| CULTURA La
vita e il romanzo: chi accudisce Monsieur Proust?
Su,
su, cara Céleste, star sempre qui, la notte, con
un malato, devessere molto triste
Dalla
Ricerca del tempo perduto a una
ricerca molto meno ambiziosa. Tentando di
rievocare luomo Proust e soprattutto di
penetrare nel suo laboratorio, ci siamo messi
sulle tracce di colei che prestò servizio presso
lo scrittore negli ultimi anni in cui fu in vita.
Una testimonianza di sconcertante semplicità su
uno dei grandi del Novecento.
di
BARBARA PEZZOPANE
La
Letteratura. Pensi a Proust, ed eccolo lì che ti
viene automatico Alla ricerca del tempo
perduto. Come dire Joyce e LUlisse,
Delitto e Castigo? Dostoevskij! Cultura da banchi
di scuola, da antologie stropicciate che
riportano diligentemente scarne biografie con
elenchi di opere in corsivo. Cultura della
memoria di una manciata di nomi e di qualche
suggestione più inculcata che goduta
sinceramente. Qua e là - ancora le antologie -
propongono estratti significativi, i più noti,
come la storia della madeleine inzuppata e cose
così. I Classici: questo è il punto. Ma
classici di chi, e perché? Lincrollabile
reputazione di Proust, della sua opera - tra le
più vendute, le più oceaniche e anche le meno
lette - è cresciuta su un mito di unicità
difeso da gruppi ristretti di devoti, quegli
ammiratori per i quali nulla può sostituire
leffetto complessivo dato dalla lettura
della Ricerca intera. Una bella fatica ma allora
altro che madeleine
altro che, se capiti
bene, una raffinata edizione piantata sullo
scaffale della libreria di famiglia. Che ti è
passata sotto gli occhi tante di quelle volte, e
allora lo sai di sicuro che Proust lha
scritta quella cosa lì della Ricerca. Poi
succede, fatalmente, che incontri un proustiano.
Semmai trovi pure quello che ti decanta, in preda
alleccitazione letteraria, lattacco
indovinatissimo della Ginzburg:
Per molto tempo mi son coricato presto la
sera, perché tifa per Gli Struzzi-Einaudi
anziché per il buon Raboni - ci
mancherebbe! - che ha tradotto per Mondadori.
Certo anche i Meridiani. Mah, non cè
niente di peggio che un proustiano pure
bibliofilo. O forse no, forse di peggio cè
nel pensare a Marcel Proust come a un nome
stampato in oro su blu notte, o solo nero su
bianco. Nel pensarlo come una creatura letteraria
e non un uomo, che uomo invece fu. Solo tanto
tempo fa. Sarà pure un classico, lui, la
Ricerca
Questa etichetta lo rende però
talmente inafferrabile che uno finisce per
domandarsi se sia vissuto o meno. Uno finisce per
immaginare i volumi della Recherche come una cosa
sempre esistita o venuta fuori dal nulla, così a
un certo punto. Voilà. Invece è vissuto e morto
anche. Già, nel profilo biografico (sempre delle
antologie di cui sopra) leggi scrittore
francese (1871-1922), una scomparsa
relegata fra parentesi. Ecco che scatta
luno a zero per la collana I
Meridiani di Mondadori. Un momento un
momento, ricapitoliamo. In Sodoma e Gomorra
(appunto ed. Mondadori) alla prima e quasi unica
menzione di madame Céleste Albaret corrisponde
una nota di Daria Galateria che getta lumi su
questo personaggio. Si tratterebbe (ci riferiamo
al nome adottato) della donna che fu al
servizio di Proust negli ultimi nove anni di
vita, gli anni pieni della malattia e della
creazione dal 1913 al 1922. Si accende la
curiosità mentre si continua a scorrere il testo
e toh, guarda qua, leggi che esiste un
libro di memorie rilasciate proprio da Céleste,
dopo mezzo secolo di silenzio, a ottantadue
anni. Il libro si chiama Monsieur
Proust, Il signor Proust in italiano. E tra
Mondadori ed Einaudi vince la Rizzoli che
lha pubblicato nel 74. Comincia una
personale ricerca, con laspettativa di
trovare notizie che documentino lesistenza
vera dello scrittore, di una testimonianza fatta
con il linguaggio spiccio di un essere umano
qualunque, non un artista insomma. Qualcuno come
quelli che tutti ci troviamo accanto, il lattaio,
il benzinaio oppure, perché no, proprio la
persona delle pulizie. Qualcuno che
ti possa raccontare cosa mangiava - lo Scrittore
-, come faceva la toilette, ecc. Soprattutto in
che tempi e modi andava in cerca delle parole,
tutte quelle parole che ora riempiono le
centinaia di pagine che hai sotto gli occhi.
