| CULTURA Antropologia:
le facce della provincia
Dei
paesi e dei pazzi di paese
In piazza li guardano storto, li
prendono in giro e se ne approfittano. Idioti,
gli gridano dietro. Matti. Ma non per cattiveria,
che non fanno paura. Vitali, tragicomici,
appartengono al carattere più profondo della
nostra identità nazionale. È il segreto della
provincia come libri e film raccontano.
di
ROBERTO SANTORO e ALFONSO
PASTI
La
città protegge la follia con lanonimato.
La protegge ma anche la isola e in questo modo la
rende più invisibile e drammatica. Lo spazio
urbano è pieno di personaggi anomali e malati:
quando incontri un matto fingi
dincuriosirti, di pensare chi è e da dove
viene, ma subito dopo la sua presenza
tinfastidisce. Cambi direzione. Lui
scompare. È il bello della città: sembra tutto
normale e invece brulica di stranezze.
Linsensatezza, da parte sua, è dilagata.
Attraverso i piccoli e grandi mali si è
infiltrata nelle migliori famiglie, dissanguando
le certezze psichiche, più che morali, di ogni
classe sociale. Oggi tutti sono malati di
qualcosa, hanno la loro personale follia,
privata, egoistica e individuale. Tanto nessuno
ti giudica. E con la scusa della privacy, uno si
difende dalla comunità. Accade il contrario nei
paesi, i centri più piccoli della provincia. Qui
matto fa rima con bagatto, il contraddittorio
simbolo dei tarocchi, servo e padrone allo stesso
tempo. Alvaro, in giro per lItalia, ricorda
la maschera napoletana di Pulcinella (1). Nel
racconto Gente in Aspromonte, un
pazzo appare al tavolo da gioco in
casa dIgnazio Lisca. Il pazzo è
arrivato in paese con la moglie di uno di Palermo
e con tre figli di costei cui aveva aggiunto
altri due suoi
(2). La descrizione
finisce qui, cè solo un altro rapido
accenno alla partita nelle pagine successive, ma
basta a capire come spesso, in paese, lo
straniero, meglio ancora se cittadino, sia
considerato un tipo strano, dal comportamento
indecifrabile. Nel meridione pazzo può voler
significare tante cose. Quando Raffaele Nigro
descrive le rovine della masseria Nigro -
bruciata durante le insurrezioni contadine
meridionali a ridosso dellUnità
dItalia -, ricorda uno zio Luigi che i
Borbone si erano accontentati di affidare
alla Congregazione di San Pietro in Castello,
destinato a suonare le campane e a vestire un
cappuccio in processione (3). Il destino
del povero zio (che adombra lo zio matto di
Anima persa di Arpino, sebbene quella
stravaganza avesse radici più urbane e
intellettuali) ci fa riflettere sulla fine di
tanti matti ridotti dalla chiesa a sacrestani,
chierichetti, seminaristi o semplici applicatori
del culto. Dimenticati nelle chiese.
Se
in città il folle vive unangosciosa
condizione di solitudine, in paese, quando è
libero, ha tutti gli occhi puntati addosso. E la
tragedia, manco a dirlo, scivola verso il comico.
Si ricordano storie di servette, poverine,
scimunite, che venivano violentate con macabra
regolarità dai loro padroni di casa. È un
comico deforme, spettacolare e grottesco. Non
vogliamo nascondere la violenza sotterranea di
questi rapporti, lesasperazione e il
disagio che ne derivano, ma il paese rispetta, in
qualche modo, senzaltro ingiusto, i suoi
pazzi e li ribattezza con soprannomi stupendi.
Pensiamo ancora ai dialetti meridionali. Basta
sentire un amico pugliese e spiegargli cosa
stiamo scrivendo, che lui neanche ti fa finire e
assortisce una preziosa galleria di personaggi
troppo veri e dignitosi nella loro disperata
solitudine. Non li vedremo mai al Costanzo show,
per fortuna. Non vedremo in televisione nemmeno
Vincenzo Bum, a sentire lamico
pugliese. Lo chiamavano così perché era un tipo
calmo e tranquillo, ma se qualcuno si avvicinava
gridando bum lui reagiva con una
serie di espressioni irregolari, deformando la
faccia come se quello scoppio, lesplosione
che gli aveva perforato ludito avesse
trafitto pure il suo cuore.
