| A un certo punto diteci perché Medicina del Lavoro: intervista
con Maurizio Portaluri
LA COGNIZIONE
DEL DOLORE
Baia San Felice - Vieste,
Gargano, un primo pomeriggio di luglio, immersi
in una salamoia di cicale e di luce a voler
insistere con più concreta citazione da Gadda.
Ancora solidali sodali qui sul bianco motoscafo
in placide acque calde come già molti anni fa
nei corridoi tristi della formazione
universitaria.
di GIANFRANCO DE MAIO
Il
dottor Maurizio Portaluri opera in qualità di
aiuto nel reparto di Radioterapia dellOspedale
Casa Sollievo della Sofferenza di San
Giovanni Rotondo, in provincia di Foggia, noto
oltre che per il buon livello organizzativo e la
modernità delle infrastrutture, perché
collegato alla dinamica del mito religioso di
Padre Pio da Pietralcina. Ci conosciamo bene dal
tempo dellUniversità, quando disegnavamo
per il nostro futuro scenari meno scontati
rispetto a quanto ci veniva prospettato.
Facevo
il medico secondo le norme e i dettami della
nostra formazione. Senonché mi sono imbattuto
intorno al 94 nella lettura di un dossier, che
era stato raccolto da Gabriele Bortolozzo,
operaio dellEnichem di Porto Marghera,
sulle lavorazioni di produzione di PVC (cloruro
di polivinile). Trattandosi di un autodidatta
circa le conoscenze di chimica e degli effetti
sulla salute di quelle sostanze, mi sorprese
molto la precisione con la quale aveva allestito
questo dossier. Egli descriveva in maniera molto
dettagliata le condizioni di produzione e, cosa
che mi impressionò, la ineluttabilità dellesposizione
a delle sostanze in grado di provocare tumori.
Nello stesso tempo, a distanza di venti, trentanni
dallinizio di quelle produzioni, andava a
verificare le condizioni di salute di coloro che
erano stati suoi compagni di lavoro in quei
reparti, e raccoglieva una serie di dati, di casi
di ammalati e di morti, che insieme a quel
dossier sono stati oggetto di un conseguente
esposto alla magistratura. Mi colpì intanto il
carattere laico dellautore di
quel dossier, perché non era né un chimico né
un medico; e poi appunto lineluttabilità
della malsana esposizione, il fatto che fosse
conosciuta ai produttori, il fatto che fosse
intrinseca alla produzione stessa, quindi che
fosse notoria la possibilità, anzi la certezza
che chiunque vi lavorasse dovesse inspirare
queste sostanze cancerogene.
Quando
allinizio del 95 venne nellambulatorio
del reparto un operaio che aveva lavorato allEnichem
di Manfredonia, ora paziente neoplastico,
abbastanza naturalmente avvenne che io
cominciassi a pormi delle domande riguardo
alla sua malattia e alle eventuali esposizioni.
Devo aggiungere che intanto ero venuto anche in
contatto con alcune persone che avevano aiutato loperaio
di Porto Marghera nella elaborazione del dossier;
queste persone mi avevano anche ricordato che a
Manfredonia, cioè in territorio prossimo al
presidio ospedaliero in cui esercito la mia
attività professionale, fosse impiantata una
produzione chimico-industriale che esponeva
egualmente allazione di un cancerogeno, lArsenico,
e come nel 76 si fosse verificato un incidente
durante il quale si era prodotta dispersione di
questa sostanza nella fabbrica e nellambiente
esterno. Da dieci tonnellate, secondo le
dichiarazioni ufficiali, a trenta, per le non
ufficiali.
Loperaio
di Manfredonia, intanto non era proprio un
operaio ma un capoturno, aveva 45 anni, si
chiamava Nicola Lovecchio ed era portatore di
neoplasia polmonare. La cosa che non tornava sul
piano epidemiologico intanto era letà, in
secondo luogo lassenza di ogni abitudine al
fumo, per cui, suggestionato fortemente dalla
lettura dal dossier di Gabriele Bortolozzo, presi
a porre a Nicola Lovecchio delle questioni
riguardo al tipo di produzione in cui era stato
impegnato, impiegato, su quali sostanze in
realtà al di là del prodotto finale
componessero il ciclo, e quindi quali potessero
essere state le polveri e i gas che lui aveva
respirato in venticinque anni di lavoro.
