| INTERNI Musica: "Up" di
Peter Gabriel
Dieci anni
dopo
Esiste, come tutti sanno e vedono, tanta gente
che ama e segue la musica rock da tanti e
tanti anni, anche di fatto, senza cioè nessuna
professione pubblica di fede...
di SALVO
PETTINATO
Si tratta di individui, uomini e
donne, collocati in tutti gli ambiti conosciuti
della società moderna, anche quelli selezionati
in alto culturalmente, persone disseminate tra i
ceti, tra le professioni, distribuite senza
percentuali prefissate tra tutte le comunità
ipotizzabili costituite tra gli appartenenti al
consorzio umano. Letà anagrafica di questi
signori non è, ovviamente, per
definizione dati i tanti anni, di
proporzione contenuta: ma resta costante il fatto
che, dopo tutto quel tempo trascorso,
costoro, volenti o nolenti, è sempre
sulla base di quella predilezione di antica data
che tendono a gradire o meno ogni
nuova percezione di musica che li
raggiunge per ogni nuovo ascolto. In
modo che, praticamente, si può dire che il loro
gusto, in materia, non è cambiato
mai.
Certo, dipende dai punti di vista,
ed è un fatto costituito che sono
tuttaltro che rari coloro che pensano che
questi temi siano marginali e secondari nella
vita di chiunque, e che quindi neanche
meriterebbero dedizione alcuna : invece, secondo
altri, dietro questo fenomeno ciò cè
qualcosa di interessante, se è vero, tra
laltro, che è realtà comune cospicua e
innegabile il fatto che, allinterno di
quegli ambiti umani non giovanili che
ho menzionato, sulla base anche di un semplice
accenno alla condivisione comune di quel
gusto marginale (Ah ! Anche a
lei piacciono ancora i Beatles
.),
sorgono spesso le più improbabili complicità
compiaciute, i cambiamenti di prospettiva
personale più integrali, magari tra gente che
neanche si sarebbe rivolta la parola se non
avesse scoperto quel magico tramite. Segno che
qualcosa di profondo, nascosto nel fenomeno,
dietro la forza quasi casuale che dimostrano quei
rapidi pretesti di contatto, ci deve essere per
forza. Quella lunga continuità del
gusto riflette , oltretutto, quasi
sempre, una notevole eccezione, nel panorama
dellaesistenza di tutte quelle persone, dove
tante e tante cose sono invece cambiate, spesso
anche radicalmente. In questo quadro ambientale,
capita spesso che, a un certo punto della loro
vita, per il rispetto inevitabile della crescita
riflessiva che di solito accompagna chi avanza
nel percorso delletà, molti di loro si
fermino a chiedersi qual è, per dirla difficile,
il Fattore Morfologico Cruciale (FMC)
di quella particolare forma di musica che ha
continuato a conquistarli sempre, senza cenni di
defezione.
Insomma, in parole sapientemente
più povere, molti di costoro si chiedono quasi
sempre con interesse in base a cosa il rock
continua a piacere loro sempre, sostanzialmente,
come quando erano giovani. In troppi campi le
cose che amavano da ragazzi hanno smesso di
interessarli, e quindi la domanda, magari una
sera al balcone, o bloccati al semaforo, in coda
nel traffico, soli dentro la macchina, magari a
primavera inoltrata, arriva inevitabile e
importante. Subito dopo arriva spesso anche la
domanda se quel Fattore Morfologico
Cruciale (lFMC
suona bene, no?)
esiste poi davvero, anche se dovrebbe essere non
comprensibile ma perfino logico che tutte le cose
che determinano una nostra reazione di
apprezzamento hanno un FMC che ispira il nostro
giudizio positivo, si parli di un cavallo , di
unautomobile, di una persona, di un oggetto
inanimato. Il rock, però, in quanto parte
della musica, è una nozione astratta e
specialistica, perché npn coincide con il
concetto di musiza, come accade per tutti i
settori delineabili nellarea delle sette
note, musica classica, lirica, folk e così via.
Una nozione che quindi è astratta in un modo
specialissimo, che impone molta attenzione se si
procede ad unanalisi di questo tipo.
E una cosa con cui, finalmente
oggi, dopo che esiste più o meno ben distinto da
quasi cinquantanni, abbiamo tutti la
possibilità di rilevarlo e di dichiararlo, il
trascorrere del tempo intrattiene una relazione
del tutto particolare, forse una relazione che si
può definire, unica che non si ripete in altri
ambiti. Una relazione che, oltre a produrre
spesso effetti sorprendenti con la memoria ( che
del tempo è una delle parenti più strette ), si
manifesta con modalità inaspettate, molte volte
: per esempio quelle modalità indefinibili che
si percepiscono al cospetto dellaffermarsi,
nella nostra vita, di certi importanti fattori
interni di innovazione, tra cui la stessa
percezione stabilizzata della sopraggiunta nostra
maturazione (la consapevolezza stabilizzata ,
cioè, del fatto che diventiamo o siamo diventati
grandi).
Ecco perché con il rock la
domanda sull FMC si presenta ben più
articolata e coinvolgente di quanto può accadere
a proposito del cavallo, dellautomobile e
delloggetto inanimato: capire se cè
qualcosa di preciso che ci ha intrappolato a vita
in quellapprezzamento intoccabile, che
storicamente è partito salvo eccezioni da
laboratorio - quando si era giovani, è un
interrogativo che risulta talvolta impegnativo
davvero. In questo contesto così ampio, che a
molti non interesserà neanche per un millimetro,
mentre ad altri sembrerà una questione
importante perché rinnova sensazioni già
attraversate, è solo come caso esemplificativo,
certo non trascurabile, che ho voluto usare,
nella riflessione che propongo sommessamente, gli
spunti che recentemente mi ha sollevato,
inavvedutamente, naturalmente, spontaneamente e
inevitabilmente, lascolto del compact
disc uscito a novembre 2002 chiamato, dal suo
grande autore, UP, con i suoi 10
complessi brani. Brani pieni non solo di note ma
anche di tante potenziali
implicazioni.
Sopra
UP è il titolo dellultimo lavoro di Peter
Gabriel, lo sanno tutti questo, anche se mi sono
divertito a metterla giù in questo modo
provocatoriamente un po accademico, che
suona quasi burocratico, lo so. Capisco che è
stucchevole riferirlo come una notizia, come un
aggiornamento discografico, perché stiamo
parlando di un evento commerciale o musicale di
proporzioni mondiali, e quindi chiedo scusa per
il gioco verbale che mi sono concesso.
Parlandone, cercherò di sottrarmi al piccolo
solito vezzo di sottolineare labitudine
recente di Peter Gabriel di chiamare con
pochissime lettere i suoi album (vedi il caso di
US e di SO, immediati precedenti di UP, di OVO).
