma di quegli anni sembrava la platea ideale per dissentire, si trattasse di ideali o di canovacci. Perlini c’era arrivato in pieno ’68, marchigiano “di confine” ma romagnolo nel sangue, proprio quando le menti fervide capitoline s’erano sparse letteralmente a destra e manca, fra la lotta armata e la contestazione urlata. A suo modo, Perlini contestò fin dal suo primo vagito scenico, quel provocatorio non troppo “Pirandello chi?” in cui emergeva la sua ansia alternativa senza però rinnegare la filosofia pirandelliana che del resto lui abitava d’istinto.

    Il suo è stato un teatro liberatorio, meno platealmente dissacrante di quello di Bene o De Berardinis, semmai più concentrato sulle opzioni visive della messa in scena (volendo, Perlini avrebbe avuto un bel futuro come video artista) e non era una deriva imprevista conoscendo i suoi trascorsi di studente di Belle Arti e pittore di buon talento. Un teatro fatto di luci recitanti, di corpi soggetto e oggetto (indifferentemente) spesso in bilico con gli orizzonti della performance.

    L’attenzione per una rilettura come pittorica del palcoscenico l’aveva portato con naturalezza al cinema dove pure ha detto intelligentemente la sua. Intanto come attore (di palpebra, non c’è che dire) per Comencini, Leone, Scola e Mazzacurati e anche in vesti di cineasta. Film come “Grand Hotel des Palmes” e “Cartoline italiane” erano interessanti, il suo “Ferdinando, uomo d’amore” lo accostò con merito a quel genio precoce e sfortunato di Annibale Ruccello e al suo canone carnale, voluttuoso e sotto sotto mammone. In quegli anni intensi divisi fra schermo e ribalta (il suo ultimo spettacolo è “Arianna, la via dell’amore” del 2010) è cresciuta la depressione, alla Roma ideale prospettata da Nicolini – compagna e compagnona, vaccinata e vaccinara – s’è sostituita una Roma oscura e dimentica, la stessa capo di mondo che lui e Aglioti hanno marinato per la campagna di Todi dove hanno continuato a tramare di brutto fra cani, galline e faraone.

    Poi il male oscuro ha preso il sopravvento, l’era della macrocomunicazione ha come messo la sordina ai più temerari fra i battitori liberi. Della sua Roma febbrile e ideologica fino all’esasperazione è rimasto poco. Nel 2013 è morto Aglioti. Perlini viveva ormai solo all’Esquilino con una badante. In quella polifonia di voci e razze credeva si notasse meno il suo silenzio. Si è ucciso il 5 aprile buttandosi giù come Monicelli e Lizzani. Fa impressione pensare che anni fa diceva: “Il teatro non credo sia morto. Il teatro è poesia e la poesia non muore”. Aveva 69 anni.
    (Vanni Portella) 

    6 aprile 2017
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    EVGENIJ EVTUSHENKO: EV CONTRO EV

    Poeta di notevole duttilità espressiva, capace di indignazioni autentiche, romanziere mediocre incapace di intrecci emblematici (“Il posto delle bacche” è un romanzo d’avventura piuttosto convenzionale), Evtushenko ha regalato all’asfittica cultura sovietica di fine novecento una biografia travagliata degna di un carattere controverso. E lo fece in tempi in cui la poesia poteva ancora influenzare popoli e imbrogliapopoli in forma di “uomini d’acciaio”.

    Eppure non è mai completamente riuscito a conciliare il suo intimo dissidio fra un’anima pop molto occidentale, sensibile alle ribalte e alla giocosità della parola e un’anima engagé severa col regime e i suoi magheggi. È vero, ha scritto precise liriche civili (il suo j’accuse alla restaurazione brezneviana con “I carri armati percorrono Praga” e poi “Gli eredi di Stalin” e soprattutto il poema “Babij Jar” fomentato dallo sterminio degli ebrei di Kiev) ma spesso il suo spirito invettivo s’è avvilito in boomerang di attacchi e smentite (si pensi alla polemica col “parassita” Josif Brodskij e al contrastato rapporto col PCUS e con gli Stati Uniti dove è morto il primo aprile 2017 a 84 anni).

    Il giovane Evtushenko aveva assistito con gaudio al declino del culto della personalità ma in campo artistico la sua ambizione – il suo culto personale – fu spesso viziata da un narcisismo talmente promozionale da scadere volentieri nel puro esibizionismo; anche per questo Brodskij lo definiva “un’enorme fabbrica per la produzione di se stesso”.