Incominciò
così una ricerca sul ciclo produttivo: in
sostanza io gli facevo delle domande, lui mi dava
delle risposte, e io poi chiedevo ancora,
cominciò insomma un lavoro di indagine logica e
procedemmo a mettere per iscritto questo ciclo
produttivo, a elencare le sostanze che potevano
essere state in contatto con la sua persona. La
cosa più interessante di questa ricerca era che
a me molto termini tecnici della vita di fabbrica
risultavano assolutamente sconosciuti, quindi io
facevo fatica a seguire via via che la sua
esposizione diventava sempre più tecnica, e
quindi lui mi aiutava anche con degli schizzi
delle macchine, degli strumenti che venivano
impiegati; ci avvalemmo, è inutile dire, del
supporto di persone esperte del settore che a
distanza leggevano le nostre relazioni e ci
spingevano o ci indirizzavano verso ulteriori
approfondimenti. Sta di fatto che dallUrea
che questuomo insaccava nel suo reparto, e
che di per sé è una sostanza assolutamente
priva, almeno allo stato delle conoscenze, di
effetti cancerogeni, cioè non è in grado di
provocare dei tumori come quello che Nicola
aveva, giungemmo a scoprire che era venuto in
contatto con altre sostanze tossiche, tra cui lo
stesso Arsenico dal quale lui era stato
contaminato nel 76, tanto da avere poi delle
analisi urinarie con valori elevatissimi;
stilammo quindi unelencazione sequenziale
di sostanze, dalla Formaldeide alle polveri
stesse disperse allinterno del reparto, in
verosimile rapporto con la malattia.
Questa
ha rappresentato la mia prima esperienza di
ricerca delle cause di una malattia non solo e
non tanto ad interesse terapeutico, laddove, come
sai, diversi sono gli orientamenti culturali che
ispirano la nostra formazione professionale.
Perché
tu dici: seguivo i dettami... senonché
mi imbattei... ?
Senonché...
secondo me questo contatto ha modificato il mio
modo di pormi nei riguardi delle persone malate.
Giustamente cè il compito di curare, e noi
abbiamo imparato a curare le malattie, quindi non
curiamo neanche le persone, però diventa
altrettanto doveroso accertarsi, cercare sempre
le cause delle malattie perché può essere
importante forse non per il singolo paziente
sotto osservazione, il diretto interessato (poi
su questo ritornerò, perché questesperienza
invece è stata importantissima per il paziente
Nicola), ma diventa essenziale per la
prevenzione, perché la conoscenza e la
informazione circa le cause delle malattie
significa evitare di esporre delle persone
inconsapevolmente e senza alcuna protezione a
degli agenti dannosi.
Tu
dici che ti sei imbattuto nel dossier. Si
trattava di una lettura extralavorativa ?
Era
una rivista, Medicina Democratica, a
cui ero abbonato e che avevo scoperto qualche
anno prima per un altro dossier sulle produzioni
alimentari nel Terzo Mondo. Avevo trovato
pubblicizzato un numero speciale dedicato allanalisi
delle condizioni di lavoro nelle piantagioni di
cacao e di caffè in Sudamerica, e del rapporto
tra queste produzioni e le importazioni in
Europa, e anche in quel caso mi aveva
impressionato limpiego indiscriminato dei
pesticidi sulle coltivazioni mentre i lavoratori
erano là presenti, con conseguenti danni alla
vista per esempio. Quindi mi abbonai, e dopo
qualche anno comparve il numero speciale col
dossier che è stato alla base della denuncia
alla Procura di Venezia, a partire dalla quale è
originato il processo allEnichem in corso
in questi mesi, linchiesta Casson.
Quindi,
quando Nicola Lo Vecchio è venuto da te, lui non
aveva collegato che la sua malattia potesse avere
una causa lavorativa ?