Catacchio, invece, era un quarantenne
grasso e regolarmente attaccato alla tre quarti,
che cantava sugli autobus melodie intonatissime
in linea con le più aggiornate top-ten
internazionali. Unaltra sua qualità era di
ricordare i nomi di tutti i santi del calendario
a memoria, e in questo modo, nellottanta
per cento dei casi, riusciva a risalire dal tuo
nome alla data di nascita e al segno zodiacale.
In un attimo sapeva tutto di te. Dicevano di lui:
Catacchio mo non u vid,
mo tu acchie (Catacchio adesso non lo
vedi, adesso lo trovi). Giovanni la
quaglia, invece, si era guadagnato questo
soprannome per la sua camminata, appunto, da
volatile. Ovunque veniva accolto, sfottuto e
adorato come una celebrità. Faceva lezioni
di camminata. Era specializzato anche in
sedute spiritiche nelle vecchie masserie
abbandonate e scriveva interi libri sul diavolo.
Per un certo periodo la sua attività principale
fu quella di attore. Ripreso dai liceali del
paese, che se la spassavano a vederlo recitare,
interpretò Rocky la quaglia e
Il padrino. Entrambi questi film si
concludevano con i liceali che bersagliavano la
quaglia di sedie, pallottole di carta e ogni
altro oggetto a disposizione. Lui si riparava
dietro la scrivania, continuando a parlare al
telefono come se fosse davvero sul set di
Coppola. La quaglia era interessato più di tutto
alla burocrazia. Seguiva lapprovazione
delle leggi sulla Gazzetta Ufficiale. Conosceva a
memoria il catasto e poteva spiegarti fin nei
minimi dettagli un atto di vendita avvenuto in
paese anche a distanza di anni. Aveva quella che
si definisce una memoria fotografica. Sbrigava
piccole pratiche, con scrupolo. Scrisse una
canzone che iniziava così: O mia terra
insanguinata dalle barbarie.
Certo,
molto dipende da quello che uno ha combinato
durante la sua carriera di matto. Se ha rubato o
ammazzato, allora il controllo diventa subito
ferreo e stringente. Ma cè una follia
innocua, la stupidità, la demenza, che non può
essere punita e a furia di trovarsela ogni giorno
davanti smette di far paura. Il matto, vecchio e
giovane insieme, ha saltato il passaggio della
maturità. Non lavora, ozia, e di solito lo trovi
in piazza a raccontare fantasticherie smozzicate.
Quando passa tutti lo indicano e ridono.
Daltra parte il paese è abituato a un
altro strano personaggio che gli somiglia in modo
impressionante. Questo signore è lartista
locale. Scrive il maestro di Vigevano: Il
parentado degli scolari si allargò al mio
passaggio; sentivo di essere guardato, seguito, e
pensavo che in quel momento dovevo possedere
lespressione che hanno gli artisti. A
che espressione si riferisce Lucio Mastronardi?
Poche pagine prima il maestro aveva già dato i
primi gravi segni di allucinazione:
Cosa fate sciacalli?, urlai.
Mangiamo sulla pancia dei morti,
rispose un coro di sciacalli. Dopo un po di
cammino urlai: Cosa fate sciacalli?
Mangiamo sulla pancia dei morti,
urlarono. Allora mi detti due schiaffi e mi
svegliai (4). Sordi fu protagonista del
film di Elio Petri tratto dal romanzo di
Mastronardi (5) - che a Vigevano, a dire il vero,
dedicò una trilogia (6) - ma anche di un curioso
film di Tinto Brass, Il disco volante
(1963) in cui la comparsa di alieni in piena
provincia conduce alla follia i protagonisti, non
creduti, non più omologati dalla stupefacente
apparizione. Sordi interpretava ben quattro
personaggi con un istrionismo mai eccessivo. Fra
questi un impiegato con ambizioni letterarie che
si lamenta del successo urbano dei soliti
Moravia e Pasolini (7). Brass, veneziano e
allepoca ancora cineasta di estro, lontano
dalla città filma anche La vacanza
(1971), una toccante storia damore fra due
matti (Vanessa Redgrave e Franco Nero) circondati
da una truppa di irregolari e da un mondo operaio
più folle di loro (8). Gli artisti di solito non
sopportano, chissà perché, il fiato sul collo
dei propri concittadini, li disprezzano e si
isolano. Rischiando dimpazzire. Eccetto
rarissimi casi, però, non impazziscono per
niente, anzi. La provincia che li maltratta è la
stessa che fa da serbatoio alle loro idee.