    Ci rimane il sigillo di un poeta d’altri tempi, affascinato dal calcio e dalla libertà senza dazi, un osservatore formidabile al quale via via sono venuti meno i bersagli che ne hanno mosso l’indignazione. In fin dei conti, un mancato Majakovskij che ha sempre tenuto in tasca il suo epitaffio ideale: “Scrittore russo, schiacciato dai carri russi a Praga”.

    Guarda un estratto della lettura di Evtushenko al Festival dei Poeti di Castelporziano (1979)

    2 aprile 2017
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    CHUCK BERRY, L’INCIPIT DEL ROCK

    “È uno dei più grandi poeti di tutti i tempi, lo potresti chiamare un poeta rock. Egli era ben avanti nella lirica del suo tempo. Noi tutti dobbiamo molto a lui, incluso Dylan. Ho amato tutto ciò che ha fatto, sempre. Si trovava su un livello diverso da quello degli altri artisti”, questo pensava John Lennon di uno dei padri fondatori del rock, Chuck Berry, che è morto ieri nel suo Missouri a 90 anni.

    Lo chiamavano “crazy legs”, per il modo di muovere le gambe nel suo caratteristico “duck walk” (o passo dell’anatra) che, tanto per dirne una, ha fatto la fortuna di Angus Young degli AC/DC. Ma il grande, visionario, irascibile, venale, carissimo Chuck non era un acrobata, per quanto i suoi concerti fossero anche un saggio atletico. Berry – che era nato 18 ottobre 1926 a St Louis, Missouri – ha indicato la strada a tutti i colossi della musica rock esasperando il profilo ritmico del blues e lo spirito antropologico del folk in un nuovo suono più spettacolare e conciso che diventò il rock’n’roll. Un genere capace di influenzare ad oltranza la cultura contemporanea rendendola semplicemente accessibile alle masse. Non è assurdo dire che attraverso le sue canzoni la gente ha cominciato a capirsi meglio, ed è questo il seme di una autentica rivoluzione, no?

    Chitarrista, cantante e compositore al tempo sofisticato e sperimentale, è stato il primo a raccontare le inquietudini dei giovani, cantando la gioventù come uno stato di grazia, di abbandono e di agitazione.

    Adesso il “rock’n’roll circus” che presiedeva ad honorem lo rimpiange: “Non saremmo qui se non ci fossi stato tu”, ha scritto Lenny Kravitz in una semplificazione inattaccabile. E lo ringrazia anche chi ha fatto della scrittura il proprio rock, come Stephen King: “Chuck Berry è morto: questo mi spezza il cuore, ma 90 anni non sono male per il rock and roll”.

    Charles Edward Anderson Berry Sr, l’incorreggibile autore di “Maybellene”, “Roll Over Beethoven”, “Rock and Roll Music”, “Sweet Little Sixteen” e “Johnny B. Goode”, ha praticamente scoccato tutta la musica che è venuta dopo, dai Beatles e gli Stones in poi. Mesi fa nel giorno del suo novantesimo compleanno, aveva di nuovo sorpreso tutti annunciando l’uscita di un nuovo album, il primo in quasi 40 anni. Si intitolerà “Chuck”.

    Guarda Chuck Berry in concerto alla BBC nel 1972, una performance ormai leggendaria:
    https://www.youtube.com/watch?v=YtrOr3WKmyY

    19 marzo 2017
  • tullio-de-mauro

    5 gennaio 2017
  • fidel-castro

    FIDEL CASTRO, LA STORIA ASSOLVERÀ IL COMANDANTE?

    Aveva 90 anni. Con la sua morte si chiudono sostanzialmente 60 anni di storia scoccati nel 1956. Fu allora che con un gruppo di rivoluzionari messicani sbarcò a Cuba per organizzare la lotta armata che mise fine nel 1959 alla dittatura di Fulgencio Batista. Da quel momento, l’America paranoica e anti-comunista della Guerra Fredda interruppe tutti i rapporti commerciali con l’isola, e questo fino alla fine dell’embargo sancita nel 2014 dopo estenuanti negoziati tra Washington e L’Avana e grazie anche all’intervento di Papa Francesco.