No,
assolutamente. Lui è venuto da me per un
controllo. Era stato già operato da un anno ed
era già stato sottoposto a radioterapia, ma non
lavevo seguito io in quella fase. Da me era
venuto semplicemente a sottoporsi ad una visita
di controllo ospedaliera di routine, nel Centro
di radioterapia con cui aveva iniziato il
rapporto di cura. Capitava che quel giorno ero di
turno io.
E
lui come ha reagito quando tu gli hai
prospettato, magari come ipotesi di lavoro, che
poteva esserci un rapporto tra la malattia e la
precedente attività lavorativa ?
Gli
ho fatto delle domande invitandolo a fare questo
approfondimento. Ricordo però che tra questo
primo incontro e linizio di un lavoro
serrato di ricerca, cè stato da parte mia
un contatto con alcuni tecnici che mi avevano
fornito della documentazione su quello che era
successo nel 76 a Manfredonia (cfr. Stanotte
è nevicato di M.Portaluri, su Medicina
Democratica n.109, 96. ndr). In breve, il 26
settembre 1976 era esplosa una colonna dellimpianto
di produzione di Ammoniaca; questa colonna
conteneva dellAnidride arseniosa che è un
noto cancerogeno in grado di produrre tumori
polmonari, della pelle, del fegato e dellintestino,
e che veniva impiegato, a detta dellazienda,
a ciclo chiuso, cioè come
catalizzatore, quindi pur prendendo parte alle
reazioni in teoria non doveva residuare nel
prodotto, quellAmmoniaca che poi serviva
per sintetizzare lUrea che è un
fertilizzante agricolo. In realtà dal ciclo la
sostanza uscì, perché la colonna esplose e
sulla città si riversarono queste tonnellate di
Anidride arseniosa, con centinaia di persone
intossicate anche nella popolazione, proprio
pochi mesi dopo lincidente di Seveso.
Seguì ovviamente un intervento di bonifica allinterno
e allesterno degli impianti, ma più tardi
emerse che i lavoratori con tassi di Arsenico
urinario elevati, messi in infortunio, standosene
a casa ottenevano la normalizzazione dei valori,
ma quando per dei controlli molti di loro furono
richiamati sei mesi dopo, già rientrati in
fabbrica, quei valori risultavano nuovamente
elevati, il che starebbe ad indicare che
probabilmente la bonifica non sarebbe stata così
radicale da escludere una esposizione successiva,
e che lArsenico doveva essere ormai
profondamente inserito nellambiente della
fabbrica.
Questo
è un episodio del 76. Mi stai dicendo che da
allora fino al 94-95, per quasi ventanni,
non è stato preso nessun provvedimento?
Bè,
ufficialmente dopo lesplosione si diede
luogo ad interventi consistenti nel rimuovere gli
strati superficiali dello stabilimento, nellirrorare
molti ettari intorno con sostanze in grado di
fissare questa Anidride arseniosa, ma per le
caratteristiche di questa sostanza, estremamente
volatile, in realtà le possibilità di bonifica
erano più teoriche che concrete. Cè da
considerare inoltre che quel processo di
produzione poteva avere delle alternative, già
note in quegli anni. Cioè la reazione di
purificazione dellAmmoniaca poteva essere
condotta con sostanze che erano innocue rispetto
allArsenico. Il problema poi di questo tipo
di malattie è che insorgono alcuni decenni dopo
lesposizione, per cui allepoca i
procedimenti di tipo giudiziario avviati non
sortirono nessun effetto probabilmente perché
era difficile stabilire se quellincidente
avesse delle responsabilità particolari e quindi
ovviamente tutto fu attribuito alla fatalità.
Allepoca non so se ci furono dei
risarcimenti, forse agli agricoltori, perché le
attività agricole e la pesca furono fermate a
causa delle tonnellate di veleno riversate sulle
coltivazioni fino al mare. Però non credo ci
siano stati risarcimenti per danni alle persone
anche se si contarono diverse decine di
ricoverati per intossicazione.
Dicevi
prima che questesperienza è servita allinteressato,
puoi tornare su Nicola...?
