Veronica a centrocampo
Atletica: la tachicardia di
Franco Fava
È come correre con una
benda sugli occhi
Negli anni settanta, Fava
è stato uno dei fondisti migliori della nostra
atletica leggera. Ma le sue corse erano
praticamente a handicap: soffrendo di
tachicardia, durante le gare era spesso costretto
a fermarsi per ritrovare la giusta frequenza
cardiaca. La sua testimonianza.
di CHIARA TEDONE
La corsa, uno sport in cui
non conta tanto arrivare, quanto arrivare primi,
battere gli altri sul tempo, non fermarsi ma
trattenere il fiato, dilatare i polmoni fino alla
fine per ottenere il massimo risultato.
Franco Fava è un corridore
ma le sue corse non si svolgevano normalmente,
correndo dallinizio alla fine, senza sosta.
Fava soffriva di tachicardia e ciò lo
costringeva ad effettuare delle pause durante le
corse.
Fava nasce a Roccasecca in
provincia di Frosinone il 3 settembre del 1952 e
tra il 1972 e il 1979 ha ottenuto ben 29 presenze
nella nazionale italiana, stabilendo numerosi
primati italiani nei 3000, 5000 e 10.000 metri,
nonché nella maratona.
La storia di Franco Fava è
molto particolare, poiché egli ha conciliato due
aspetti antitetici della vita di uno sportivo,
come una sorta di zen della corsa, trovando
lequilibrio necessario non solo per
arrivare alla fine della corsa, ma anche per
vincerla, superando anche coloro che non si erano
mai fermati, arrivando a fine carriera con una
velata nostalgia per quelle sue soste.
La sosta e la corsa: come si
sono conciliati questi due luoghi?
In realtà non li ho
mai conciliati, almeno allinizio. Dal
principio la subivo, senza accettarla. Il primo
attacco di tachicardia lho avuto a 17 anni
mentre correvo una corsa campestre a Ostia,
quindi ero troppo giovane per riuscire a capire e
accettare una cosa così in contrasto con le mie
aspirazioni di corridore. Ho sentito
improvvisamente la gambe e le braccia pesanti in
modo anomalo e ho dovuto effettuare una breve
sosta prima di ricominciare a correre.
Ogni quanto tempo effettuavi
la sosta? E quanto durava?
In realtà, gli
attacchi non si manifestavano ad ogni corsa ma
solo nel 10% dei casi, cioè una corsa ogni
dieci. Durava molto poco, circa 30-40 secondi e
la cosa curiosa è che, quando ripartivo, mi
sentivo molto meglio di prima, come se mi fossi
fermato a riposare per qualche ora.
Come ti giustificavi in
senso organico?
Il mio primo approccio
alla sosta è stato sicuramente misterioso,
oltreché di rifiuto e non accettazione. La mia
tachicardia non dipendeva da qualche anomalia
cardiaca, aveva un origine per così dire
misteriosa, anche perché non dipendeva neanche
dallo sforzo fisico. Infatti, poteva manifestarsi
anche alla partenza, non solo durante la
gara.
Correre con lansia
della sosta imminente: quali sono, se ci sono i
sintomi di preavviso?
È come andare in
corto circuito, senza nessun preavviso. È come
correre con una benda sugli occhi e, ad un certo
punto, finire in uno strapiombo. Il cuore va in
tilt, arrivando da 170 battiti al minuto fino a
300 e dovevo fermarmi, camminare per qualche
secondo e poi ripartire.
Quali stati danimo
provocava la sosta? Come la vivevi?
Il primo approccio,
come ho già detto, è stato misterioso. Non
capivo perché dovevo fermarmi mentre io volevo
correre. Poi, piano piano, ho cominciato a
imparare a convivere con la sosta. Ho imparato a
non dare mai tutto in una gara, a preferire la
durata, la resistenza, alla velocità e agli
scatti. Gli stati danimo che si sono
alternati in me sono stati tanti:
dallaccettazione fatalista, alla gioia
perché era comunque una giustificazione quando
qualche corsa non andava bene, rabbia, desiderio
di capirla. Ad un certo punto della mia carriera,
la sosta è diventata un momento aggravante. La
Federazione è intervenuta, fermando la mia
attività, in un momento molto particolare per lo
sport italiano. Era Domenica 17 novembre 1977 e,
mentre io correvo una maratona in Nuova Zelanda,
Renato Curi moriva sul campo di calcio per
arresto cardiaco. Allora la Federazione decise di
effettuare dei controlli medici per capire le
origini della mia tachicardia. Ho corso così,
nel 1978, una maratona Roma-Ostia con la
holter, una specie di macchina a cui
ero collegato che misurava i miei
battiti cardiaci, soprattutto al momento del
famigerato attacco. E, mentre correvo quella
maratona, ho sperato e desiderato che
lattacco arrivasse altrimenti avrei dovuto
subire una sosta ben più lunga e dolorosa.