    Il Lider Maximo della rivoluzione cubana – col fratello Raul, Che Guevara e Camilo Cienfuegos – è stato uno dei protagonisti più carismatici e discussi della Storia del Novecento. Dal ’59 guidò (fra illuminazioni che hanno infiammato la cultura progressista e contraddizioni dittatoriali) un particolarissimo e a suo modo romantico regime socialista fino al 2006, quando una delicata operazione all’intestino ne rallentò il comando che poi cedette al fratello nel 2008 rinunciando alla presidenza. Nel corso di una vita romanzesca si è sempre difeso dalle critiche con impeto visionario, ripeteva: “La Storia mi assolverà”.

    → Guarda il documentario “Fidel, la storia non raccontata” che mostra luci e ombre del suo regime

    26 novembre 2016
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    LEONARD COHEN, IL POETA CHE CERCAVA UNA PAROLA SOLA

    Era nato in una famiglia ebraica, il grande poeta e cantautore canadese, ma non aveva mai ripagato le sue origini con la riverenza della pratica. Nemmeno un ebreo scettico, Cohen, semmai un uomo a molte dimensioni, consapevole delle radici ma distante dall’‘avodà, la liturgia ebraica. L’esplorazione costante di terre, carni e attinenze lo ha ridotto, come ammoniva lui stesso, a una “doverosa” ricerca dell’Io a scapito degli affreschi talvolta un po’ velleitari dei suoi colleghi che menestrellavano a vanvera di scenari socio-politici se si eccettuano Dylan, Joni Mitchell, Randy Newman e pochi altri.

    La sua ammirazione per il Buddismo e quella più sconcertante (sebbene quasi fulminea) per Scientology lo avevano eletto uomo sempre alla ricerca. Lo stesso che, ispirato da García Lorca, aveva debuttato come poeta in una parentesi di vita vagamente hippie nell’isola greca di Hydra. Da lì aveva pubblicato le sue prime sillogi (“Flowers for Hitler” la più congrua) e le antologie di racconti ”The Favourite Game” e “Beautiful Losers” (la più interessante). Erano i primi anni sessanta.

    Naturalmente, non c’era solo ansia religiosa nelle sue parole. Album cruciali come “Songs of Leonard Cohen” o “Songs of Love and Hate” continuano a dirci con la sua voce baritona e accidentale della nostra solitudine, delle nostre depressioni, delle possibilità dell’estasi, del peso dell’odio e del sollievo cosmico che riconosciamo nell’amore. E tutto questo – si badi bene – senza mai dissipare un raffinatissimo retrogusto umoristico, quasi a scaraventare la forza delle sue strofe nella relatività più cocente. Ci rimangono le armonie delicate, struggenti e universali di “Suzanne” e “Hallelujah”, le nenie intenerite (“Sisters of Mercy”) e comunque l’indiscussa influenza culturale di un artista che, a pensarci bene, rispondeva con flemma orientale a crucci tipicamente occidentali; lui che voleva “vivere per sempre” fibrillato dai suoi stessi interrogativi non estranei alla lapidarietà zen: “Vorrei poter dire tutto quello che c’è da dire in una sola parola. Odio tutte le cose che possono accadere tra l’inizio di una frase e la sua fine”.

    Nel tempo, colpevoli semplificazioni l’hanno scambiato per un vate della noia, stucchevole e un po’ piacione, un teorico di astrazioni parafilosofiche, il vessillo proto new age di generazioni di pensatori senza sistema, ma Cohen aveva l’accortezza di non prendersi sul serio come invece buona parte della critica ha fatto, forse esagerando, con la sua Opera. Ha sempre sciacquato la tentazione del misticismo nelle acque certe del pianeta Terra come un vecchio canadese è abituato a fare.

    Una volta tenne a precisare a un quotidiano inglese, quasi sbottando lui così compassato: “Spesso mi accusano di essere ostico e malinconico. Credo di essere probabilmente l’uomo più allegro in giro. Io non mi considero affatto un pessimista. Per me un pessimista è qualcuno che si aspetta la pioggia. Beh, io mi sento bagnato fino alle ossa. La speranza non è mai stata una gran consolazione per me. Semmai credo che siamo semplicemente tenuti a essere forti e ottimisti. Penso sia stato Ben Jonson a dire di aver studiato tutte le teologie e tutte le filosofie, ma che l’allegria è più forte di tutto”.

    È morto a Los Angeles, aveva 82 anni.