Nel suo titolo, infatti, la cosa che mi mobilita
di più è leccitazione mentale che mi
genera il fatto stesso del riferimento
letterale rivolto al di sopra,
allUp quindi, per
lappunto. Esso risulta suggestivo in modo
perfino inquietante per il lavoro rock di un
autore che ha, allattivo, una considerevole
quantità di ricchi anni di età spesi nella
pratica, data lintensa storia antica che ha
la combinazione tra musica e senso
dellelevazione verso il cielo, verso
lalto, concetto nobile in tutte le
identificazioni mentali di ogni cultura (il caso,
nulla di più secondo me, vuole che nello stesso
scorcio di periodo altre due musiciste, ma di
diversa levatura, quali sono le
americanine Ani Di Franco e Shania
Twain hanno provato a usare la parola UP nei loro
titoli dellalbum di stagione ). In questo
ambito la parola UP mi piace coglierla,
innanzitutto, come spunto capitale per
confrontare e per riferirmi, in generale, e al
limite anche criticamente, se del caso, ai lavori
degli artisti rock che il mezzo secolo di vita lo
hanno più o meno tranquillamente raggiunto
restando perfettamente in piedi sul loro antico
piedistallo, come splendidi soldatini che non
meritano mai la soffitta. LUP può
diventare, infatti quando si fa musica da tanto
tempo, unaspirazione sotterranea di cui si
avverte la presenza anche se non è detto che se
ne comprendano fino in fondo le caratteristiche.
Gli ultimi mesi precedenti la fine del 2002 hanno
visto le uscite nuove del sessantenne
Paul Simon, del cinquantottenne Roger Waters dei
Pink Floyd, del cinquantaseienne Carlos Santana,
di Bob Dylan, del solito ma puntualmente
inappuntabile Eric Clapton e perfino di Brian
Wilson, redivivo totem dei Beach Boys, per non
parlare del postumo lavoro di George Harrison dei
Beatles. E ne sto citando solo alcuni tra quelli
che, con pretesa di analiticità, potrei elencare
facilmente selezionando con attenzione le charts
dellanno. Persone, tutte queste, che hanno
iniziato a creare in notti povere e
travagliate da cento cose, da qualche parte tra
gli USA e lInghilterra, talvolta a due
passi da veri e propri baratri esistenziali
(droghe, alcool, depressioni giovanili,
tentazioni suicide più o meno maledette) e che
ora continuano a farlo abitando in ville
bellissime, portate in giro da autisti e
assistite, in altre cento cose, da supporti
esistenziali di lusso.
Ma non è detto che i germi
vitali della loro linfa siano stati sempre
azzerati da queste vicissitudini e dagli agi, che
alla fine è proprio vero che contano e non
contano, in tutti i sensi. Allinterno di
questo parterre de roi di alta
classe, comunque, Peter Gabriel, per il profilo
speciale che sembra possedere, a noi che non lo
conosciamo di persona ma che lo seguiamo con
attenzione lo stesso, si presta a porsi in un
modo particolarmente stimolante sul piano delle
idee, e non solo su quello della musica.
Luomo, infatti, sembra condannato più
degli altri al logorio mica al solo
piacere, che spesso anzi non
cè affatto - di una dimensione di
attualità e modernità creativa sempiterna che
sembra inesorabile. Una dimensione che, con tutta
probabilità, deve pressarlo non poco
nellintimo considerato quanto interessa in
modo immediato, cioè senza alcuna logica di
recupero o curiosità storica, i giovani, cioè
gli utenti di presa diretta della musica nuova,
quelli con cui comunque, anche per tracciare le
corrette linee di determinazione, tutti, parlando
di musica, sentono di dover fare i conti. Altra
testimonianza, questa, della magia che entra
sempre in gioco con gli affari di musica, anche
con quelli di conto minore. Questo
interesse immediato generalizzato,
per lui, deve essere una gran soddisfazione, ma
è sicuro che rappresenta anche un rischio
aleggiante sul perdurare della sua creatività,
perché implica a suo carico una più attenta
gestione dei capitoli a venire. Pensiamo a quanto
più semplice è , da questo punto di vista, il
compito dei mostri sacri scolpiti nella roccia,
come Paul McCartney cui si fa fatica, talvolta, a
perdonare le pause imbarazzanti di molti suoi
dischi nuovi, come Run Devil Run o
Driving Rain, che sembrano consegnati
agli archivi già al primo giorno di uscita nei
negozi. Il fatto è che Peter Gabriel ha sempre
avuto il potere speciale e raro, vero segno di
missione divina che precorre quasi lesito
del processo creativo, che lo determina e lo
caratterizza, di delinearla da solo, di persona,
in modo diretto e immediato, lattualità. E
questo lo si è colto da sempre, a prescindere da
intuizioni geniali come quella della world
music, ma proprio in stretto riferimento al
suo prodotto artistico personale e interiore. Non
ha mai dovuto inseguirla, lui, lattualità
che tutti invocano, risultando, fino ad ora, in
sostanza, un contemporaneo a vita, a
priori, con la conseguenza che il suo futuro
risulta segnato ben di più rispetto a quanto
avviene di norma agli altri uomini: esso si
svolgerà linearmente, cioè, fin quando le
creazioni gli sgorgheranno fuori come quelle
precedenti.
Eccola la splendida
prigione esistenziale che con il potere
dellinventiva speciale un artista può
crearsi. Una prigione la cui incombenza, per
anticipare già ora una notazione sul lavoro del
disco, ho avuto la sensazione di cogliere
ascoltando il penultimo brano di UP,
Signal to noise, uno dei due di chiusura
del messaggio complessivo, in cui
Gabriel sembra indicare con tenerezza di uomo
indifeso, come tutti siamo, a chi lo segue i
confini terminali del suo genio e ha
la capacità di sviluppare musica che non nasce
con alcun intento di gradevolezza, come solo gli
autori massimi della storia, compreso il Mozart
del Requiem, hanno avuto la possibilità, il
coraggio e la limpidezza di fare. Questo
isolamento, anche dai migliori compagni della
partita, si è manifestato sempre con tutti i
suoi LP post Genesis, e si è rinnovato anche con
UP, in una certa misura, sia pure in termini che
a me sono parsi leggermente diversi dal solito,
ma senza che ciò sottindenda alcunché sul piano
del giudizio personale di qualità..
