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COS'È
L'ORA DI SCRIVERE
preposizioni per l'uso
PER
poter veder pubblicati o, comunque, recensiti i propri scritti su
Storie nello spazio "L'ora di scrivere", occorre inviarli a
STORIE - L'ORA DI SCRIVERE, Via Suor Celestina Donati 13/E - 00167
Roma.
A
tutti coloro che ci scriveranno: potete inviarci anche più di uno
scritto a patto che ogni racconto o poesia non superi le 4 cartelle
dattiloscritte (non spediteci valanghe di fogli in corsivo!).
DALLA
pubblicazione dei vostri scritti riteniamo potrete ottenere non
soltanto un necessario riscontro del vostro possibile talento ma anche
aggiungere documentazione utile al vostro curriculum.
DA
non dimenticare: insieme ai vostri scritti inviateci anche la vostra età,
il numero telefonico, etc. Insomma, una breve, se vi
interessa, nota biografica. Tutto ciò per meglio impostare
le nostre recensioni.
CON
tutti coloro che ci invieranno del materiale avremmo piacere di
instaurare un rapporto di collaborazione. Saranno graditi,
infatti, degli interventi nelle nostre rubriche. Soprattutto in quelle
dedicate a Gialli, Errori, Scorie, Terza, quarta, quinta
persona (una rassegna di personaggi anche sconosciuti ma curiosi e
significativi di un'idea interessante in vari campi). In fila per uno
(classifiche, elenchi di varia natura eccetto che di vendita). Crediamo
che Storie possa in qualche maniera addestrarvi anche come giornalisti.
Da Hemingway a Moravia, i migliori scrittori si sono messi alla prova
facendo i giornalisti.
SENZA
dubbio molti di voi avranno periodicamente nuovi scritti da
sottoporci. Ebbene, siamo disposti a prenderli in esame (anche per
valutare l'auspicabile evoluzione del vostro stile), tuttavia tenete
conto che ognuno di voi ha diritto a non più di 3 segnalazioni
nel corso dello stesso anno
nell'ambito de "L'ora di scrivere".
SU
una cosa non fate affidamento: i vostri manoscritti non vi
verranno restituiti. Come recita la più collaudata retorica
editoriale. Non mandateci, dunque, degli originali in copia unica.
Lo puntualizziamo nel vostro interesse.
TRA
tutti i racconti e le poesie che ci saranno inviati anche i nostri
lettori avranno la possibilità di esprimere il loro giudizio. A tal
proposito troverete su Storie, alla fine della rubrica "L'ora di
scrivere", una scheda in cuiè possibile indicare i propri
preferiti fra i racconti e le poesie pubblicati nella rubrica.
A nessuno verrà chiesto un contributo per la pubblicazione sulla
rivista.
CONSIGLI
PER LA SCRITTURA. (Venticinque proposte per scrivere meglio. Una
sorta di breviario specifico da consultare con passione se si ama
scrivere. A volte anche un modesto suggerimento può risolvere un
progetto narrativo)
a cura di GIANLUCA BASSI
1) Scrivere di qualsiasi argomento, purché lo si conosca bene.
Persone, fatti, periodi storici, luoghi, etc. Documentarsi
accuratamente, dunque. Questo, tuttavia, non significa trattenere la
propria immaginazione. Semmai, occorre metterla al servizio della storia
che si vuole raccontare.
2) Non improvvisare. A meno che non si sia abituati a scrivere
secondo questo criterio, il quale - se spontaneo - può anche sortire
risultati affascinanti. Diversamente, far riferimento a una precisa
scaletta che puntualizzi la dinamica della vicenda che si narra.
3) Evitare - per quanto possibile - i periodi troppo brevi. Sono il
riflesso un po’ superato di un presunto modernismo. Rendono la
narrazione frammentaria e, talvolta, reticente in virtù di una rapidità
d’impianto per lo più giornalistico. Tuttavia, se interpretati con
misura e autentica facoltà di sintesi, possono contribuire a una prosa
febbrile, sincopata, eppure eloquente nella sua fulmineità.
4) Scrivere di un personaggio quando se ne ha in mente la personalità,
in modo da integrarlo agevolmente nell’intreccio.
5) Guardarsi dall’aggettivazione insistita e dimostrativa. Meglio
pochi aggettivi, se giovano alla comprensione (e partecipazione) del
lettore.
6) Titolo: non puntare sull’originalità a tutti i costi. Il più
delle volte rimangono le storie, non i titoli. Inoltre, un buon titolo
è quello che con sintesi e chiarezza introduce una vicenda. Titoli
suggestivi, ma sibillini, rispondono a una logica pubblicitaria più che
letteraria. Così come non attribuire ai personaggi nomi forzatamente
stravaganti. Anche in questo caso, a persistere devono essere il
carattere, le scelte, le vicende dei personaggi. Non necessariamente un
cognome o un nome bizzarri
.7) Arginare ripetizioni, costruzioni prolisse e discrepanze
rileggendo il testo a più riprese (anche ad alta voce: dà idea del
ritmo narrativo).