Finalmente la tachicardia arrivò e i medici
dalla Federazione stabilirono che non era
pericolosa e che continuava ad avere un origine
più che mai misteriosa.
Come ha inciso la sosta
nella sua carriera sportiva?
Dopo i controlli della
Federazione, ho continuato a correre, fermandomi.
Ad un certo punto, però, la frequenza degli
attacchi aumentò, arrivando ad incidere per il
20%. Sono così iniziati dubbi e scrupoli sulla
necessità di continuare, di rischiare nelle
gare, di spingersi oltre il necessario, di voler
superare i propri limiti ad ogni costo. Così,
nel 1981, a soli 29 anni, ho deciso di smettere
lattività.
Come si svolgevano i tuoi
allenamenti? Cera una preparazione alla
sosta?
A dire il vero no.
Cera più che altro una tattica di gara.
Non ho mai fatto una gara cosiddetta
dattacco, ma ho sempre puntato su gare di
resistenza, cercando di allungare le gare e
di diluirne il tempo, cosicché anche se ero
costretto a fermarmi, avrei comunque potuto
recuperare le posizioni perdute. Nel 1981, ad
esempio, ho vinto la StraMilano effettuando una
sosta.
Quindi si può dire che
questa vittoria vale doppio...
Già, è vero, anche
se io non ho mai fatto leva su questa mia
caratteristica per avere più fama...
Addirittura, un giorno, Del Monte, un medico
dello sport, ha avuto il sospetto che la mia
sosta fosse inventata, fosse un scusa per
fermarmi durante le gare.
Conosci altri atleti che
erano costretti a fermarsi per problemi simili al
tuo?
Un giorno, stavo
camminando su Via Michelangelo a Firenze, quando
una macchina mi suonò e scese Bitossi, un
ciclista molto famoso negli anni 70.
Scoprii così che anche lui soffriva di attacchi
di tachicardia e ricordo che facemmo una bella
passeggiata parlando delle nostre soste, di come
erano diverse - la sua durava molto più a lungo
e sembrava affezionata a posti precisi tanto è
vero che ogni volta che, durante una corsa in
bici, passava per un punto in cui si era sentito
male precedentemente, ecco che lattacco di
tachicardia riemergeva dal nulla..- e degli
aspetti che le rendevano simili.
Sosta fisica e sosta
mentale: il corpo deve fermarsi ma la mente
continua la sua gara verso il traguardo..
Ecco, posso dire che
per questo ho fatto un vero e proprio
allenamento. Sai, non è facile riuscire a
mantenere la concentrazione necessaria, riuscire
a correre con la mente. Così, durante quei 30-40
secondi in cui camminavo a passo veloce, dovevo
concentrarmi, estraniarmi dalle sensazioni di
rabbia e scontento, respirare profondamente
cercando di rilassarmi per ristabilire il normale
battito cardiaco. Dovevo assolutamente prepararmi
mentalmente, non guardare mai indietro, perché
se un corridore guarda indietro in questi momenti
ha finito la gara, si ritira... Con la mente
continuavo a correre, a ripassarmi il percorso e,
quando tutto era finito, ripartivo esattamente
dal punto in cui mi ero fermato.
Adesso che non corri più,
come ti senti?
Fortunatamente, la
sosta alla fine è stata benevola e mi ha
lasciato quando ho lasciato lattività.
Adesso ho ricominciato ad allenarmi un po
e, a dire la verità, mi manca la sosta, oramai
fa parte del mio modo di correre, di affrontare
una gara...mi manca anche perché adesso mi
farebbe comodo, sarebbe una scusa per fermarmi e
riposarmi....
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