Spiritualità e
materialità
Tornando ai profili più generali con cui ho
cominciato a stendere queste note, ci tengo a
sottolineare e circostanziare, richiamando anche
cose risapute, che quando la musica punta al
sopra, questo volevo già dire più
avanti, i giochi si fanno importanti. Addirittura
il concilio di Trento dedicò varie sedute ( è
documentato) alla necessità cristiana che la
musica facesse sempre pensare allalto,
puntasse cioè verso il cielo e il paradiso, e si
allontanasse quindi quanto più possibile da
tutto ciò che è terreno, fisico, materiale,
tanto che è stato necessario attendere il rock
and roll , con il suo ritmo battuto a
scansione dura di grancassa e basso elettrico,
perché diventasse, pian piano, e a fatica, per
la prima volta nella storia sociale,
una cosa accettabile e lecita inserire nella vita
corrente della persona civile il rapporto con la
musicalità viva e palpitante. Mi riferisco,
cioè, a una musicalità capace non di far
pensare per forza alle maestà soprannaturali,
alle cose elevate e ieratiche anche
nellIslam la musica è stata lungamente
legittimata e permessa esclusivamente sotto
la forma del concerto spirituale( Mandel,
La saggezza dei Sufi) una
musicalità orientata alle prosaiche passioni
reali della vita privata e intima degli uomini, a
cominciare dallamore, ma quello sentito con
passione e desiderio verso qualcuno di specifico
non verso la patria, la famiglia o il prossimo in
genere. La sfida dellaltezza,
che resta ovviamente solo metaforica nel disco
UP, con Peter Gabriel si incrocia pienamente con
la specialità di un lavoro di antica fattezza di
un autore che ha i suoi non pochi anni di
creatività continua sulle spalle e che, questo
sì che è cosa grande, li riverbera senza alcuno
stupido pudore sul suo pentagramma.
E allora ?,mi
si dirà. Forse chi fa del rock deve
ritirarsi presto o addirittura morire giovane per
forza, come i vari noti eroi i cui dischi sono
anche per questo sempre più in voga? Per
carità, non è certo un discorso di questi
quello che mi riprometto. Anzi per certi versi
intendo provare a sviluppare ragionamenti che
esprimono una filosofia che di ciò è
lesatto contrario, salvo non rinunciare a
sottolineare, ma solo con intenti di chiarezza e
di approfondimento, che gli anni che passano si
vedono, si sentono, ci sono sempre, anche nel rock,
ed è anzi colpevole cercare di
imboscarli. Essi , ovviamente si
colgono sempre abbondantemente, talvolta in
positivo e talvolta meno, anche in UP. A questo
proposito io credo con partecipazione che,
siccome larte deve continuare ad essere
sempre verità massima, su tutto ciò che di essa
è loggetto, perché è incompatibile con
le finzioni e con le contraffazioni di tutti i
tipi (che spesso sono oggetto di qualche
tentativo nel campo, che però non regge mai al
tempo, che viene sempre scoperto e condanna
il falso artista senza clemenza) non è lecito
far finta di niente con questo fattore del tempo
che è passato e con le modificazioni che ha
determinato nella creatività o nella capacità
di espressione del musicista. O, peggio, cercare
soluzioni che ignorino questa realtà che è
particolarmente innegabile nella produzione rock
degli ex ragazzi anagrafici. La spinta alle
riflessioni che propongo in queste righe trova
origine comoda anche nella considerazione, che è
obbiettiva, storica ed evidente, che questo è
forse il primo periodo temporale di sempre in cui
la musica più trasgressiva della storia, il rock
and roll cioè, evoluto nel più ineffabile rock,
è diventata su larga base effettivamente
adulta, attraverso il generalizzato
invecchiamento di tanti dei suoi portabandiera,
quasi tutti i più noti, la cui età è diventata
in massa, ovviamente, cioè contemporaneamente,
piuttosto elevata . Anche questo nessuno lo può
negare, ma non impedisce a quegli autori di
produrre creazioni suggestive, accattivanti,
affascinanti talora ( si ascolti Love
di Paul Simon, su Youre the
one, che sembra scritta nella stessa stanza
dalbergo e dieci minuti dopo la fin troppo
celebrata Yesterday dei Beatles), creazioni che
sono più o meno collegate con la spinta creativa
che allorigine conferì agli ex
ragazzi loro la specificità creativa che
è poi divenuta la base della loro cifra
artistica. E il fascino della riflessione sta
nella ricerca della connessione tra quella spinta
creativa giovanile e la maturità raggiunta da
ciascuno di loro, nella certezza che il più
sciatto modo di guardare al fenomeno è quello
che la qualunquista TV italiana del sabato
riserva a personaggi come il pur rispettabile
Gianni Morandi di cui essa esalta di continuo,
manieristicamente, il noioso quanto falso profilo
di eterno ragazzo di cui nessuno ci
fa niente di piacevole, e che anzi essendo una
caratteristica che non si può trasmettere
rappresenta il contrario dellesercizio
dellarte.
Gli
anni sopra il rock
Ecco: un disco come UP, che non è certo
lunico con queste caratteristiche ( anche
se si misura con esse magistralmente, comunque la
si pensi sul risultato), si muove su un piano
lontano anni luce dallo stereotipo
delleterno ragazzo per il suo autore, che
pure continua a profondersi nello sforzo creativo
musicale senza la necessità di cristallizzare
una fase della sua vita bensì con
lobbiettivo del codice espressivo forse
più difficile, cioè quello di voler rinnovare
il protrarsi del suo rapporto personale con la
creazione di musica per continuare
prendersi cura dellimpatto che con essa
egli esercita su tutti quale produttore di arte,
quale artista cioè. In questo ambito andrebbe
colto, o cercato eventualmente, semmai, il
tentativo di instaurare un rapporto con
leternità,
nellindifferenza, cioè, rispetto a quel
mostro potentissimo che è la macchina del tempo
nei confronti della nostra fisicità, senza
curarsi quindi del carattere somatico di
ragazzo, il meno significativo
nellarte: preoccuparsi del fattore
deteriorante insito nella vecchiaia, in rapporto
alla consistenza fisica del musicista, è cosa
sciocca, se si pensa quanto ha saputo prescindere
dalla citata consistenza fisica, esprimendo
unenorme magia, sul cuore di tutti quelli
che lo ascoltavano, un personaggio come Michel
Petrucciani che era afflitto dai peggiori effetti
estetici dellhandicap grave. Essere
ragazzi, proiettati al futuro e
perciò stesso simboli di vita, è un risultato
che si può perseguire con la sola musica e non
con la consistenza esteriore. Anche in
connessione a ciò, una delle domande più
pressanti, per chi centellinato attraverso
lintera esistenza i messaggi lontani
lanciatidai personaggi del rock , è
proprio la seguente : linvecchiamento
anagrafico di tanti artisti esplosi da ragazzi ,
che guarda caso
,coinvolge anche, su base
quasi planetaria, tutti i cultori del
prodotto, quelli che da ragazzi si chiamavano
allegramente fan ( e che ora li si
può chiamare così solo con il loro consenso,
perché magari sono diventati docenti
allUniversità ) ce lha o no ha un
impatto tangibile generale sulla
musica rock? Concorre anche, cioè, alla
stessa definizione che di essa è possibile dare
oggi restando allo spunto- parametro di un
LP come UP - facendo sì che questa definizione,
una volta trovata, si caratterizzi come un
concetto ancora in delineazione aperta, ancora
mutevole e in via di completamento, per il fatto
semplice che il suo contenuto-forma conosce
ancora unevoluzione tuttora in atto, e non
è cristallizzato come, per ragioni di tempo, la
musica del 700 o dell800? E cosa coinvolge,
di preciso, questo impatto ancora aperto, ammesso
che si tratti di un fenomeno identificabile e
circoscritto ? Questo ultimo dubbio, dal sapore
indubbiamente intellettuale, si impone, secondo
me, attraverso la considerazione importante che
la palpabilità reale del rock non è mai stata,
da Elvis e i Beatles in poi, solo una vicenda
acustica, musicale, un tema da sequenza di note
eseguite in un modo o nellaltro.