Generoso Picone ha definito la provincia italiana
unesperienza memorabile (9). Ha
parlato di autori solitari e sconfitti,
indecifrabili con le categorie interpretative
istituzionali e da parte loro refrattari a ogni
definizione. (
) Vive in loro il forte senso
di unappartenenza ai propri luoghi, scenari
non muti di biografie sanguigne, magari strambe,
autentiche ed eccessive, in qualche caso bruciate
in archi brevi, intensi e irripetibili. È
la provincia dei DArzo (Reggio Emilia), i
Loria (Carpi, Modena), e poi Delfini (Modena),
Bassani (Ferrara), Federico Tozzi (Siena) e
Romano Bilenchi (Siena), fra gli altri. Siamo nel
primo novecento. Lintellettuale
avverte che il mondo contadino ha abbandonato i
valori antichi, e ne sente una nostalgia che
dolorosamente sa inutile. Come il
protagonista di Con gli occhi chiusi,
scollegato dalla realtà e in preda anche lui a
delle allucinazioni che lo portano sempre
altrove, mentre lesterno resta lì,
intatto ed estraneo (10).
Picone
ricostruisce con perizia la mappa di tre
generazioni successive di scrittori, seguendo la
direttrice adriatica, emiliana e padana della
cultura italiana. Ma abbiamo visto come quella
direttrice si può facilmente far proseguire
verso le Puglie e la Lucania di Nigro, la
Calabria di Alvaro, la Sicilia di Sciascia e oggi
di Camilleri. Ognuno descrive la particolare
follia della propria terra. Ma i personaggi che
questi scrittori hanno usato per riprodurre il
comportamento originale del matto - il matto di
paese - valgono per il mondo intero. Descrivono
una condizione, lidiozia, che solo i
presunti intelligenti considerano subordinata.
Gli esempi si sprecano. Ciccio Ingrassia, lo zio
scemo in cima allalbero della cascina, in
preda a lululo
nellAmarcord felliniano, il
disperato comicissimo richiamo frutto di un
esasperata eccitazione sessuale (11). Dice Gianni
Celati: Fuori dagli itinerari turistici, la
letteratura italiana può vantare narratori di
straordinaria purezza (12). Lo stesso
discorso vale per i suoi personaggi. Seguendo il
corso del fiume Po, in prossimità di
Castelmassa, Celati simbatte in uno strano
personaggio. Lo descrive così: "Luomo
che ci ha chiesto un passaggio parla in modo
confuso perché gli mancano tutti i denti
davanti, fa sorrisi senza senso, e porta una
maglietta scolorita con sul petto il nome di una
marca di bicicletta. Facendo quei sorrisi senza
senso dice che vuole mostrarci un posto sul Po,
insiste per accompagnarci. In fondo a un viottolo
strabalzante arriviamo ad una villa o casa
signorile abbandonata, con balcone cadente e
avvolta nella vegetazione, cinta da grandi
arbusti di rovi e rubinie che la nascondono,
tranne sul lato frontale. Sul tetto sopra il
frontone cè la piccola statua di un
guerriero a braccia incrociate che sembra
bizantino. Il nostro passeggero ce la indica:
È leroe della penitenza.
Siccome prima avevamo visto manifesti che
inneggiavano agli eroi della resistenza, e lui
faceva quel sorriso, ho pensato fosse un gioco di
parole. Lo sdentato sorridendo ci ha chiesto:
Mi somiglia?. È lui leroe
della penitenza: va in giro a pulire vecchie case
sul Po senza che nessuno glielo chieda, e questa
sarebbe la sua occupazione di penitenza, a quanto
siamo riusciti a capire. Dopo ci ha guidato ai
resti di un piccolo imbarcadero, sul fiume che
scorreva pieno di bolle e rifiuti, e ci indicava
quelle bolle color del pane sparse su tutta la
superficie dellacqua. Ha detto: Le
avete mai viste? Vengono dalle centrali
elettriche. Ce ne sono tante di centrali,
eh!. Tornati alla macchina ci ha chiesto da
fumare e poi ci ha chiesto di mandargli una
cartolina, insistendo perché annotassimo il suo
indirizzo. Infine ci ha chiesto tremilalire ed ha
voluto tutto il pacchetto di sigarette"
(13).