Nicola
oltre alla sventura di contrarre una malattia
tumorale ai polmoni, ebbe anche laltra di
subire un errore diagnostico due anni prima della
comunicazione della diagnosi. La diagnosi di
tumore polmonare fu formulata nel novembre 93, a
seguito di un esame radiografico eseguito per dei
controlli in fabbrica, ma lui già aveva il
tumore due anni prima. Ce ne siamo accorti in
maniera occasionale, dopo che comunicai al
giudice il riscontro di questa probabile malattia
professionale, perché questo prevede la legge,
fui chiamato dal magistrato a cui era stato
assegnato lesposto, che mi pose dei quesiti
che poi si dimostrarono privi di una importanza
giuridica. Mi chiese quando poteva essere insorta
la malattia: non ceravamo capiti bene, la
sua preoccupazione era che fosse passato troppo
tempo e che quindi la pena fosse andata in
prescrizione. Falso problema, lui stesso non vi
fece più cenno, però come sai un tumore che si
manifesta oggi ha una storia biologica lunga
anche diversi anni, durante la quale è nascosto
e non è percepibile con gli strumenti di cui
disponiamo per la diagnosi. Ciononostante il
giudice mi chiedeva quando potesse essere insorta
la malattia e io risposi che non era possibile
stabilirlo, cerano dati di letteratura per
i quali un tumore con quelle caratteristiche
poteva avere incominciato a crescere e formarsi
12 anni prima, però ogni individuo è diverso
dallaltro, ogni tumore ha una velocità di
crescita diversa dagli altri. Lunica cosa
che pensai potesse aiutare a giungere a una
risposta per questa domanda, era una
rivalutazione dei precedenti radiogrammi eseguiti
in fabbrica, andando a cercare qualche accenno di
malattia. Perciò pregai Nicola di procurarmi
copia dei radiogrammi del torace effettuati in
precedenza. Ricordo il giorno in cui venne a
portarmeli in Ospedale, io ero in reparto e con
me cera un collega più giovane che faceva
la specializzazione, quindi un collega appena
laureato; presi le radiografie, le infilai sotto
il diafanoscopio, accesi e fu subito evidente la
presenza di una macchia al polmone di destra
nella stessa zona in cui due anni dopo fu
riconosciuta la lesione, al punto che lo stesso
collega più giovane subito me la indicò,
nonostante le più ridotte dimensioni, per dire
che era di unevidenza grossolana.
Contemporaneamente Nicola mi mostrò il referto
relativo che considerava lesame negativo,
cioè normale, e così era stato archiviato e
nessuno se ne accorse.
Perché
venivano eseguiti questi radiogrammi, era una
prassi ?
Sì,
era una prassi perché le leggi sulla sicurezza
sul lavoro impongono una sorveglianza medica
periodica sui lavoratori. Sorveglianza medica
che, a parte il caso specifico in cui non è
servita a niente, a volte copre situazioni in cui
i lavoratori sono esposti a dei pericoli senza
che la sorveglianza possa rimediarvi. Il mio
parere è che va eliminata lesposizione
alle sostanze pericolose, non può nulla una
sorveglianza a posteriori, per quanto frequente e
approfondita, di fronte ai danni provocati dallesposizione
a sostanze nocive.
In
fabbrica sapevano di questa vostra ricerca ?
Cominciammo
la ricerca poco prima che Nicola chiedesse la
pensione di inabilità. Quindi è rimasto in
fabbrica solo durante i primi mesi della sua
ricerca, interpellò dei colleghi più esperti e
più introdotti nei cicli produttivi, ma
contemporaneamente io lo spinsi alla ricerca dei
casi di tumore tra i suoi compagni di lavoro.
Una
ricerca empirica, sul campo...
Sul
campo, attraverso la richiesta di notizie,
attraverso la memoria sua, dei suoi compagni di
lavoro, la richiesta di informazioni e di
documentazione medica ai familiari, per cui si
giunse a redigere un elenco di venticinque
lavoratori, sette dei quali solo nel suo reparto,
affetti da tumori correlabili a quelle
esposizioni.
Riguardo
alla modalità della ricerca, essa oltre ad
essere sul campo, ha avuto come protagonista chi
lavorava, e non dei tecnici che conoscono la
teoria del processo produttivo, quindi al di là
dello schema di partenza, il concreto svolgimento
della indagine è stato condotto da chi aveva
lavorato ed era stato offeso, e la descrizione
era fedelissima e a volte anche cruda, perché la
polverosità dellambiente in cui erano
stati impiegati era decisamente eccezionale.