Al contrario essa ha
interessato sempre spazi sensoriali e percettivi
molto più ampi della percezione acustica, del
listening, dei
consumatori, termine orribile che i
giornali usano per indicare coloro che di questa
musica, attraverso quello che agli estranei
sembra un ascolto insistente e ripetuto, fanno
tesoro nella vita. Concetto minimalista e
fuorviante, perché il cultore del rock, anche
quello non assiduo, cerca quasi sempre di
definire, attraverso questa musica, veri e propri
processi di identificazione del suo carattere, di
miglior indagine sulla persona propria, perché
comprende nel segreto dellintimo il
rapporto speciale che nasce, e non vuole con
lascolto e lattenzione solo di
trovare delle modalità di passatempo. I
destinatari di questa musica, già
negli anni sessanta a dir poco, dietro il rock
hanno trovato progressivamente un codice
espressivo speciale, da mettersi a fianco come
compagno nel guardare intellettivamente il mondo
intero durante la loro crescita. Possiamo parlare
tranquillamente di crescita in modo
generalizzato perché è certo che in quel tempo,
e poi anche in seguito ovviamente, il rock
coinvolgeva solo (non si limitava, cioè
ad interessare, parola troppo fredda
nel caso) le fasce giovani delle popolazioni,
dapprima solo occidentali e poi,
progressivamente, senza limiti territoriali nel
mondo. Fasce che dunque ci diventavano
grandi con le passioni e le
predilezioni musicali, che ci trovavano gli
amori, li chiudevano, ma ci trovavano anche
simpatie culturali e politiche, amicizie, spunti
per le scelte di vita, sapori esistenziali.
Poi però tutti insieme,
musica, rock, fan e rocker, si è
diventati progressivamente più adulti, fino ai
capelli bianchi generalizzati, e il legame tra i
tre punti cardinali è diventato più complesso
da definire, è diventato anche una possibile
accenda tra persone grandi, capace di
rapportarsi con le indiscutibilmente diverse aree
di vitalità di chi era cresciuto. Tanti di loro,
non hanno nessuna voglia di continuare a crescere
ma semmai di capire meglio, in modo più
confortevole attraverso le sensazioni prodotte
dalla musica. Al tempo della scuola le cose erano
diverse, e lo sono ancora per chi a scuola ci va
oggi. Lo spazio vitale di chi studia non è
esteso come quello di chi lavora ed ha famiglia o
cerca di farla, anche se il bisogno di musica
può non essere scemato. Comunque, i dischi che
circolano di cartella in cartella, che prendono
posto nelle prime librerie delle stanze da
studente, che diventano oggetto di scambio o di
corrispondenza, ormai anche elettronica, non sono
mai stati degli oggetti semplici
nellimmaginario di nessuno. Il codice
espressivo della musica prediletta, sempre più
elaborato se si vuole, già quarantanni or
sono iniziava a crescere di importanza, fino a
diventare progressivamente un segnale di
identificazione anche infragiovanile, cioè di
distinzione allinterno del pianeta
giovani. Quella tendenza non si è mai
interrotta ed è rimasta tipica negli anni
settanta, ottanta , novanta e sempre.
Da tempo, in questo
pianeta , però, non si sviluppa
più, come un tempo, attraverso le predilezioni
musicali, la sola distinzione generale tra chi
aveva meno o più di una certa soglia di età, ma
in base ai gusti musicali si determinano sodalizi
amichevoli e affettivi tra coetanei, che vanno al
di là delle semplici distinzioni
culturali di ampia base. Tra chi
stravede per i Black Crowes o i Public Enemy e
chi ascolta Eros Ramazzotti, tanto per fare uno
dei moltissimi esempi possibili di
contrapposizione, possono correre vere e proprie
incomunicabilità incolmabili, capaci di
catalizzare forme distinte e lontane di rapporti
con lesistenza. Qualcosa che assomiglia al
fenomeno delle nuove simpatie di cui si parlava
prima a proposito dei più adulti che scoprono
attraverso il rock spazi di convergenza umana. In
ogni caso resta confermato che sarebbe
superficiale pensare che si sta parlando, a
proposito di questa musica, di un profilo proprio
marginale della vita delle persone, giovani o
meno che siano.
La musica
accanto e lidentificazione
IN ogni modo, in linea generale, sono molti
quelli che credono che dietro alla passione o
alla semplice ammirazione di un riferimento
artistico nel rock, si tratti di un
cantante o addirittura di uno stesso brano inteso
oggettivamente, è sempre presente un fenomeno di
identificazione significativo, attraverso cui
l utente, chiamiamolo così
adesso, opera un riferimento di ciò che sente
nel brano musicale a ciò che egli vive in
concreto nella sua percezione di realtà. A ciò
contribuisce in misura alta il modo moderno di
fruire della musica rock che passa grandemente
attraverso la fruizione delle immagini, cioè dei
cosiddetti video clip, che talvolta
hanno il potere di far cambiare idea su un brano
che già si conosceva solo attraverso la radio o
il disco, nel senso che il processo di
identificazione può cominciare a poggiarsi sul
viso della ragazza che è protagonista del video,
o semplice comparsa, e determinare così con più
forza quel senso di vicinanza percepita che porta
allappropriazione privatissima del
messaggio interno del pezzo eseguito.
La musica distribuita capillarmente, nei video
dei locali in cui si mangia velocemente una
pizza, attraverso le autoradio, i walk-man,
le emissioni continue dei negozi, degli
ascensori, degli impianti degli uffici,
sullesistenza quotidiana di tutti, è
diventata senzaltro una particolarità
tangibile e irrinunciabile della vita attuale,
sconosciuta nel passato, che magari avrà portato
un sacco di vantaggi allindustria
dellintrattenimento nelle molteplici sue
manifestazioni, ma che senzaltro si è
eretta ad amabile trincea verso la pressione
delle altre molteplici alienazioni che
perseguitano quotidianamente noi moderni. Tutto
ciò ha amplificato quel senso di identificazione
e di messaggio subliminale circolare che è
potenzialmente insito in tutti brani di musica
moderna, rock sostenuto o moderato,
romantico come talvolta si dice.