8) Azzardiamo: non leggere troppi libri. Talvolta, la cultura
enciclopedica (se non si tratta di Borges, Calvino, Eco) può turbare
l’immaginazione. Si finisce col moderare la propria inventiva perché
spesso alcune idee rammentano qualcosa che si è già letto. Un vicolo
cieco dal quale hanno tratto profitto pochi autori, oltre a quelli
sopracitati.
9) Munirsi di un buon dizionario dei sinonimi. Non c’è nulla di
male; anzi, risolvere dubbi terminologici può essere istruttivo per far
maturare il proprio lessico.
10) Non raccontare - sempre e comunque - i fatti propri. Oltre a
essere indice di ridotta creatività, non è detto che siano così
avvincenti da conquistare il lettore. Ricordarsi che il processo di
identificazione del lettore con il libro è condizione rara e, per di più,
imperscrutabile. L’autobiografismo si rivela efficace quando agisce da
filtro fra l’esperienza vissuta e la costruzione di una storia
originale.
11) Cercare con ostinazione (anche disperatamente) un riscontro a
quanto si scrive. Far leggere i propri scritti, dunque, a persone anche
molto diverse fra loro. Può risultare utile ed educativo. È una
maniera obiettiva di misurare i progressi (o i regressi) compiuti. Non
è pratica da raccomandare quella di sottoporre i propri componimenti al
giudizio di amici e parenti; essi sono solitamente indulgenti e, quindi,
poco indicati per una interpretazione critica che non sia di parte.
12) Non aspettare necessariamente "l’illuminazione".
Scrivere comunque. Anche lettere, come pure testi non propriamente
narrativi, oppure attendere l’autentica ispirazione dedicandosi alla
stesura di appunti preliminari. La pratica scalda i muscoli anche allo
scrittore e contribuisce a una ginnastica mentale che rende più
funzionale la passione per la scrittura. Eliminandone ridondanze,
ingenuità, formule arbitrarie.
13) Non indulgere al "pastiche" (l’imitazione dello
stile e dei contenuti dell’opera di un scrittore). Per quanto possa
apparire un suggerimento ovvio, occorre precisare che a volte un
esordiente palesa inconsapevolmente tale caratteristica. Evidentemente
influenzato dalla considerazione che nutre per un certo autore. Ebbene,
anche in questa evenienza non trascurare quanto detto al punto 11. Gli
scrittori "avvertiti" acquistano una maggiore tenuta. Qualora
il "pastiche" fosse invece deliberato - inteso, cioè, come
una volontaria escursione stilistica - allora, come non detto.
14) Sottoporre il testo che si è scritto a uno strenuo, metodico
processo di "riscrittura". Dunque, rileggere, correggere,
scrivere di nuovo il tutto finché non lo si giudichi all’altezza
degli intenti di fondo che ci si è posti. Non è un’iperbole
sostenere che le possibilità di rifinitura di un testo sono infinite.
15) Come già accennato al punto 12, è opportuno scrivere sempre.
Sempre, può anche significare poco al giorno. A patto di farlo con un
criterio preciso. Ogni metodo di scrittura è lecito, anche nella sua
stravaganza, come si potrà constatare consultando la lezione intitolata
"La prassi". E questo vale per chiunque voglia raccontare
qualcosa (sia esso scrittore, sceneggiatore, cantautore, anche
giornalista). Lo spazio che separa - intellettualmente - la realtà
dall’invenzione di una storia, questo spazio diventa letteratura.
Affinché ciò avvenga, occorre che lo scrittore si disciplini
adeguandosi a un metodo di scrittura che, peraltro, ha il privilegio di
poter scegliere in totale autonomia. Purché ne abbia uno, però. Per
delineare uno schema che può agevolare e motivare un metodo di
scrittura, i requisiti che un autore deve avere sono fondamentalmente
due: la pazienza e la costanza. Non a caso, elementi integranti del
concetto di disciplina. La pazienza va intesa come possibilità e, al
tempo stesso, capacità di riscrittura e rilettura. Ovvero, non bisogna
mai accontentarsi di ciò che si è scritto (diciamolo: lo scrittore è
un’anima in pena). La costanza, invece, è indizio di regolarità e
rigore nel momento in cui si decide di scrivere; fa sì che quel momento
diventi un’abitudine ferrea. E nell’ambito di una feconda ritualità,
sia la pazienza che la costanza possono, in qualche maniera, confortare
lo scrittore. Perché egli sa che a un certo punto della giornata - vuoi
o non vuoi - scriverà. È il suo metodo a imporlo.
16) Non eccedere in volgarità, specie se fini a sé stesse. O
quando ostentate con intenti banalmente provocatori. La volgarità - che
pure può rappresentare un accurato lavoro di ricerca
linguistico-dialettale - è lecita se eloquente di un contesto o di un
temperamento.