Avevano operato però comunque in uno spirito di
collaborazione, per così dire, con lazienda.
Lo stesso Nicola riconosceva di essere stato uno
stakanovista nei tempi in cui la fabbrica tirava
a pieno ritmo, e di aver incitato tutti a
contribuire a mantenere gli impegni di
produzione, e ovviamente anche nell89,
quando, scoperto il tentativo di scaricare nello
stabilimento rifiuti da una nave dei veleni, ci
fu una vera rivolta popolare con scontro tra
operai dellEnichem e le popolazioni, anche
in quella circostanza Nicola e gli altri colleghi
erano a difesa del posto di lavoro e dellazienda.
Ci
sono però stati due momenti in cui questa
persona dal carattere estremamente mite, anche
troppo mite per le conseguenze che stava subendo,
ha manifestato degli atteggiamenti di stizza,
anche un irrigidimento nei miei confronti. Io
più volte mostravo difficoltà a capire come si
svolgevano alcune manovre allinterno del
reparto, e chi ci seguiva a distanza, gli
esperti, insisteva perché fosse sviscerata la
modalità quotidiana di lavoro per stabilire
proprio con esattezza lintensità dellesposizione
dei singoli lavoratori nelle singole posizioni
nelle singole mansioni alle specifiche sostanze;
in occasione di uno di questi momenti di mia
difficoltà a capire, lui mi rispose seccato:- E
sì ! perché voi medici nelle fabbriche non
venite mai, quindi non capite niente di queste
cose.- Sempre a questo proposito mi raccontò
rammaricato del medico di fabbrica, non diretto
responsabile della mancata diagnosi tempestiva
del tumore, ma trattandosi di colui che aveva
archiviato quelle radiografie e annotato sul
documento sanitario la negatività dellesame,
probabilmente se vi avesse perso un po di
tempo la prognosi della malattia di Nicola
sarebbe potuta cambiare. Laltro momento in
cui alterò la sua mitezza, fu il giorno in cui
mi portò le radiografie che gli avevo chiesto
circa lesame di due anni prima, quando gli
comunicammo, se ne accorse lui stesso, che la
lesione era già presente allora; in quel momento
manifestò rabbia nei riguardi dellazienda,
dei medici che lo avevano seguito, capendo che
una diagnosi precoce, anche solo di due anni, non
lo avrebbe portato nelle condizioni che poi
avrebbero causato la morte, in quel momento
infatti la malattia aveva già dato delle
metastasi.
Nicola
si sottopose a una chirurgia sul polmone per
asportare il tumore, poi a una radioterapia, poi
alla comparsa delle metastasi iniziò una
chemioterapia che si rivelò non sopportabile, ed
ebbe la fermezza di decidere di non proseguire la
chemioterapia peraltro di utilità questionabile.
Ad incidere sulla sua mente e quindi sullevoluzione
della malattia che si portava dentro, io sono
convinto sia stato piuttosto il suo impegno,
immagina che per la redazione della relazione lui
doveva avere tutta una serie di contatti, di
colloqui, raccogliere del materiale, e lo stesso
per la raccolta dei casi di malattie e tumori tra
i compagni di lavoro egli svolgeva unattività
di contatti telefonici, visite: ecco perché
accennavo allimportanza dellesperienza
di ricerca delle cause a carico del paziente
Nicola. La sua sopravvivenza è stata largamente
superiore alla media che normalmente è riportata
dai testi per questo tipo di malattia, e lui ha
conservato fino agli ultimi quindici venti
giorni, fondamentalmente unautonomia e una
buona qualità della vita.( Nicola Lovecchio è
deceduto il 9 aprile 1997 alletà di
quarantanove anni. ndr).
E
tu, tu come sei cambiato ?
Mah...