Ma questo fenomeno non può
apartenere alla sola fase finale della diffusione
del messaggio musicale, al risultato in sé,
bensì probabilmente influenza anche la fase
creativa della produzione musicale, perché
lartista sa che arrivare
allutenza - obbiettivo che in
qualche misura, sia pure in modo sempre diverso,
accompagna ogni creazione artistica, perché si
riconnette alla sua comunicazione, aspetto che è
parte vivente di ogni opera - oggi implica
lattivarsi di un fenomeno ben diverso da
quello che era laccadimento di
comunicazione che si determinava con
le opere di Haydn o Strauss , date
ogni domenica per il pubblico abbastanza
automatico dei teatri viennesi, quando era il
censo il fattore discriminativo principale, unito
a quello delleventuale qualità di cultore
attento di qualche loggionista sempre
conservatore e scontato, capace di seguire il
piano sequenziale delle sole note per cercare al
suo interno, come il maestro che mette i voti sul
compito, la prova-testimonianza del valore
artistico del musicista che aveva composto il
prodotto. Nel processo odierno di
arrivo al pubblico di ascoltatori (
parola orribile, perché, lho detto, non si
tratta di ascoltare ma di acquisire pian piano
lopera immettendosela nellesistenza,
che è diversa in tutti noi che al brano ci
rivolgiamo) contano moltissime cose, che in
termini ampi si possono differenziare molto
incisivamente, e insisto, anche in rapporto
alletà che si ha. Ecco la necessità di
cogliere nel concetto di rock adulto non
una diversa musica ma un più complesso fenomeno
dinamico che la musica in questione va a creare.
Ed ecco, di nuovo, il necessario e articolato
riferimento al tempo di tutti cui
facevo cenno allinizio.
E evidente che io che
scrivo ora queste cose, per i miei non più verdi
anni, sono parte in causa: perché rivendico non
il diritto (ci mancherebbe
..) ma il
riconoscimento ampio della speciale valenza del
piacere che il rock può generare anche
quando si ha più di cinquantanni. Cioè,
poi, la stessa età di Gabriel, di Santana, di
Waters, di Winwood, di Springsteen di Neil Young
e così via: una valenza la cui specialità è
influenzata dallinnegabile presenza di
consapevolezze che trentanni fa, quando io
già amavo, coi miei compagni di scuola, Gabriel,
Santana, Winwood e gli altri, mancava. E
sarebbe stata superflua, allora, perché forse
comunque infondata. E adesso che essa,
invece, ha cominciato ad avere un suo inaspettato
senso tangibile che continua a migliorare la cita
senza passare per il noiosissimo fenomeno della
nostalgia..
La
rappresentazione e il messaggio silente
Il Peter Gabriel di UP non è certo più il
trasgressivo essere che scandalizzava visualmente
gli spettatori o gli amanti della musica, ai
tempi dei primi Genesis, che provocava, con i
cambi di abito in scena e con i trucchi
variopinti sul volto, con potente determinazione,
il quieto vivere, la pace borghese
(si diceva allora) di chi lo recepiva . Mr. Peter
è ormai un credibilissimo signore, suggestivo
soprattutto per la condizione di
sapere che sembra emanare, un signore
di mezza età senza capelli, alquanto pienotto
alla cintola, che ha la figlia adulta tra le
coriste, e che difficilmente comunica lo stesso
sex appeal di quando, ai concerti anche degli
anni 80, già lontano dai Genesis quindi,
suscitava aperti entusiasmi femminili con accenni
millimetrici del bacino, ottenendo, con un decimo
del movimento fisico, lo steso effetto del ben
più grossolano Elvis. Nella sua vita reale,
quella fisiologica, la capacità di comunicazione
della sua esistenza ai suoi simili, quella
capacità attraverso cui tutti gli esseri viventi
fanno i conti con i loro contemporanei, nella
foresta o nella metropolitana o nei salotti chic,
non poggia più sul subliminale riferimento alla
sua esistenza fisica, bensì, anche non
volendolo, sulla stessa testimonianza implicita
del suo lungo percorso di vita, e dunque delle
sue idee, della sua conoscenza, o della sua
disponibilità umana alla compassione e alla
tolleranza, le doti intellettive relazionali più
significative cioè. Le doti meno egoistiche che
si conoscono, più ricche della stessa
disponibilità abbondante di dati conoscitivi, di
materiali ciò che orrendamente e stucchevolmente
vengono spesso chiamati cultura
personale. Inoltre è diventato
inevitabile, perché incontrollabile da chiunque
al mondo, il fatto che con le sue creazioni,
Peter, al pari di tanti altri colleghi con la sua
età, non si rivolge solo a chi lo ascolta per la
prima o la seconda volta, onde saggiare se
lesito gli piace: si intuisce che egli
parla anche, e forse principalmente, a persone
che da venti o trenta anni lo seguono, e che
quindi se inevitabilmente cercano in lui anche
il rinnovo di quella dolce identificazione che
già un tempo operava nel loro cuore, è sicuro
che non vorrebbero limitarsi a trovare,
recependolo, proprio fino in fondo, lo stesso
frutto di tutto quel tempo prima. Perché la vita
ha generato in loro un processo di evoluzione
innegabile, che, pur appartenendo loro alla
multiforme generazione del rock,
innovativa per definizione, non si vuole, di
solito, circoscrivere in una sterile
contrapposizione vecchio/giovane, ma si è
costretti a includere nella contestualizzazione
del percorso mentale che col tempo si è
determinato (il più o il diverso
che si è fatto proprio, che si è capito in
profondità, e che accompagna tutte le nostre
reazioni aggiornate). Uno dei segreti
fondamentali della passione intelligente per il rock,
secondo me, è insita proprio nel fatto che la
sua continuità, nella stessa persona,
costituisce un eccezionale stimolo di integrità,
di autoriferimento, di coerenza esistenziale, di
autostima o più innocentemente di sana
identità. E con questo contesto che Peter
Gabriel ha anche comunicato attraverso UP, credo
di sentirlo con una profondità che ignoro sia
figlia di Peter o degli anni miei, cioè quelli
di tutti noi che li abbiamo trascorsi.
Una domanda precisa, al
riguardo, ce la possiamo certo permettere. E
cioè : quando Peter Gabriel, che ha dimostrato
mille volte di essere una persona che capisce
bene tutto, un intelligente insomma, prepara,
impiegando qualcosa come dieci anni circa, un LP
come UP che progetto musicale persegue, cosa
vuole trasmettere, ammesso che tutto sia
materialmente sotto il suo controllo cosciente ?
La risposta è certo molto personale,
opinabile come si dice dottamente.
Innanzitutto va detto che oggi e ciò non
avviene da poco tempo il disco,
chiamiamolo ancora così, non si esaurisce certo
nella sequela dei brani in quanto prodotto della
maestria musicale. La composizione, cioè, è
come la prima mano di un affresco, quella con
cui, sul muro preparato, si abbozza il soggetto
figurativo, gli angeli, la jungla, una strada,
una vallata
. Non può essere trascurato che
il lavoro di composizione è diventato da tempo
un prodotto di suono completo,
rappresentato cioè dalla combinazione materiale
tra sequela musicale da eseguire e
caratteristiche tangibili del suono proposto
comunicando il brano, che non sono più
concentrate nella percezione degli appassionati
ma anche nelle modalità di apparire
della musica creata che ne sono diventata parte.
Senza la garbata inaccantonabile raucedine
dellorgano Hammond di Mattew Fisher
lattacco di A whiter shade of
pale, dei mitici Procol Harum, non
creerebbe più il tuffo al cuore che da quasi
quarantanni accompagna inesorabilmente
lascolto del brano.