17) Paradossalmente, anche non scrivere può rientrare in un metodo
di scrittura. Ovvero, si può perdere tempo (con un criterio) allo scopo
di distrarre mente e muscoli, purché tutto questo partecipi a una fase
preparatoria alla scrittura. In tal senso, ogni autore perde tempo come
crede, a patto che questa "apologia dell’intervallo" sia
finalizzata a trovare la giusta concentrazione per poi mettersi al
lavoro. Peraltro, la visione di un film, una passeggiata (magari intorno
alla propria scrivania), guardare dalla finestra, una telefonata,
rifocillarsi, la lettura di un giornale anche frivolo, e così via, sono
condizioni che contribuiscono ad umanizzare e rilassare lo scrittore. È
come la fase di riscaldamento per un atleta. Perfino la perdita di
tempo, quindi, fa parte del processo di scrittura. Un defaticamento
tattico e talvolta poetico in sé. Anche nei suoi aspetti più
singolari, che spesso finiscono col rientrare fra gli spunti narrativi
dell’autore.
18) Nell’uso della grammatica e della sintassi rigore e
correttezza sono raccomandabili (come dimostrano i capitoli "Darsi
una regolata" e "Guai a voi") ma non devono diventare
un’ossessione. La lingua va interpretata, anche aggiornata, come è
giusto che avvenga. Per meglio dire: deve essere assimilata all’epoca
in cui si sta scrivendo con adeguamenti e non per forza con rivolte
scapigliate (prerogativa delle avanguardie, semmai). Intanto, per fare
un esempio, non è più uno scandalo se un periodo comincia con la
congiunzione "ma" o con l’avverbio "dunque"; e poi
alcuni errori, una volta chiariti, si possono facilmente memorizzare. E
correggere. Ma è fondamentale - prima di tutto - aver
"dentro" qualcosa da raccontare. Un fuoco, diciamo così,
che spinge a scrivere attraversando i fatti e le persone con una
ostinata curiosità. Se si ha poco da dire, c’è poco da correggere.
19) Il dibattito - spesso pretestuoso - fra i sostenitori della
cultura "alta" e i sostenitori della cultura "bassa"
è ormai ozioso e francamente approssimativo. Di certo, meriterebbe un
approfondimento saggistico che non rientra fra gli obiettivi di questo
breviario. Piuttosto, è importante considerare che lo scrittore deve
mettere al servizio del suo ruolo di testimone e di interprete della
realtà una nobile capacità di indiscrezione. Una vigilanza permanente.
Per il vero scrittore la cultura non ha argini o etichette. È questa la
sua libertà.
20) Moderare i giochi di parole. Innanzitutto, il funambolismo
linguistico (Céline, Gadda) è una cosa; il sentimento quasi
enigmistico per la scrittura (Queneau, Perec) un’altra. Comunque sia,
entrambi i generi - che pure non è appropriato ridurre al semplice
gioco di parole - vanno esercitati se si è realmente in grado di trarne
una prosa interessante e, soprattutto, condivisibile dal lettore.
Qualora non si fosse davvero dotati per un simile cimento, si può
scadere nel mero virtuosismo. Un appagamento lessicale che, quando privo
di un progetto letterario, trasmette freddezza e freddura.
21) La tecnica! Una o più idee brillanti non bastano a fare di un
appassionato uno scrittore. La conoscenza, anche assai personale, delle
tecniche di narrativa è condizione essenziale per la maturazione di un
autore. Perfino le idee più interessanti si devono spiegare bene al
lettore. La tecnica induce alla chiarezza.
22) Facendo riferimento a quanto sostenuto al punto 9 (dizionario
dei sinonimi), è ancora più importante affidarsi a un buon vocabolario
della lingua italiana. Gli scrittori amano circondarsi, giustamente, di
decine di vocabolari e dizionari di varia natura. Ebbene, prima d’ogni
altro, si deve avere un vocabolario d’italiano. Fin qui nulla di
strano; tuttavia, è opportuno dare il loro nome alle cose delle quali
si scrive. Occorre, cioè, rispettare la proprietà del linguaggio. E
alla proprietà si arriva con un processo analitico: dal generale al
particolare. Insomma, bisogna specificare le cose, i sentimenti, gli
spazi, le persone che si descrivono. In tal senso, la prosa di Simenon
è esemplare. I suoi romanzi sono assai dettagliati e ci si imbatte in
decine di nomi strani solo perché, magari, non li conosciamo. Eppure,
sono definiti appropriatamente. A volte, è istruttivo anche leggere un
libro col vocabolario sotto il braccio.Al rispetto della proprietà va
aggiunto un puntiglioso lavoro di verifica su quanto affermato nei
propri scritti. E dal vocabolario si passa all’enciclopedia.
23) Individuare - con la pratica e utili suggerimenti - a quale
ambito della scrittura si è più portati. Si può essere poeti mediocri
e dignitosi romanzieri, efficaci autori di reportage giornalistici e
modesti saggisti, etc. In una parola: specializzarsi. La scrittura ha
molte facce e non tutte possono appartenervi. Occorre diffidare degli
scrittori a "360 gradi", per usare una brutta espressione.