Intanto a seguito di questa vicenda, che ancora
non si è chiusa e credo che durerà almeno una
decina di anni perché le vicende giudiziarie
hanno questi tempi, è stata la prima volta in
cui ho avuto dei rapporti con la Giustizia,
naturalmente non come indagato, ma ti posso
assicurare che, probabilmente per la nostra
mentalità per cui in fondo poliziotti e giudici
sono tutti sbirri dai quali è sempre bene stare
lontano, non è stato un rapporto piacevole. Daltro
canto il fatto di aver semplicemente assolto, e
questo tengo a precisarlo, un obbligo di legge,
ha provocato un grosso interesse giornalistico e
quindi una notorietà che nellambiente
medico è stata accolta in maniera negativa,
perché forse si è pensato che io volessi
semplicemente esibirmi, diventare un personaggio
pubblico, e quindi ricercassi visibilità e
pubblicità; considera poi che molti casi di
lavoratori morti o ammalati che con Nicola
abbiamo denunciato, sono passati nellOspedale
in cui io lavoro, quindi probabilmente altri
colleghi avrebbero potuto o dovuto fare quello
che ho fatto io. La stessa istituzione
ospedaliera, avendo filtrato la maggior parte di
questi casi, non ci fa una figura, diciamo, molto
bella, soprattutto se lindagine penale
porterà ad appurare responsabilità o
addirittura nuovi casi oltre a quelli da noi
individuati con la modalità della ricerca sul
campo.
Mi
ha cambiato nel senso che non mi soddisfa
definitivamente più lattività medica tesa
soltanto alla cura. Un po come i servizi
sociali che cercano di recuperare il frutto dellemarginazione,
la medicina che pone rimedi ai danni che produce
la ricerca del profitto senza rispetto della
salute, questo tipo di medicina, quella a cui noi
siamo educati, non mi basta più e quindi
considero ormai ogni rapporto con lammalato
occasione per trarre elementi che possano servire
alla prevenzione. Inoltre rendendomi così
conto che le malattie, e sarebbe meglio parlare
delle persone ammalate, hanno una storia ed è
questa storia la causa del malessere, penso di
poter dire senza paradosso che i medici sono
troppo pochi contrariamente a quello che si pensa
e si sostiene. Vedi, per capire veramente la
storia di una persona sarebbe necessario tanto di
quel tempo e tanto di quel lavoro imprevedibile
per unorganizzazione ospedaliera e pure
territoriale che è invece tutta orientata a
compiacersi della quantità delle prestazioni da
erogare piuttosto che della qualità intesa come
interazione con la persona ammalata; con questo
non voglio dire che i tumori non debbano essere
curati pur essendo mortali nella maggioranza dei
casi, ma sono convinto che una prevenzione vera,
che non è quella di fare gli esami per ricercare
il tumore nella fase più precoce possibile, ma
è quella che allontana le persone dallesposizione
che causano il cancro o allontana le esposizioni
dalluomo, una prevenzione vera può
risparmiarci anche il 30% di tumori. Allo stesso
tempo va recuperata la capacità di guarigione
degli individui, e quindi la figura del medico e
tutta lorganizzazione sanitaria va
ribaltata rispetto allattuale, e cioè la
persona o la collettività che è a rischio di
subire un danno va posta al centro di un processo
in cui la persona o la collettività ricerca la
salute perduta, e i medici e le strutture
sanitarie sono accanto o intorno a questi
soggetti come ausilio nella riconquista della
salute. E una cosa impossibile da
realizzare finché permane questa organizzazione
per la quale la finalità è lefficienza,
quindi la quantità delle prestazioni erogabili
senza nessun riferimento allefficacia delle
prestazioni stesse.
I
medici a un certo punto devono dire perché...
succedono le cose, a questo servono ?
Sì,
devono far capire anche perché succedono. Dalle
cause si possono impostare dei programmi per
evitare che delle malattie si manifestino...