    11 novembre 2016
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    DARIO FO, IL GIULLARE CHE SEPPE FARSI SERIO

    “Prima dell’aggravarsi delle sue condizioni aveva cantato per ore. Una cosa incomprensibile”, hanno detto i dottori dell’ospedale in cui era ricoverato da qualche tempo per complicazioni polmonari. Ma con uno come lui la cosa era comprensibile assai, considerando la folle parabola di un genio iconoclasta e militante, vertiginoso nel suo scavare fra le pieghe oscure della nostra penisola ambigua.

    Aveva 90 anni e se n’è andato tre anni dopo la sua amata Franca Rame lasciando un segno indelebile nella cultura e nello spettacolo del nostro Paese. La Storia lo ricorderà non solo per il suo irriverente (e così istruttivo) “Mistero Buffo”, non solo per il suo grammelot esemplare e mai casuale, non solo per le sue prime, divertite, colorite apparizioni cinematografiche ai limiti della comparsa, ma soprattutto per la sua originale integrità morale (dati i tempi che la sua vecchiaia lo ha costretto a vivere) che lo ha portato a interpretare senza sussiego – tantomeno ovvietà – la contraddittoria realtà politica italiana. Se ne va un grande uomo che era anche un grande interprete degli uomini contemporanei, mai domo, mai prevedibile.

    Lui è stato quello che da Nobel della Letteratura 1997 ha debuttato a 90 anni come romanziere con “La figlia del Papa”, ecco cosa ne pensammo:
    Dario Fo: “La figlia del Papa” è il suo primo romanzo. Rivaluta la figura di Lucrezia Borgia

    13 ottobre 2016
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    ANDRZEJ WAJDA: CI HA MOSTRATO LA POLONIA COME UNA METAFORA, SINDACALE

    “Il cinema polacco ha sempre fatto di tutto per costruire un ponte con l’Occidente. La Polonia è parte dell’Europa, i polacchi si sono sempre sentiti occidentali. Dov’è il confine dell’Europa occidentale? Io dico che l’Europa finisce là dove arrivano le chiese gotiche. Dove c’è una chiesa gotica vuol dire che è arrivata non solo la religione cattolica, ma la civiltà mediterranea. Noi polacchi, pur con tutti gli ostacoli, le difficoltà che abbiamo incontrato nella storia, apparteniamo pienamente a questa cultura, a questa civiltà”.

    Europeista convinto, Wajda era soprattutto un regista della Storia. Tutto il suo cinema è stato acceso dagli scrupoli della memoria, e dalle sue ferite. Se Polanski ha esportato il suo genio regalando la sua ecletticità all’industria, Wajda non si è mai distratto dalla sua terra: avrebbe visto altri soggetti, altre tentazioni, altre produzioni come una sorta di diserzione.

    Un regista civile, come si diceva un tempo, di quelli che oggi avvisti giusto ai festival e un po’ di fretta. I registi civili ce li siamo persi quasi tutti al crepuscolo degli anni settanta. Il che, direbbero i più cinici, non è detto sia stata una grave perdita. Le vittime dei dibattiti, dei cineclub schieratissimi e della critica militante, macroideologica e intellettualistica, si contano ancora oggi e portano i lividi dei vari Aristarco e Sadoul. Eppure, certo cinema politico è comunque necessario per stimolare le coscienze, per costruire immagine dopo immagine un barlume di consapevolezza in platee irretite da blockbuster e buchi della serratura.

    Il nostro cinema civile, per esempio, ha significato molto per l’emancipazione culturale di un Paese stordito dalla guerra e soprattutto dal dopoguerra. I film di Rosi, Petri, Maselli ci hanno aperto gli occhi su un’Italia occulta e corazzata, sordida e corporativa. Lo stesso ha fatto il cinema austero (ma di un’austerità assai potente visivamente) di Andrzej Wajda che ha vinto la Palma d’oro a Cannes nel 1981 con “L’uomo di ferro” e nel 2000 ha ricevuto l’Oscar alla carriera.

    In realtà, il primo film che aveva rivelato il suo cinema risentito è stato “L’uomo di marmo” nel 1977. Un manifesto iconico (un mezzo busto costruito di mattoni da cui si libera una colomba), una protagonista intensa (Krystyna Janda) e un plot che accentua le storture del regime, le violenze alla memoria popolare, la Storia che si flette alla propaganda. Un film riuscito e seminale. Dopo, Wajda ha sostanzialmente elaborato la stessa storia nel pur acclamato ma meno accecante “L’uomo di ferro” in quel frangente storico (1980/81) nel quale uno Sciopero nei Cantieri Lenin di Danzica aveva dato origine al sindacato Solidarność, indipendente dal potere politico.