Quello che al tempo si
chiamava sound è oggi parte
integrante dellopera, non è più modalità
esteriore, morfologica, il che amplia e magnifica
lo spazio creativo degli autori soprattutto
quando, comè il caso di UP, essi fanno
tutto da soli, cioè scrivono i brani e ne curano
la realizzazione alla consolle della
registrazione, provvedendo alla cosiddetta
produzione, missando, registrando e ricombinando
sui multitraccia limpatto delle sonorità
degli strumenti e degli effetti speciali
aggiunti, calibrando timbrica vocale e volume di
ogni cosa. Il brano che alla fine sarà
riprodotto nelle mille e una fonte di diffusione
non sarà solo una sintesi dellidea
musicale dellautore, più o meno dotato in
fatto di sensibilità con le sette note, come se
si trattasse di un motivetto fischiettato e poi
guarnito di parole per essere cantato, sarà
lesito di quel lavorio multistrato che con
doti da architetto dellantichità
doti, cioè, di varia natura non limitate alla
gestione dellintuizione ma anche alla cura
attenta delle evoluzioni dellispirazione,
accompagnata dalla determinazione metodologica
che solo un dominio profondo dellevento
completo può assicurare lartista si
è messo in grado di portare a termine. Ecco
perché il rapporto tra opera e artista è
diventato più articolato che mai, e non è
paragonabile a quello che abbiamo studiato a
scuola con la storia dellarte
.
Il
prodotto di suono UP
Non credo di avere svolto solo premesse, finora,
perché mi è evidente che, anche a prescindere
da UP, la trattazione è stata
volutamente svolta in termini generalistici,
riferibile cioè anche a tante altre produzioni
idealmente accostabili, pur nella consapevolezza
che lopera darte è sempre unica
anche quando è una fotografia. Parlando più
specificamente di UP, di cui non ho mai inteso
fare una semplice recensione, spero di corredare
meglio, con riferimento a molti dei particolari
contenuti musicali del lavoro di Gabriel, alcuni
dei principali spunti di riflessione cui mi sono
sopra richiamato. UP non è una semplice
registrazione di musica, ma è un vero e proprio
lavoro portato a termine, come
facevano i pittori antichi nelle chiese italiane
del tempo passato. E lo dico senza per questo
implicare apprezzamento a priori, così come non
tutte le opere pittoriche delle chiese sono poi
così belle.
Allora : già
lespressione che ho usato (portare a
termine) lascia intendere che, comera
prevedibile con Peter Gabriel chiuso in studio
per anni, non si sta parlando, per UP, di
semplice ispirazione che si aggira tra
pentagrammi, tantopiù che a ben vedere già la
stessa combinazione tra musica e cantato, tipica
del rock, che quando è strumentale conta
meno da sempre, impone sempre, allorigine,
unarticolazione complessa, più impegnativa
della storica creazione musicale in sé, perché
si tratta di combinazione eterogenea per
definizione. La composizione congiunta tra musica
e parole non è certo nata ora, basterebbe citare
Lennon e Mc Cartney per subissare
quantitativamente qualunque fonte attuale. Ma il
concetto è che il lavoro fatto con realizzazioni
come UP è veramente qualcosa di diverso, dove la
combinazione, come già detto più sopra in via
generale, non si limita a realizzare la
commistione musica parole (cantate) ad uso e
consumo semplice della messa in opera di brani.
Lobbiettivo è sempre lopera
nuova, in cui il senso è molto
combinato ed è capace di restare intatto
anche di fronte alla non necessaria comprensione
universale delle parole stesse, perché la lingua
usata è pur sempre solo una, anche se conosciuta
da tantissimi ormai. Ma la sensazione che
lautore trasmette, e questo accade
pienamente con UP, prescinde in gran parte dalla
traduzione, dallanalisi del contenuto
verbale, per restare impressa nella proposta
artistica di suono che lascolto del disco
offre.
Il contenuto verbale sì
che è sempre personalistico: è il contenuto
musicale, come tutti dicono, a tendere
alluniversalità, relativamente al quale
salve le eccezioni volute fortemente
comera il caso di Fabrizio De Andrè o il
primo Dylan - le parole sono un riempitivo, e
ciò si coglie quasi sempre quando cè vera
musica accanto. Up è anche per questo, cioè per
la sua musicalità molto elaborata e complessa,
anche se nientaffatto difficile, sia
chiaro, un disco da non sentire in macchina,
prima di averlo metabolizzato abbastanza.
Ascoltato senza attenzione si perde subito
nellambiente circostante perché non
contiene niente di imposto, niente di troppo
deciso, dato che ladulto Gabriel ha
volutamente evitato di alzare mai la voce sul
serio, e questo è uno dei suoi punti cruciali,
che starà alla base del principale gradimento o
della principale delusione del disco: ma qui
cè il gioco arbitrario delle aspettative a
manifestarsi, non ostante le aspettative
dovrebbero per definizione essere
unassurdità nellarte. Lo diventano
quando larte opera - oggi
larte opera, agisce cioè in
concreto, specie con la musica diffusa in tempo
reale nel mondo - attraverso il passaggio per la
consuetudine. Comunque, anche
Springsteen è adulto, ma col suo Rising ha
scritto unopera connessa allimpatto
dello smarrimento della sicurezza del quotidiano
sulla gente delle città, e quindi un po di
forza evidente ce lha messa dentro, in
quella raccolta di brani, perché il tutto faceva
parte di un messaggio molto specifico ispirato
dalla metabolizzazione americana dei tragicissimi
pochi minuti di tragedia a Ground Zero. Gabriel,
invece, ha scritto UP in dieci anni e con la
forza non lo poteva neanche instaurare un dialogo
così lungo. E comunque nulla dellopera
mostra di avere niente a che spartire con
messaggi del genere, anzi. UP è quindi
unopera da scoprire lentamente, con un
ascolto rilassato, abbandonato possibilmente,
attraverso un tentativo serio di assimilazione.
Unopera di consumo musicale che deve
esonerare dalla domanda urgente mi
piace/non mi piace perché il suo contenuto
diviene, allascolto sereno, una pratica
articolata di ausilio alla meditazione nel senso
occidentale del concetto, cioè senza necessaria
riconduzione ad istanze di ispirazione
trascendenti, bensì basata sulla sua essenza
centrale. Parlo, a questo proposito, della
ricerca del contatto con se stessi attraverso il
distacco dal mondo vissuto e la riscoperta
dellessenza delle proprie funzioni vitali,
come il respiro, lautopercezione rilassata
della fisicità propria, delle gambe, della
pancia, delle ginocchia abbandonate lì sul letto
o sul divano, mentre la musica distrae
lattenzione materiale e riverbera il senso
di se stessi.