Essi agiscono da romanzieri, poeti, docenti, saggisti, giornalisti,
recensori e "opinionisti". Pochi di loro mantengono una media
elevata nelle diverse discipline. In realtà, l’autentico scrittore
rifiuta, per principio, di impiegare il proprio talento in occupazioni
così disparate. Quelli che - per calcolo o incontinenza - decidono di
farlo diventano "scriventi" più che scrittori.
24) Opporsi, con le proprie scelte, alla retorica dello scrittore
solitario. Le torri d’avorio servono a poco. Spunti e vivacità
dialettica, lo scrittore li riceve dalla vita quotidiana, fatta di
incontri, scambi e anche normalità. Il ritornello dell’autore isolato
ed eccentrico non dev’essere una regola, né uno sfoggio; certo,
grandi scrittori hanno avuto vite strane e difficili ma chi ha una vita
facile? E poi di cosa diavolo scriverebbe? Per scrivere occorre uscire,
guardare e tornare a casa. In quel momento la solitudine può servire.
25) Se avrete il contrattempo di diventare dei grandi scrittori,
possibilmente ricchi, vogliate corrispondere una cifra pari allo 0,8%
dei vostri diritti d’autore alla rivista Storie in virtù dei consigli
ricevuti. Si scherza, ovviamente. Ecco, la facoltà di non prendersi
troppo sul serio è prerogativa sostanziale (e benvenuta) per un
compiuto approccio con questo mestiere. Un requisito, questo, che
confina volentieri con il concetto calviniano di "leggerezza".
Intervenire nella realtà rifiutando la visione diretta delle cose,
contemplare le nostre ansie armati di ironia e malinconia, la facoltà
di dubitare. Insomma, "la leggerezza come reazione al peso di
vivere", concludeva Calvino. Naturalmente, non prendersi
cronicamente sul serio è facoltativo ma - quantunque non sempre
risolutiva - è questa una attitudine capace di restituire levità,
facilità e pure ulteriore spessore critico al punto di vista dello
scrittore. Non diffidatene. Indagate su (e con) un sorriso, può
nascondere verità assolute.
CONSIGLI
D'AUTORE. (Uno spazio diretto a quanti ci sottopongono con
fiducia e costanza i loro scritti. Curiosità grammaticali, suggerimenti
di scrittori celebri, inviti a letture formative. Una rubrica da leggere
per scrivere meglio)
Karl Kraus
È il primo aprile del 1899. Vienna "vede rosso".
Infatti, mentre la capitale degli Asburgo vive le importanti
trasformazioni politiche e sociali in atto nell’impero, esce il primo
numero di "Die Fackel". Si tratta di una rivista, un organo di
satira contro l’ipocrisia morale e intellettuale dell’epoca. In
copertina, l’abbozzo di una fiaccola su uno sfondo carminio. Karl
Kraus, venticinquenne già collaboratore di giornali, ne è il
fondatore. Il periodico avrà fortuna e per 37 anni spargerà
"tradimento, terremoto, veleno e incendio" (W.Benjamin).
Trentamila pagine quasi del tutto accreditabili alla penna e
all’ingegno sardonico di Kraus. "Un uomo piccolo, - nel ricordo
di Elias Canetti - piuttosto gracile, un po’ curvo in avanti, con un
viso a punta" ma con una voce tagliente e in grado di dominare
agevolmente il pubblico di una sala col suo forte impatto oratorio. Fa
parte di quegli intellettuali che maturano nel fervore dei caffè. Al
Griensteld si riuniscono Schnitzler, Salten, Beer-Hoffman, ecc. Si
discute, si scrive, si recita. E Kraus legge per ore quotidiani e
riviste, ritaglia gli articoli che lo interessano e li incolla su un
grosso foglio di carta. Poi, con minuscoli scarabocchi appunta i suoi
attacchi. È critico rispetto a un giornalismo trascurato, fatto di
cliché, feuilletton, propaganda. Kraus ha l’ossessione del
linguaggio, è una questione vitale e urgente. Per lui come per Freud,
Wittgenstein, Schoenberg, Loos, anche se la esercitano su materiali
diversi. Quelli che proponiamo sono alcuni saggi tratti da "Detti e
contraddetti" (Adelphi) che riguardano, naturalmente, l’arte
della scrittura.
Sulle parole: tra sacro e profano
Il materiale a cui il musicista dà forma è il suono, il pittore
parla coi colori. Perciò nessun rispettabile profano, che parla solo
con le parole, azzarda giudizi sulla musica o sulla pittura. Lo
scrittore dà forma a un materiale che è accessibile a tutti: la
parola. Perciò ogni lettore azzarda giudizi sull’arte della parola.
Gli analfabeti del suono e del colore sono modesti. Ma la gente che sa
leggere non viene compresa fra gli analfabeti.
il linguaggio
Il linguaggio è il materiale dell’artista letterario; ma non
appartiene a lui solo, mentre il colore appartiene esclusivamente al
pittore. Perciò si dovrebbe impedire agli uomini di parlare. La mimica
è più che sufficiente per i pensieri che la gente ha da comunicarsi.