Insomma oggi ci sono queste malattie degenerative
che sono le più frequenti cause di morte, e non
dipendono solo dallallungamento della vita
media, dipendono da stili di vita, dallinquinamento
ambientale; per i tumori si sa che ne dipendono
per l80% dei casi, e nonostante la crescita
progressiva della spesa in farmaci e tecnologie,
sostanzialmente i risultati sono immodificati da
ventanni, le percentuali di cosiddette
guarigioni sono più o meno stabili mentre il
numero complessivo dei casi aumenta, e da questo
circolo vizioso non si esce se non riducendo le
esposizioni, il che non avviene perché questo
significa mettere in discussione assetti
economici e interessi molto forti, interessi che
possono avere buon gioco anche nella fase della
cura. Faccio un esempio senza andare molto
lontano, qui in Puglia nel leccese cè una
grossissima e diffusa industria calzaturiera,
industria che fino al 63 poteva usare il benzene
come solvente, poi è stato bandito ma
sicuramente è stato impiegato anche dopo perché
cè da considerare che si tratta di unattività
così capillarmente diffusa che molte commesse
sono lavorate a domicilio; con tutto il Benzene
impiegato finché si è potuto impiegare, questa
industria avrà prodotto, come noto in
epidemiologia, tutta una serie di malattie
neurologiche legate ai solventi e tumori legati
alla lavorazione delle scarpe, tipo i tumori dei
seni paranasali; difficile credere che qualcuno
sia stato mai denunciato e tanto meno qualcun
altro indennizzato, però la capofila di queste
industrie lì nel leccese è uno dei più grossi
sponsor della lega anti-tumori di quella
provincia ed è anche uno dei più grossi
azionisti di una clinica privata che andrà a
curare i tumori in quel territorio. Mi pare siamo
lontani migliaia di anni luce dal cuore del
problema salute.
Tu
sostieni che nella nostra formazione manca la
nozione di Medicina del lavoro, cosa vuol dire ?
I
medici in genere non conoscono quali possono
essere le lavorazioni a rischio e le malattie
correlabili, e quindi molto spesso la
sottovalutazione del fenomeno delle malattie
professionali origina da questa carenza
culturale, mentre come accennavo un altro aspetto
può essere la volontà di non nuocere ai datori
di lavoro, spesso con la motivazione che il
sollevare questioni di questo tipo può provocare
perdita dei posti di lavoro. In realtà lesperienza
insegna che è vero il contrario, e anche il caso
Manfredonia in questo senso è emblematico in
quanto lEnichem qui ha chiuso ogni
produzione nel 93, perché laddove i problemi
ambientali e di sicurezza e salute dei lavoratori
vengono sottovalutati, prima o poi quellazienda
chiude, e perciò dal punto di vista della tutela
dei posti di lavoro sarebbe forse molto più
fruttuoso un atteggiamento di estrema vigilanza e
cautela circa la sicurezza e la salute.
LEnichem
a Manfredonia ha chiuso perché cera
probabilmente un disegno complessivo di chiusura,
ma cominciava a diventare pure difficile
riconvertire il sito, perciò il contratto darea
stabilito per Manfredonia serve a far andare via
lEnichem senza tutte quelle procedure di
bonifica e di smantellamento di impianti che
invece sarebbe necessario. Lì cerano due
produzioni, una di fertilizzanti che ha tirato
fino al 93, ed una di precursori del nylon,
chiusa nell89 perché alcuni scarti di
lavorazione non potevano più essere smaltiti in
maniera conforme alle leggi che cominciavano a
tutelare lambiente; invece lUrea si
è chiusa per dei vincoli della CEE sulla
produzione. Anche qui tieni conto che il
procedimento che impiegava lArsenico, prima
era utilizzato anche in altri stabilimenti della
stessa azienda al nord, per la produzione di
Metanolo per esempio, ma a seguito di lotte
operaie era stato altrove sostituito, invece a
Manfredonia ha continuato a essere impiegato.
Peraltro immediatamente dopo lincidente del
76, questArsenico dato per incapace di
fuoriuscire dal ciclo, doveva essere reintegrato
ogni anno in quantità di diverse centinaia di
chili, ovviamente su questo ci sono controverse
testimonianze e controversi documenti, tra
azienda e gruppi di lavoratori richiedenti
riconoscimento di invalidità in sede
giudiziaria; fatto sta che lArsenico veniva
consumato e quindi da qualche parte andava a
finire, per cui il ciclo non era chiuso. Si può
dedurre che ci sia stata, oltre allincidente,
una esposizione in continuo durante il normale
funzionamento.
Laltra
cosa importante è che nessuno meglio di chi vi
è addetto può descrivere una modalità di
lavoro. Questo è importante sia dal punto di
vista medico sia dal punto di vista ecologico.