Per
molti altri registi italiani tra sani e pazzi, in
paese, come in città, non cè differenza.
Tutto sembra normale, nella solida provincia
veneta, ordinata e razionale, e invece Il
commissario Pepe di Scola si vede
regolarmente tagliare la strada da un matto in
motocicletta che terrorizza le strade locali
(14). Un personaggio simile (tanto da risultare
una citazione) si aggira anche nel paesino in
Cornovaglia di Local Hero (15). Anche
lui su una moto (una Guzzi, se non ricordiamo
male), anche lui senza unidentità precisa
se non quella dello strambo a due ruote. Roba del
genere.
Ci sono film italiani sulla provincia nei quali
lirregolarità di certe figure viene
mascherata da una sorta di emulazione borghese
che ha reso certe contrade più
velleitarie e frustrate rispetto al benessere
metropolitano che si staglia in tv. Giusto per
fare qualche esempio, pensiamo alla Ascoli Piceno
de I delfini di Maselli e de Il
grande Blek di Piccioni, alla Bari
malfamata ed estrema de La capagira
di Piva, la Sicilia perbenista de Il
bellAntonio di Bolognini (da
Brancati) o quella irresistibile eppure
folkloristica dello Germi di Divorzio
allitaliana e Sedotta
abbandonata, o quella infine -
nostalgica di Tornatore. Magistralmente filmata
ma a tratti stucchevole. Nel nostro meridione la
siesta, la controra de I Basilischi,
appartiene anchessa al reame del pazzo
(16). Chi non desidera lozio, quella
rilassante sensazione di stare al sole? Ricorda
gli omerici mangiatori di loto.
Cè un bel racconto di Cavazzoni che
sintitola La repubblica degli idioti
congeniti. Lo scrittore reggiano parla di
una famiglia di contadini, i Bastuzzi,
Sebastiano, suo padre e la madre, tutti e tre
idioti congeniti. I Bastuzzi vivono in una
capanna annessa a una casa colonica, seguendo il
ritmo delle stagioni. Non coltivano la terra, si
nutrono di erbe e bacche, del latte e delle uova
di gallina, di cui vanno ghiotti. Dinverno
cadono in letargo, e non sopravviverebbero a una
gelata particolarmente lunga. Si coprono con
pesanti giacconi di lana grezza, ereditati dai
loro avi. I Bastuzzi vivono in comunità con gli
animali, sfidano le galline e si riposano accanto
alle vacche. Capita che le vacche confondano
Sebastiano Bastuzzi per un vitello, ma sanno
riconoscere gli idioti da chi, invece, si
avvicina con intenzioni aggressive. Gli altri
contadini, che praticano unagricoltura
intensiva, odiano i Bastuzzi e li tengono a
distanza a sassate, per imprimergli bene in mente
il concetto di proprietà privata. Non sopportano
lincuria di questi vicini scriteriati,
laridità in cui lasciano marcire la loro
terra, lo spreco delle risorse. Eppure, secondo
il dottor Consolini, che ha studiato il
comportamento degli idioti e in particolare il
caso Bastuzzi, se al mondo tutti fossero
idioti la razza umana non si estinguerebbe.
Insomma, saremo salvi se non faremo i furbi. A
sentirla così sembra una battuta. Magari fa
anche ridere. Solo che poi Cavazzoni aggiunge:
"La razza umana si ridurrebbe globalmente di
numero e abiterebbe le fasce più temperate o
calde, il mondo si rimboschirebbe. Forse la
città sparirebbe come polo abitativo e
nellaria tornerebbe lozono. La natura
umana è erbivora, afferma il dottor Consolini, e
infatti lidiota mangia spontaneamente e
senza costrizione le erbe e i frutti degli
alberi; e si accompagna ai branchi di erbivori, i
quali lo riconoscono e coi quali si accoppia. A
volte si accoppia anche con i volatili. Si è
notato inoltre che presso i Bastuzzi le galline
hanno ripreso a volare (17).