È forse permesso che ci imbrattiamo continuamente gli abiti con i
colori a olio?
i lettori
Lo scrivere non sarebbe altro che la capacità di somministrare
con le parole un’opinione al pubblico? Allora la pittura dovrebbe
essere l’arte di dire una opinione con i colori. Ma i giornalisti
della pittura si chiamano appunto imbianchini. E io credo che uno
scrittore sia colui che dice al pubblico un’opera d’arte. L’onore
più grande fino a oggi me lo concesse un lettore che mi confessò con
imbarazzo che riusciva a capire le mie cose solo alla seconda lettura.
Esitava a dirmi che non riusciva bene a cavarsela col mio linguaggio.
Era un conoscitore e non lo sapeva. Le lodi del mio stile mi lasciano
indifferente, ma i rimproveri che mi vengono rivolti mi renderanno
presto superbo. Da molto tempo avevo realmente una certa paura che si
potesse provare soddisfazione già alla prima lettura dei miei scritti.
E che? Una proposizione deve servire al pubblico perché ci si sciacqui
la bocca? I feuilletonisti, che scrivono in lingua tedesca, partono in
forte vantaggio rispetto agli scrittori, che scrivono dalla lingua
tedesca. Vincono al primo sguardo e deludono il secondo: è un po’
come si stesse dietro le quinte e si vedesse che tutto è di cartone.
Negli altri invece la prima lettura è un po’ come un velo che copre
la scena. E allora chi dovrebbe applaudire? Quelli che fischiano prima
di vedere la scena. Così si comportano i più; perché non hanno tempo.
Solo per le opere del linguaggio non hanno tempo. Davanti ai quadri
ammettono volentieri che non si tratta soltanto della raffigurazione di
un fatto che lo sguardo coglie subito: poi si sforzano di aggiungere un
secondo sguardo per avvertire qualcosa anche dell’arte dei colori. Ma
un’arte della costruzione di proposizioni? Se si dice loro che esiste
una cosa del genere, quelli pensano subito all’osservanza delle leggi
della lingua.
il purismo linguistico
Nella scienza della lingua un autore non deve essere
infallibile. Anche l’uso di materiale impuro può giovare a un fine
artistico. Io non evito espressioni vernacole, se servono a
un’intenzione satirica. L’arguzia, che lavora con rappresentazioni
date e presuppone una terminologia corrente, preferisce la lingua in uso
alla lingua giusta, e nulla le è più estraneo dell’aspirazione al
purismo. Si tratta di arte nel linguaggio. Che una cosa del genere
esista viene avvertito da cinque persone su mille. Gli altri vedono una
opinione e appesa a essa una battuta di spirito che ci si può mettere
comodamente all’occhiello. Non sospettano nulla del mistero della
crescita organica. Valutano solo il materiale. A partire dalla
rappresentazione più piatta si può raggiungere l’effetto più
profondo: davanti allo sguardo del lettore che ho descritto tutto tornerà
a essere piatto. La banalità come elemento della forma satirica: un
calembour le resta in mano.
la cultura
Al lettore piace che l’autore lo confonda con la sua cultura. Fa
impressione a chiunque scoprire di non sapere come si dice Corfù in
albanese. Perché d’ora in poi lo saprà e potrà distinguersi dagli
altri, che ancora non lo sanno. La cultura è l’unica premessa per cui
il pubblico non se la prende a male e la fama è sicura per
quell’autore che sa umiliare il lettore su quel punto. Ma guai a chi
presuppone delle capacità che non si possono recuperare o la cui
applicazione è scomoda! Che l’autore sappia più cose del lettore va
bene; ma che abbia pensato di più, questo non è facilmente
perdonabile. Il pubblico non può essere più stupido. Anzi è perfino
più furbo dell’autore colto perché trova sulla sua rivista come si
dice Corfù in albanese, mentre l’autore è dovuto andare a cercarselo
sul dizionario.
lingua e pensiero
Io non domino la lingua; ma la lingua mi domina completamente.
Per me lei non è la servitrice dei miei pensieri. Io vivo con lei in
una relazione che mi fa concepire dei pensieri, e lei può fare di me ciò
che vuole. Le obbedisco sulla parola. Perché dalla parola mi balza
incontro il pensiero giovane e forma retroattivamente la lingua, che lo
ha creato. Questa gravidanza di pensieri ha una tale grazia che
costringe a inginocchiarsi e impone ogni specie di tremanti premure. La
lingua è una sovrana dei pensieri, e con chi riesce a capovolgere il
rapporto lei si renderà utile in casa ma gli sbarrerà il suo grembo.