Ancora ho imparato che nessuno meglio di chi è
esposto a un pericolo può tutelarsi, e questo
vale sia sul lavoro che nella vita urbana, se si
diventa consapevoli, perché nessuno ti mette al
sicuro dai pericoli se non ha un interesse
specifico. A seguito di questa esperienza ne ho
condotta unaltra allinterno dellOspedale
sui problemi della sicurezza, riproponendo il
metodo dellautoanalisi dei rischi nei vari
reparti; abbiamo evidenziato molte situazioni di
pericolo in diversi reparti in cui vi era
manipolazione di farmaci antiblastici. Con la
coscientizzazione degli addetti, diffusione di
informazione, e organizzazione di proteste,
richieste nei riguardi del datore di lavoro,
esibendo anche la legge che in Italia è molto
avanzata nel merito, nel giro di pochi mesi si
sono potute sistemare situazioni a vantaggio
degli stessi lavoratori, ma alla fine a vantaggio
della stessa azienda, perché giusto un anno dopo
la nostra battaglia per manipolare gli
antiblastici in maniera decente, in un Ospedale
barese sono stati i Nas a rilevare situazioni
irregolari e pericolose.
Passato
il tempo della cura e della malattia, la memoria
della vicenda Lovecchio rimane viva come ricerca
di verità giudiziaria. Quanto tempo è passato
dal tuo sospetto iniziale allinoltro della
denuncia?
La
ricerca è cominciata nel gennaio 95, e la
denuncia è stata presentata nel luglio 96. Un
anno e mezzo, ma la relazione specifica sul caso
di Nicola ha impegnato cinque mesi di lavoro,
molti tempi erano legati alla consultazione di
esperti, allo scambio di materiale, alla
acquisizione di pareri. Poi Nicola ha sostenuto
degli incontri pubblici, finché ha potuto, ha
partecipato con una sua lettera al convegno
nazionale di Medicina Democratica lanno
scorso... Lui molto spesso negli ultimi tempi
riceveva visite di operai che avevano qualche
malanno, poi non tutto era riferibile al lavoro,
e mi raccontava che erano tutti molto interessati
agli aspetti di risarcimento della questione e
lui li congedava, e un po schifato mi
diceva:- Noi, Mauri, siamo spiriti
nobili...- La sua adesione allesposto è
stata assolutamente spontanea; io e altri più
volte lo avevamo edotto circa le difficoltà a
cui avrebbe potuto esporre se stesso e
soprattutto la sua famiglia, perché lui ha
lasciato tre figli, uno solo maggiorenne al
momento della sua morte, nessuno che lavora, e
vivono della sua pensione. La cosa buffa è che
avendo dovuto sostenere due interrogatori in
tribunale, due incidenti probatori, perché il
giudice era preoccupato di perdere la sua
testimonianza in eventuale fase dibattimentale
del processo, il p.m. aveva chiesto a me un
certificato con la prognosi quoad vitam dellammalato,
e io, era il settembre 96, avevo scritto che
avrebbe avuto una prognosi di sei mesi; questo
certificato è capitato fra le sue mani con linformazione
di garanzia come parte lesa, allora lui mi ha
chiamato e io pensavo che linformazione di
garanzia si mandasse solo a quelli sospettati o
indagati per un reato, lui mi ha chiarito che
invece era come parte offesa, e poi ha aggiunto:-
Non sapevo di avere sei mesi di vita. Allora
bisogna assolutamente fare il viaggio di nozze
con mia moglie, perché quando ci siamo sposati
non labbiamo potuto fare, e adesso con la
liquidazione devo riparare a questa mancanza.-
Prognosi infausta di cui peraltro lui è stato
sempre consapevole, e quando comparirono le
metastasi cerebrali, nel lungo periodo in cui
ebbi anche la funzione di curante in senso
stretto, mi disse :- Lo so come va a finire
questa storia... dimmi quanto cè da
campare..- Io come al solito, dal momento che non
lo so quanto ognuno abbia da campare in queste
situazioni, gli dissi che non si sapeva, che cera
ancora qualcosa da fare, che potevamo farlo e che
lavremmo fatto.
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