In questo modo UP consente al suo autore di
raggiungere la parte interiore dei suoi più
attenti fruitori , se non altro per la scelta del
distacco esistenziale che è certamente presente
nellopera, dove mai si coglie in termini
aperti alcuna provocazione fisica: cè
qualche cedimento alla stessa propensione
incontenibile di Peter in The Barry
Williams show, che è forse il pezzo meno
spirituale, ma nel quale viene quasi
improvvisamente fuori qualcosa di irrefrenabile,
come scappato di mano rispetto al resto, che fa
pensare al migliore antico Gabriel, anche se il
brano potrebbe tranquillamente piacere molto meno
di tanti altri.
Resta però
nellintero UP che sono del tutto rare le
alzate di ingegno vocale volte a stupire o anche
solo a rendere deliberatamente gradevole la
sequenza delle note ( che su certi pezzi sembra
addirittura evitata volutamente), il che aumenta,
in chi ha la sua età, e conosce certi meccanismi
ipocriti perché spesso ha deciso a tavolino di
non usarli mai, la stima morale della persona,
dato che gli stagionati che si prostituiscono per
mendicare apprezzamenti sono esseri di
scarsissimo valore, ed è molto triste e
imbarazzante rilevare la cosa ad età maturata.
Sorge, qui, lantico concetto della
pena suscitata come fattore di
massimo disprezzo.
Comunque, i brani di UP
sono davvero molto distinti tra loro e solo un
ascolto molto distratto potrebbe liquidarli come
unespressione compatta e indiversificata
del talento aggiornato del signor Gabriel: sono
dieci come ho detto, e lunicità di fondo
che certamente che li pervade non sembra essere
necessariamente frutto della creazione quanto
esito della condizione specifica e ineliminabile
del creante, che dopo lalto
numero di composizioni che ha già messo insieme
nei tempi in cui per lui la composizione era fino
in fondo un atto cosciente, appare ora intaccato
nella possibilità materiale di ricombinare in
proposte visibilmente innovative quanto di lui è
invece portato ad esplorare meglio
lanfratto della musica riprodotta che ha
già delineato nel passato. Un passato che però
con UP esce rinnovato e piacevolmente esteso nei
confini, anche se non rivoluzionato, per fortuna
di chi apprezza lautore, riconoscendogli
qualcosa di veramente particolare e autentico,
che merita la memoria. Ad ascoltare il primo
brano, Darkness, titolo che è profondo in sé
perché evoca il mistero, la non pienezza della
possibilità del conoscere nelloscurità,
la voce piena di inflessioni vissute del signor
Gabriel induce chi ascolta ad attribuirgli una
gamma infinita di caratteri personali, fattore
chiave questo, nel processo di acquisizione
capillarizzata del pezzo che ho detto
essere sempre alla base del gusto (mi piace/non mi
piace) e quindi del successo dellopera.
Eccola, se si vuole, anche con Darkness,
unesemplificazione persino banale
dellimponderabilità del risultato della
comunicazione artistica che sta dietro a ogni
brano rock, oggi. Ami un certo
pezzo, e concorri concretamente ad
attribuirgli il successo per la quota che ti
compete, se e quando quel pezzo
riesci a farlo tuo, a credere di riuscire a
sottrarlo dal consumo collettivo, almeno
idealmente, inserendolo nelle cose tue,
pervenendo a ricondurlo ad unidea che trovi
riferibile a te, operazione che è possibile
realizzare solo in momenti di sano controllo, di
pace, di solitudine ricca e non
smarrita, scempia come dicono in
Toscana talvolta. Questa è unaltra
testimonianza dello splendido e poderoso potere
della musica di esaltare positivamente persino la
solitudine delluomo, che pure è una
sensazione spaziale, che ci riconnette con
luniverso, andando al di là del semplice
piccolo mondo che ci circonda. Di esaltarla
attraverso le sue manifestazioni, ed è il caso
del rock, più elementari e semplici, più
dirette, più terrene, verrebbe di gridare ora,
un po in ritardo, in direzione dei
cardinali riuniti a Trento. Appropriarsi di un
brano musicale anche di rock, anzi spesso
specialmente di rock, è un evento che la
edulcora, la solitudine, e che rinforza le
persone con il suo risultato finale. UP questo
tipo di lavoro lo agevola più volte alla
perfezione, forse meglio degli altri LP cui ho
fatto riferimento, con lunica eccezione dei
lavori di Roger Waters, altro personaggio in
combutta e in lotta continua, ma olimpica e non
ostile, con gli anni che gli si cumulano addosso.
In UP non si creano spinte emulative o
accattivanti per nessuno, luomo che canta
non mostra mai di voler sedurre perché si
esprime sempre mostrando di sapere che quello non
è più un compito credibile col quale intende
misurarsi. Il che non è strano perché è negli
LP degli artisti rock giovani, di tutte le
nazionalità e i tempi, che in pratica, non si
assiste ad altro che a tentativi di seduzione,
fondati sui fattori più diversi, dal senso
poetico alla forza muscolare al fisico che la
musica deve esaltare nellimmaginazione. Ma
sempre solo di seduzione si parla, perché si è
giovani e la vita deve ancora portare molto, è
la natura a volerlo. In UP i brani sono invece
proposte soprattutto autoriflessive, esibite con
la pacata serenità dei grandi, di coloro che non
si sfiancano più perché ne è passato il tempo.
E tutto ciò, cioè la serena disamina pubblica
di quanto sanno, accade, nel migliore dei casi,
con i tratti della modestia sfolgorante, assoluta
e vincente, non per forza con quella dimessa, che
spesso è anche antipatica.
Ecco perché un ascolto di
UP mescolato alle adeguate visualizzazioni che
ispira ( mescolando i sensi, quindi), rispettando
il senso più profondo della parola
ascoltare, accompagnando cioè la
funzione naturale uditiva con la migliore
partecipazione emotiva generale, conferisce alle
visualizzazioni (ho parlato a bella
posta di ascoltare le
visualizzazioni) che i brani provocano
attraverso ludito, uno stato che piace e
soddisfa qualunque appassionato o semplice
temperamento sensibile. Fatto nel modo giusto, in
silenzio, rilassati, determina
laccarezzamento delle nostre corde interne,
quelle che sono tese come quelle delle chitarre o
dei violini, e quindi sono sensibili al tocco e
alle percussioni, che sono risuonanti sempre e
per questo testimoni segrete e attendibili del
senso esatto della nostra vita.
Con UP, da Growing Up a
The Barry Wiliams Show, a More
than this a Signal to noise, il
brano che ci raggiunge e ci penetra è capace di
generare la piacevolezza che sempre cerchiamo, o
ci auguriamo, quando ci ricordiamo di quelle
corde interne che abbiamo, allinterno di
una fenomenologia che può rappresentare uno dei
livelli massimi di intimità, che evidentemente
con il vecchio rock delle sale da
ballo, dei teatri affollati da ammiratori
festanti che guardano e si fanno vedere, e delle
piazze dei concerti ha un collegamento molto
attenuato ed eventuale quanto mai. Il pezzo di UP
non è destinato agli ambiti classici del rock
in nessuna misura, e ciò è risultato
comprensibile, stando alle cronache, anche nelle
occasioni in cui Gabriel ha esibito quei pezzi
dal vivo, a Milano per esempio, dove ha quasi
iniziato il tour europeo dopo
unestemporanea esibizione di settembre
nella suaSardegna, in piazza, senza
nessun annuncio preventivo, con certi fan che nel
giro di un pomeriggio sono arrivati trafelati in
aereo da diversi paesi europei.