Note
(1) C. Alvaro, Itinerario italiano, Bompiani 1995
(2) C. Alvaro, Gente in Aspromonte, Garzanti 1995
(3) R. Nigro, I Fuochi del Basento, Camunia 1987
(4) L. Mastronardi, Il maestro di Vigevano,
Einaudi 1962
(5) Oltre al già citato Maestro di Vigevano,
Mastronardi ha scritto Il calzolaio di Vigevano
(1959) e Il meridionale di Vigevano (1964) ora
raccolti, insieme alle altre sue opere, in Gente
di Vigevano (1977).
(6) E. Petri, Il maestro di Vigevano, 1963
(7) T. Brass, Il disco volante, 1963
(8) T. Brass, La vacanza, 1971
(9) G. Picone, Ipotesi critiche per la lettura di
unonda, in Paesaggi italiani, a cura di A.
Ferracuti, Transeuropa 1994. Anche per Alvaro, ma
cinquantanni fa: Il nostro paese non
può avere altra civiltà che di intelligenza,
qualità, tecnica, individualità, personalità.
Il lavoro di incubazione si compie
nellambiente della provincia. (
) La
provincia che fugge nella capitale la terra, il
lavoro manuale, in cerca di impieghi dalle mani
bianche, quando nella sua ricerca non porta vere
e profonde qualità di vocazione e disinteresse,
crea delle crisi morali molto complesse. La
provincia è la forza dellItalia. C.
Alvaro, in Omnibus, 24 luglio 1937. Quando Pier,
il protagonista di Camere Separate, torna nel suo
paese della Bassa Padana, rispuntano i libri di
Antonio Delfini e Silvio DArzo
(lisolamento del maestro di Vigevano è lo
stesso del prete di Casa daltri). Allora
Tondelli, evidenziando la direttrice adriatica
ipotizzata da Picone, scrive: Dal balcone
della sua stanza può vedere i luoghi in cui sono
nati. Solo in loro lui trova quei particolari
aspetti di follia, noia, malinconia che
solitamente non si attribuiscono al carattere
della gente della sua terra
a lui ora
interessa la parte nascosta di questo carattere,
quello che causa i suicidi, che crea gli
alienati, i folli del villaggio. Solo in questi
due scrittori lui trova descritta quella certa
impenetrabilità del carattere emiliano, quella
certa scostanza, quella bizzarria o lunaticità
malinconica e assorta che ha conosciuto in suo
padre e ora conosce in se stesso. P.V.
Tondelli, Camere Separate, in Opere, Bompiani
2000
(10) Questa e la precedente citazione sono tratte
da C. Benussi, Scrittori di terra, di mare di
città, Nuova Pratiche Editrice 1998. Vedi anche
F. Tozzi, Con gli occhi chiusi, in Opere,
Vallecchi 1961
(11) F. Fellini, Amarcord, 1974
(12) G. Celati, Sebastiano Vassalli e
lesperienza memorabile, in Il Manifesto, 12
febbraio 1989. Celati ha pubblicato alcuni
racconti di Cavazzoni nella raccolta Narratori
delle pianure (1985)
(13) G. Celati, Verso la foce, Feltrinelli 1989
(14) E. Scola, Il commissario Pepe, 1969
(15) B. Forsyth, Local hero, 1983. Questi
riferimenti non tengono conto di film più
estremi e psicofisici come
lamericano Freaks (T. Browning, 1932),
oppure Morgan matto da legare (K. Reiszt, 1966).
Questultimo è legato al free-cinema
inglese, che si occupa sì di follia ma non in
chiave necessariamente provinciale.
(16) F. Maselli, I delfini, 1960. G. Piccioni, Il
grande Blek, 1987. A. Piva, La capagira, 2000. M.
Bolognini, Il BellAntonio, 1960. P. Germi,
Divorzio allitaliana, 1961 e Sedotta e
abbandonata, 1963. G. Tornatore, Nuovo cinema
paradiso, 1988 e Luomo delle stelle, 1995
ma anche il più recente Malena, 2000. M.
Placido, Del perduto amore, 1997. F. Rosi, Tre
fratelli, 1981. F. Calogero, La gentilezza del
tocco, 1987. Lina Wertmüller, I basilischi, 1963
(17) E. Cavazzoni, Vite brevi di idioti,
Feltrinelli 1994
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