...quando occorre un termine tecnico
La scienza potrebbe rendersi utile. Lo scrittore ha bisogno di
tutte le sue specializzazioni, per trarne il materiale grezzo delle sue
immagini, e spesso gli manca un termine tecnico, di cui ha un’idea, ma
che non conosce. Mettersi a controllare è complicato, noioso e fa
imparare troppe cose. Invece bisognerebbe che, quando uno scrive, in
altre stanze della casa sedessero in attesa dei tipi che, a un segnale
prestabilito, si precipitino a rispondere, se si ha qualcosa da
chiedere. Si suona una volta per lo storico, due volte per
l’economista, tre volte per il maggiordomo, che ha studiato medicina,
e poi ancora per il talmudista, che domina anche il gergo filosofico.
Però dovrebbero solo dare la risposta che è stata loro chiesta, e
subito dopo dovrebbero allontanarsi, perché la loro vicinanza non è più
uno stimolo, una volta che hanno fatto il loro servizio. Naturalmente si
potrebbe anche rinunciare a questa specie di assistenza e un paragone
fatto con arte manterrebbe il suo valore anche se nella sua forma
restasse aperta la lacuna della sua formazione e così desse pretesto a
uno specialista per successive recriminazioni. Ma sarebbe una possibilità
per dispensare gli specialisti dal loro dispetto e guidarli subito verso
una occupazione tanto utile quanto piena di soddisfazioni.
La revisione: correzioni d'autore
arte e artigianato
Sentirsi disgustato della vita perché in un proprio lavoro si
è trovato un errore che nessun altro vede; calmarsi soltanto quando se
ne trova un altro, perché allora la macchia sul proprio onore viene a
coincidere col riconoscimento della imperfezione degli sforzi umani: un
tale talento nel tormentarsi mi sembra costituire la differenza fra
l’arte e l’artigianato. Certe zucche vuote potrebbero giudicare
questo un tratto di pedanteria; ma non hanno idea da quale libertà è
nata questa costrizione e a quale facilità nel produrre ci guidi questa
maniera di rendersi le cose difficili. Nulla di più sciocco che parlare
di sofisticherie formali, là dove la forma non è il vestito del
pensiero ma la sua carne. Questa caccia alle ultime possibilità
espressive conduce fin nelle viscere del linguaggio. Qui si crea
quell’intreccio per cui il confine fra il che e il come non è più
accertabile e per cui spesso prima del pensiero era l’espressione,
finché sotto la lima non diede la scintilla. I dilettanti lavorano
tranquilli e vivono contenti. Io, per una parola che la bilancia da
farmacista della mia sensibilità stilistica rifiutava, spesso ho fatto
fermare le macchine in tipografia e ho fatto distruggere lo stampato. La
macchina violenta lo spirito, invece di servirlo: così esso le vuole
mostrare chi è il padrone. E allora quand’è che ho finito, forse
quando la pubblicazione non può essere più impedita e la bramata
cesura dell’opera non porta a nulla? Ah, io ho chiuso un lavoro solo
nel momento in cui passo a un altro: tanto a lungo durano le mie
"correzioni d’autore". E altrettanto a lungo continua quella
nobile follia di credere che il lettore si accorgerà della mancanza di
un’idea postuma. E, di fronte a una scrittura che si pente in modo così
sanguinoso della propria imperfezione, il pubblico ritiene perfetta la
propria capacità di lettura, degenerata al contatto col giornalismo.
Per due centesimi si è guadagnato un diritto alla superficialità: si
rifarebbe i costi, se dovesse affrontare il lavoro? Le cose forse
andrebbero meglio se gli scrittori tedeschi volessero dedicare ai loro
manoscritti un decimo delle cure che io dedico alla stampa dei miei. Un
amico, che spesso mi ha fatto da levatrice, si meravigliava di quanto
facili fossero i miei parti e quanto difficile il puerperio. Per gli
altri tutto è a posto. Lavorano al tavolo e si svagano in società. Io
mi svago al tavolino e lavoro in società. Perciò evito la società. Al
più potrei chiedere alla gente se preferiscono una certa parola o
un’altra. E queste cose la gente non le sa.
la parola sanguina...
La mia inermità cresce col progressivo perfezionarsi di ciò
che scrivo. Quanto più mi avvicino alla parola, tanto più essa
sanguina, come il cadavere di fronte all’assassino. Io non mi
risparmio questo giudizio di Dio, e copro di correzioni i margini di una
copia di bozze, magari precedute con noncuranza da una quindicina di
altre, segni che sono come cicatrici. Ho sempre almeno due vie davanti a
me, e la cosa migliore sarebbe di prenderle tutte e due. E una volta
riuscirò a convincermi a presentare una proposizione nelle sue diverse
stesure, per utilità del lettore, che così viene costretto a leggere
varie volte una proposizione, e per prendere il massimo di distanze da
quelli che vogliono soltanto acciuffare l’opinione. Fino allora io
devo cedere la responsabilità della scelta della migliore fra le vie
buone alla persona cui mi rivolgo. La sua decisione meccanica mi
basterebbe, ma siccome io in una situazione simile potrei aiutarlo molto
di più di quanto lui possa aiutare me, non facilito le cose e lo faccio
precipitare nell’abisso dei miei dubbi, tanto in fondo da rassicurarmi
sulle sue condizioni, e allora lo salvo e salvo me con lui.