Comincia la ricerca: a) escludere a priori
Feltrinelli; b) tentare alla libreria Rizzoli; c)
esplorare anguste e polverose rivendite
dellusato; d) la materna certezza della
Biblioteca Nazionale, che tutto accoglie e tutto
nasconde; insieme a qualche ora rognosa davanti
alla fotocopiatrice. I librai romantici e
competenti se lo ricordano quel volume
(proustiani pure loro?). Intende quello di
Selest? No, purtroppo no
decretano
con la mano che ripetutamente si chiude sul mento
come ad affilarlo. Irrimediabilmente fuori
catalogo e allora biblioteca e fotocopie, ultima
spiaggia che eleva il piacere della ricerca e
insieme ti scippa quello del feticcio libro, con
tutte le foto accluse (carta lucida, altra
grammatura, patrimonio di immagini che danno un
volto a quello che leggi). Fotocopie
Trenta
capitoli, quasi quattrocento pagine in cui si
respira unaria casalinga, decisamente a
portata di mano. La lettura si fa subito
precipitosa, sollecitata da toni che non deludono
le aspettative. Non si fraintenda, però, non si
tratta delle chiacchiere di una colf lusingata di
cotanto padrone. Né si colgono propositi
agiografici. Anzi, attraverso le conversazioni
della vecchia Celéste con Georges Belmont,
durate cinque mesi e da lui fedelmente
trascritte, si precipita nellorbita di un
altro personaggio eccezionale: la stessa
Céleste. Una collaboratrice preziosa, di
insolita sensibilità che non si arresta di
fronte agli impervi sacrifici della
comunicazione. Le sue capacità espressive non
sono affatto trascurabili. A pag. 240
locchio si ferma, non usciva mai a
caso: ma sempre con un obiettivo preciso,
cacciatore dun particolare, pellegrino dei
suoi personaggi. Pellegrino, dice. Che
meraviglia, penitenza e devozione insieme! Un
amore dellesattezza linguistica allevato da
un maestro ineguagliabile: linquilino del
102 di Boulevard Haussmann. Sempre Marcel Proust.
Che la conquista sin dalla primo momento, gli
basta uno sguardo per capire che la giovane
moglie del suo autista Odilon - novella cittadina
di Parigi, appena giunta dal villaggio di
Auxillac, nella Lozére - ha nostalgia
della mamma. Un brevissimo incontro nel
quale intende immediatamente il carattere della
solitudine che vive lui stesso dal momento in cui
ha perso la madre tanto amata
(Céleste,
. se fossi sicuro di
ritrovare mia madre nella valle di Giosafatte, o
in qualsiasi altro luogo, vorrei morire
subito).
In queste circostanze le propone di fargli da
courrier, di distribuire le copie omaggio per gli
amici di Du Coté de chez Swann
(Ecco come cominciò). Da lì a
prendere posto in casa come governante
insostituibile, passò qualche tempo. Quello in
cui Proust rinunciò o comunque perse per vari
motivi le persone che lo aiutavano in casa,
mentre Céleste capitava a Boulevard Houssmann e
rimaneva in attesa di qualche commissione da
svolgere. Nei tempi morti restava in osservazione
e indirettamente imparava i rituali domestici in
vigore. Una pratica fondamentale per il suo
successivo inserimento. In particolare, già
allora, poté apprendere qualcosa da Nicolas, il
cameriere, sulla complessa predisposizione del
caffè per il padrone.
E che sarà mai, uno dice, preparare il caffé.
Ma per Proust quella era una cosa fondamentale.
Céleste lo avvertì subito e per questo,
inconsapevolmente, si ammaestrò a quel rito.
Quel che più mi affascinava era di vederlo
preparare, nel pomeriggio, lestratto di
caffè per la prima colazione del Signor Proust;
(
) Era un vero e proprio rito. Anzitutto,
era fuori discussione che ci si potesse servire
duna qualità di caffé che non fosse
Corcellet; e bisognava andarlo a prendere dove
veniva tostato, in una bottega del XVII
arrondissement, in rue de Lévis, per esser
sicuri che fosse fresco e buono, con tutto il suo
aroma. Poi cera il filtro, Corcellet anche
quello, e di cambiarlo neppure a parlarne; e
Corcellet era perfino il vassoietto. Si riempiva
il filtro di caffé macinato molto fino, molto
compatto, e per ottenere lestratto che
voleva il Signor Proust bisognava che
lacqua passasse lentamente, goccia a
goccia, mentre il filtro, si capisce, lo si
teneva a bagnomaria. (
) Ma non era tutto.
Generalmente il Signor Proust stabiliva
lora del caffè la sera avanti. (
)
Cera infine il latte. Veniva portato ogni
mattina da una latteria del quartiere: e, come il
caffé, doveva esser fresco. Il caffè,
daltronde, fu negli ultimi anni di vita di
Proust il suo unico alimento. Dire che non
mangiava niente non è unesagerazione. Non
ho mai saputo di nessuno, di nessun altro, voglio
dire, che per anni e anni si sia nutrito
quotidianamente di due tazze di caffelatte e due
croissants. Incredibile per la stessa
Céleste che dovette vederlo con i suoi occhi.