    Nel 2013 era infine tornato sul tema con “L’uomo della speranza”, film sul premio Nobel Lech Walesa: “Vista la mia età ho potuto seguire il cammino della Polonia prima della Seconda guerra, sotto l’occupazione nazista e il comunismo fino al raggiungimento della libertà. Sicuramente so valutare chi è il colpevole e chi è un eroe e sono convinto che un eroe indiscusso dei nostri tempi è Lech Walesa. È il primo operaio che nella storia del nostro Paese ha svolto ruolo fondamentale: normalmente a spingere verso la democrazia sono gli intellettuali e l’aristocrazia. Ma quando hanno agito loro, ogni tentativo di liberare la Polonia dal giogo della schiavitù finiva con l’insuccesso. E invece Lech Walesa ci ha portati alla liberazione senza spargimenti di sangue”.

    Nella sua vasta filmografia, sempre mossa da un istinto documentaristico, sono da ricordare almeno “Danton”, il rivoluzionario che suggerì invano a Robespierre pace e benessere per il popolo, e l’autobiografico “Katyn” del 2007 sul massacro di 22.000 ufficiali e soldati polacchi (compreso il padre del regista, Jakub) trucidati nella foresta di Katyń nel 1940 per ordine di Stalin.

    Il regista di Suwalki ha continuato fino alla fine a chiedere ai polacchi di ribellarsi al “culto della sconfitta” e agli eroismi vani che ne hanno scandito la Storia, e lo ha fatto con un cinema capace di approfondire il rapporto con il passato: “La differenza è che anni fa i temi prevalenti erano la politica e la società, oggi è l’uomo, i suoi drammi, i suoi desideri. E la morte, che ci aspetta dietro l’angolo, che non possiamo evitare”. Wajda è morto nella sua Varsavia a 90 anni per un’insufficienza polmonare.

    10 ottobre 2016
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    ERMANNO REA, IL GIORNALISTA CHE SI FECE SCRITTORE

    Era arrivato tardi alla letteratura, Ermanno Rea, ma la lunga, anche fortemente ideologica esperienza di giornalista (specie d’inchiesta) gli era valsa un prezioso riscaldamento, cosa peraltro condivisa con tanti autori che della carta stampata hanno fatto una palestra imprescindibile da García Márquez allo stesso Roberto Saviano. In più, Rea aveva sofisticato la sua prosa senza concessioni stucchevoli, senza ansie dimostrative (ricorrenti in chi si “promuove” da cronista a letterato), senza quel gusto iperbolico e incendiario di certi raccontatori vesuviani, semmai irrobustendo la grinta primigenia del cronista sul campo.

    Ha vinto il premio Viareggio nel ’96 con “Mistero napoletano” (uno splendido assolo autobiografico capace di rigenerare il racconto di una città fin troppo romanzata) e il premio Campiello nel ’99 con “Fuochi fiammanti a un’hora di notte”. La realtà e l’invenzione, la sporadica inclinazione satirica ne hanno fatto uno scrittore “testimone dei suoi tempi”, a suo modo interventista rispetto allo scorrere epocale, proprio come piaceva a Moravia che voleva che la penna di un autore fosse comunque interrogativa, quasi potesse disegnare quello che si trovava di fronte. Per questo in Rea convivevano una rigogliosa agilità di scrittura (degna a tratti di Peppino Marotta, suo funambolico concittadino) e un’attenzione stringente rispetto al dipanarsi della Storia di cui registrava inquietudini e pericolose derive.

    Per esempio il tramonto della lettura, come ebbe a confidare a Francesco Erbani de la Repubblica: “Ho davvero paura che il mondo smetta di leggere. È una paura propria del nostro tempo. Che di paure ne alimenta tante. Ammetto che nel romanzo potrei aver dilatato letterariamente un simile scenario. Ma spesso m’interrogo su che cosa sarebbe il nostro mondo senza la lettura. Come potremmo immaginare la rivoluzione bolscevica senza Gogol e Dostoevskij? Gli uomini che odiano i libri non si contano. In Italia sono la maggioranza assoluta, lo dicono tutte le statistiche. Ci sono i disarmati, cioè gli analfabeti e i semianalfabeti. E questi ci sono sempre stati. Ma ci sono i consapevoli, cioè i più esecrabili, perché sanno quello fanno”. È morto nella sua casa romana, aveva 89 anni.

    13 settembre 2016
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