Si tratta dunque di musica
composta, o messa insieme sarebbe meglio dire,
con tutta unaltra propensione, che in
occasione dei concerti ha funzionato lo stesso
perché riprodotta tecnicamente alla perfezione,
con la capacità dunque di catalizzare e di
rievocare, sotto lincidenza suggestiva
della presenza personale delluomo,
lorigine metafisica che la
contraddistingue, ma che meglio si coglie durante
il suo uso proprio, che resta quello individuale,
accanto a qualche forma di meditazione, sia pure
del tutto occidentale. Cioè, ascoltando da soli,
in condizioni riflessive. E se hai qualcuno
accanto, deve essere uno di quei magici rapporti
che ti fanno stare bene perché non turbano la
tua autopercezione, come avviene negli amori del
massimo grado, compresi quelli per i figli o per
gli amici più consolidati. In tutti i
pezzi (altra parola che stanca
)
di UP specialmente in No way
out, che sembra cantato da una poltrona, o
in My head sounds che esprime il
paradigma impegnativo dellintero LP, con la
sua maturità e la palese rinuncia alla ricerca
dellaccattivante sequenza di note volta a
far dire che carina questa musica -
la voce che si sente è dunque quella di chi si
propone, magari con modestia, da maestro, da
persona fidata che ha molto da illustrare se si
desidera ascoltare. Anche il maestro
mostra di sentirla la differenza dai tempi di
Suppers ready o anche di Red Rain, perché
gli accenti sono meno stentorei, comè
tipico di chi sa e non di chi semplicemente
declama. Questa consapevolezza appare prodotta,
denunciata mirabilmente, allinterno dei
brani, mostrando lottica di chi offre degli
optional ai presenti, cioè qualcosa che
potrebbe anche mancare, essere sostituita a
piacimento del destinatario. Bella
particolarmente la sequenza tra il brano che
sembra testimoniare che Gabriel ha già in mente
labisso del futuro che attende ogni uomo
cosciente, cui viene posta di seguito la più
leggera delle composizione del disco, cioè
The drop, come a voler sdrammatizzare
il segnale lanciato col brano da fine percorso
mentale.
La perfezione non si
ama, si contempla (Dostoiewskij)
Gabriel, mentre canta UP, quindi non è
graffiante ma soprattutto è diligente, perfetto
nella trasmissione, esauriente, nel quadro di
unidea complessa che la musica presenta
già oggettivamente in modo impegnativo e
tendenzialmente prioritario. Si sente che gli
manca lentusiasmo di chi rischia, lo
slancio di chi punta a convincere anche
attraverso la dimostrazione di forza o di
disinvoltura, e quindi del coraggio
rappresentato, perché è comprensibile
anzi è inevitabile che dopo molti anni di
professione sincera di questi sport
così logoranti la fiducia sugli effetti della
dimostrazione di rischio scema grandemente. Si
avverte questo, nei brani di UP, ma senza che
ciò si traduca in un difetto dellopera,
anzi, grazie alla coerenza e alla sincerità, ne
diventa un ulteriore pregio cui le nuove leve non
possono certo pensare quando registrano le loro
creazioni. Il lavoro del creativo
supremo, nella musica rock moderna, è
diventato un altro rispetto al passato, anche
quando ci si confronta con se stessi: questo
emerge chiaro, per esempio, ascoltando il terzo
brano Sky Blue ed il settimo,
My head sounds like that. In entrambi
quei pezzi emerge senzaltro lanelito
di eternità della musica di Peter Gabriel,
quellanelito che è insito nellessere
che si candida a meritarsi la
perduranza, la sua cifra
caratteristica, la sua testimonianza. Con essa
lui sembra dire forte : Mondo, io sono
questo, prendine atto, registrami, non limitarti
a guardarmi per come ti sembra di vedermi ! Sono
stato questo quando sono passato di qua. Se mi
ricorderai, mondo, con qualunque delle tue
particelle, cioè elle tue persone, ricordami
attraverso di questo, inserisci
questo nel ricordo. Ho il diritto ad
essere ricordato, configurato, con quello che
esattamente io sono. E ha ragione Peter
Gabriel, se pensa questo, perché il diritto di
essere percepiti per quello che si è, è un
affare importante e straordinario perché
accomuna tutto il creato, unifica gli uomini alle
pietre
..
Quando, su UP, ci si
abbandona a No way out emerge il
senso del pacifico, trasmesso dal rocker
che ha conosciuto la convergenza sensuale insita
in tutte le forme di tranquillità, valore
immenso, e la immette nel suo messaggio artistico
(ogni manifestazione artistica è un messaggio,
come sanno anche i bambini
.) E
lespressione spirituale di un uomo maturo,
evento molto bello e piacevole,
quando è sincero e autentico e non nasce solo
per convogliare consensi, cioè con secondi fini,
bensì sorge solo per proporre con chiarezza. Gli
anni del rock di Peter sono tutti visibili anche
in I greve, brano che avrebbe la
chiara struttura fondamentale del cosiddetto
pezzo forte, ma che perviene ad un
esito diverso, non so se volontariamente o meno.
Un esito blando, ragionatamente sofferto, con
lavvertenza dovuta che i sospiri di
partecipazione emotiva di un cinquantenne non
sono mai accostabili a quelli di un
ventenne,perché manca in loro
lautenticità di ogni possibile abbandono e
dunque essi sono solo un modo
espressivo, e mai un fatto vero
( come quelli che Mick Jagger inculcava in
Satisfaction e che oggi si risentono nei Calling,
in Alanis Morissette in Avril Laligne, in Vanessa
Carlton, in Alicia Keys, nei Coldplay, in Richard
Ashcroft, in Norah Jones, sempre per selezionarne
solo alcuni).
Magari ladulto può
mettere insieme, con la partecipazione, un
belleffetto espressivo, ma resta
insuperabile che è difficile accettare come
verità bensì sempre come esternazione: troppo
esteso è ormai il rapporto con la vita perché
diventa credibile quella concentrazione che si
nasconde dietro un sospiro. E questo è solo uno
dei tanti esempi di come una legge delletà
invade lespressività del rock, e con essa
si ripercuote sulle dinamiche del gusto, della
predilezione e del gradimento. Fenomeni che
restano giustamente intatti ma che seguono
percorsi diversi, più complessi, che si
riproducono eguali a suo tempo in chi oggi
ha 20 anni ed ama Bruce Sopringsteen, Winwood, e
Gabriel. Tutto nellambito della meraviglia
naturale e un po soprannaturale che resta
la musica, e non solo quella di Bach, Beethoven e
Mozart.
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