le "cuciture"
Nessuno che esamini uno dei miei lavori stampati vi troverà una
cucitura. Eppure tutto è stato strappato centinaia di volte, e per una
pagina andata alle stampe dovevano venirne fuori sette. Alla fine, se
una fine c’è, l’articolazione salta talmente agli occhi che non si
vede il lavoro di colla e non ci si crede. Quelli che scrivono e hanno
già tutto in testa e, quando scrivono, danno da fare soltanto alla loro
mano, sono manipolatori scellerati, con i quali io non ho niente in
comune eccetto l’alfabeto e anche quello non senza recalcitrare. Non
hanno più bisogno di mangiare, perché hanno già tutto in pancia.
"minuscole attenzioni"
A volte do una certa importanza al fatto di vedere una parola
che mi si rivolge come una bocca aperta, e allora metto i due punti. Poi
mi stufo di quella smorfia e preferirei chiuderle la bocca con un punto.
Questi capricci io li soddisfo solo quando vedo la parola stampata. E ciò
provoca spesso la perdita di migliaia di pagine di bozze, che io
sottraggo con ogni cura e grande spreco di ridicole cautele a un
pubblico che intanto si interessa di sapere che cosa ho da dire sulla
rivoluzione in Portogallo. Dopodiché viene a sapere che io non ho nulla
da dire in proposito e se la prende a male con me per la sua delusione.
Il pubblico ha sempre in mano i grandi temi. Ma se avesse anche una vaga
idea di come, nel frattempo, io butti tempo e salute per dedicarmi a
minuscole attenzioni, non si proverebbe più ad avvicinarmi.
Louis-Ferdinand Céline
Dottor Destouches, in letteratura Céline, Louis-Ferdinand
Céline. Autore di due grandi capolavori del Novecento,
"Viaggio al termine della notte" (’32) e "Morte a
credito" (’36). Esecrato, ingiurato, accusato nel secondo
dopoguerra di razzismo e collaborazionismo filonazista da una larga
schiera di intellettuali francesi, rimane uno scrittore controverso.
Tuttora, il suo talento da un lato, le sue discutibili teorie politiche
dall’altro si contendono il consenso di numerosi lettori. Certo non si
può non riconoscergli ciò che lui stesso rivendicò a sé, ovvero
l’invenzione di una "petite musique", una piccola musica
dello stile. Guanda editore ha raccolto nel volume "Polemiche"
(1995) una serie di interviste rilasciate da questo grande dannato della
scrittura. Ecco, dunque, qualche estratto sincopato, eccitato, delirante
di Céline che parla come un libro di Cèline...
Scrittura: emozione a ogni costo
Volete parlare di lettere? Non ho molte cose interessanti da dire.
Il mondo è segnato dall’Encyclopédie. Si hanno idee. Poche. Si
lanciano messaggi. Io non sono nella posizione migliore, mi rattrappisco
su ciò che m’interessa. Roba cinese. Non credo che appassioni
nessuno, è come fare il vetro filato. Si può benissimo bere nel vetro
comune, a rigore nel cristallo di rocca. Insomma passo anni a fare cose
finissime. È inutile nella pratica. Io faccio del vissuto emotivo,
faccio passare l’emozione nel linguaggio scritto. Il modo in cui gli
altri scrivono, francamente, non mi piace. Io ho trovato un altro modo
di stilizzare che mi soddisfa… Per sostenere le mie cattive ragioni: i
contemporanei, colleghi di talento, scrivono alla maniera di Paul
Bourget, di Anatole France, che a sua volta copiava Voltaire. Questo
buon modo di scrivere, ben appreso, è piacevolissimo quando è ben
fatto. Per rendere conto di una data situazione, di un dato modo di
trattare i fatti, sia giornalistici, sia mondani, va bene. Ma non è
emotivo, è arido. Ha due pecche profonde: quella della novità a ogni
costo e quella del razionalismo. Novità a ogni costo:
…sconvolgente… è un nuovo Balzac, un nuovo Victor Hugo…
prodigioso… Maupassant superato… È falso! Non è dato all’uomo
fare molto di nuovo. Pochissimo. La natura non ci dota per questo… per
fare un piccolo cambiamento, poca cosa. Nel cuore di una vita è enorme.
questa faccenda dello stile…
Ah, bah, bah direi… buon Dio, è un dono che avevo, che non presagivo,
che mi irritava. Uno che si siede a scrivere pensieri cari e a inviare
messaggi, a raccontare, mi è sempre sembrato ridicolo, e ancora me lo
sembra, e insomma non è serio ed ecco, nevvero, è successo che mi
mettevo a raccontare storie, con qualcosa di un tantino diverso. Be’
perché? Perché devo avere un piccolo modo di vedere, di rimestare le
frasi in modo tale che non sono affatto come quelle che ci si aspetta.