Continuo a chiedermi dove attingesse la
volontà di vivere come viveva, senza mai
concedersi tregua. Non ho mai saputo quante ore
dormisse, e neppure se dormisse. Perché questo
si svolgeva tra lui e le quattro mura della sua
camera.
La camera, luogo privilegiato degli ultimi anni
di vita, luogo della creazione... :
(
) tutto, là dentro, era alto: le
finestre, le lunghe tende blu chiuse contro la
luce del giorno in pieno pomeriggio, il soffitto
che pareva distante metri e metri e il lampadario
spento che pendeva nella nebbia. (
)
pannelli di sughero fissati torno torno da
listelli inchiodati, in modo da impedire ai
rumori di arrivare fin là. Qui
locchio scruta nellimmobilità oscura
e silenziosa e a poco a poco viene attirato da
una figura
Bisognava vederlo a letto,
sdraiato, col busto appena sollevato, benché
dietro le spalle avesse due guanciali luno
sopra laltro. Indossava il pigiama bianco -
solo la giacca - e, invece dei pantaloni, un
lungo mutandone di lana, sempre Rasurel. Non
lho mai visto in mutande, ma lo sapevo
dalla biancheria. E sotto la giacca del pigiama
un maglione di lana dei Pirenei...".
Proust scrive a letto. Lavorava seduto,
allora. Adesso a letto. Non lho mai visto
prendere alzato il più piccolo appunto. Ogni
volta che lho trovato intento al lavoro era
nella stessa posizione: è inconcepibile che
abbia potuto alzarsi per scrivere quando non
cero io. Rimaneva quasi semisdraiato: non
si raddrizzava nemmeno sul guanciale;
tuttal più, era sostenuto dai maglioni
accumulatisi sulle spalle, che, come ho detto,
gli formavano come una specie di schienale. Come
scrivania non aveva che le ginocchia. Come
sfuggisse allanchilosi di quella posizione
è un altro mistero. Chiunque, al posto suo,
sarebbe stato almeno intorpidito: su di lui non
ne ho mai visto tracce, né segni: dopo ore e ore
trascorse a quel modo, qualunque gesto del polso
e della mano, qualunque movimento della testa
conservavano tutta leleganza
dellelasticità e della vivacità. Era là,
nella luce che si spandeva sotto il piccolo
abat-jour verde della lampada, sempre sul dorso:
non lho mai visto girato su un fianco.
(
) Quel che sorprendeva era la velocità
con cui poteva scrivere in quella posizione, che
era comoda solo per lui. Bisognava veder la penna
correre e tracciare quella sua scrittura sottile
e legata. Non si serviva, credo daverlo
detto, che di pennini Sergent Major, che eran
lisci e appuntiti, con sopra un piccolo incavo
per trattenere una goccia dinchiostro, se
ricordo bene. Non lho mai visto adoperare
una stilografica (
) In quanto alle penne,
ne aveva sempre una buona quindicina a portata di
mano, perché se per caso gli sfuggiva e cadeva a
terra quella di cui si serviva non la si doveva
assolutamente raccogliere, per paura della
polvere, se non in sua assenza. Céleste lo
aiuta. Gli sono vissuta accanto nel periodo
della sua vita nel quale ha certamente scritto di
più (
) La mia organizzazione consisteva
essenzialmente nel tenergli vicino, via via che
cresceva, tutta la sua opera, al modo stesso che
lui aveva sotto mano tutti gli arnesi di lavoro.
Imparai ben presto a distinguere fra i cinque
ordini principali del suo lavoro: i vecchi
quaderni che datavano da molto prima; i nuovi
quaderni sui quali lavorava; i quaderni di
appunti; i taccuini di appunti e ciò che hanno
chiamato le sue paperoles (
),
che erano appunti dovuti allispirazione del
momento e buttati giù su pezzetti di carta
volanti o, a volte, sul retro duna busta o
anche sulla copertina duna rivista.
Così
ricorda Cèleste a 82 anni, ricorda ogni
dettaglio come fosse ieri. Il suo Monsieur Proust
le ha lasciato una traccia indelebile nella
memoria, le ha trasmesso la sua unicità di
personaggio e di uomo. Lei ha osservato tutto,
registrato tutto, e la nostra ricerca ha ottenuto
i suoi obiettivi. Ora lo vediamo Proust,
imbacuccato in modo tutto particolare, intuiamo i
contorni della sua figura adagiata su un letto,
ne seguiamo la mano che percorre i fogli. Magari
ci penseremo un giorno davanti a una tazza di
caffé. E non è tutto qui. Céleste lo ha visto
morire, ha visto Il tempo fermato. È
lepilogo del libro, che strappa una
commozione sincera. Una piccola influenza non
curata e degenerata in polmonite.
Marcel Proust è
nato il 10 luglio 1871 e si è spento sabato 18
novembre 1922, tanto nobilmente, senza un
sussulto, senza un alito, senza che la luce
dellanima e della vita sembrasse lasciare i
suoi occhi che ci avevano guardati fino
allultimo. Chiusa parentesi.
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