(…) Se non sono un pittore, quando vedo un albero lo lascio in pace,
non sono musicista, sento una canzone, la lascio in pace, dico è molto
graziosa, be’ applaudo e poi: "Ah" dico, "ecco un bel
quadro" ma insomma in fondo a me piace molto la cromolitografia, e
poi mi piace molto la Polka dei pattinatori, il Danubio blu, la sinfonia
di Beethoven, tutte queste cose mi piacciono molto, lo dico, ma non mi
viene voglia di trasformarle, no, mentre la frase, signora, io la
rimescolo, ho voglia di lavorarla, allora, dato che ci sono costretto,
be’, però mi fa piacere.
Lettori: un identikit
Il lettore è nella stessa posizione, l’ho sempre detto, di un
passeggero a bordo del piroscafo. Be’, un passeggero a bordo del
piroscafo si abboffa, beve, mangia, gioca a carte, si occupa delle
passeggere, ma non si occupa né della plancia dove si governa la nave né
della sala-macchine dove la fanno andare, ma no, no, no, lui non è lì
per quello, lui è lì per divertirsi. Be’, il lettore è lì per
divertirsi, allora si diverte o non si diverte ma insomma non ha molto
altro da fare, deve fare solo quello. Del resto quando uno dalla
sala-macchine sale in coperta fa male non è il suo posto e da una
visita alle macchine, brevissima, io sono stato medico di bordo, me ne
intendo, si torna tutti macchiati, unti, sporchi, e poi laggiù ci sono
macchinari che fanno un rumore infernale e che puzzano, no non è posto
per il passeggero e poi in plancia, ma lì è d’ingombro, perché lì
ci sono le carte, è molto grave, lui è lì come critico, allora dice:
"Ah, io non sarei passato di qui, se avessi saputo avrei preso
un’altra strada, però mi pare che questo comandante… ah, non mi
piace con quella barba, non ti pare Josepha? Ah, io trovo che…"
eccetera, è la critica, insomma. Ma, nevvero, l’uomo che lavora, che
produce e l’uomo che consuma, sono due tipi completamente diversi. E
lo stesso l’uomo che scrive un libro e quello che lo legge, sono due
tipi completamente diversi, non hanno niente in comune, non hanno niente
a che fare, non hanno niente a che vedere, bisogna metterli alla porta,
non hanno niente in comune.
"credo nella pigrizia del lettore"
(…) Una volta per fare architettura c’era Bourget, i
Goncourt, Voltaire. Lui soprattutto, è il maestro. Adesso… Insomma
questo piccolo complotto contro la lingua è stato pagato caro. Ciò che
era emozionale è scomparso. La spontaneità viene sempre dopo. Si è
dovuto passare per la torchiatura, la decantazione. In ogni modo non si
vede altro che feccia. È normale, bisogna lavorare. L’eloquenza
naturale è merda. Una parlantina facile è rozza materia prima.
L’uomo è pigro. Sempre di più. È abituato alla radio e alla
televisione. E poi digerisce. Digerire è una funzione enorme. Il mio
compito è di leggergli nella testa. Perché lui non legge. Lei lo sa
quanto me, nessuno legge. In casa mia, lui sale. Fa il suo giro,
ridiscende, un calcio in culo, lui è contento, se ne va. Dopo dice ma
che roba è, non mi piace, la detesto. Lo stile impressionista, è una
piccolissima cosa. Io non mando messaggi, non rivoluziono. Io credo
nella pigrizia del lettore. Gli do tutto bell’e sputato. Lui non deve
fare un bel niente, deve solo lasciarsi andare.
Franz Kafka
È il 1920 quando il diciassettenne Gustav Janouch, aspirante poeta e
letterato, conosce Franz Kafka, collega del padre
all’Istituto di Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro nonché
promettente scrittore. Ne nasce una singolare, seppur breve amicizia
sostenuta da una frequentazione quotidiana. E Gustav, fatalmente rapito
da una figura tanto ricca di fascino, annota ogni particolare degli
incontri: fatti, parole, gesti. Da queste scrupolose registrazioni ebbe
origine un libro che Janouch stesso intitolò, semplicemente quanto
eloquentemente, "Kafka mi disse". "Conversazioni con
Kafka" (Guanda, agosto ’98) è l’edizione italiana della
versione definitiva che uscì nel 1968 a Francoforte per la Fischer (la
prima, incompleta, risale al ‘51). Su questi colloqui aleggiano
inevitabili reticenze indotte dall’inesperienza dell’interlocutore,
come pure le trasfigurazioni operate da una fantasia eccitabile: è la
giovane età di Gustav... La stessa che rappresenta il limite, e insieme
la maggiore attrazione, di questa testimonianza su Kafka artista e ancor
prima su Kafka uomo.
Poesia: il rumore disturba l’espressione
Mio padre mi accompagnò al secondo piano, dove entrammo in un ufficio
piuttosto spazioso e ben arredato. C’erano due scrivanie vicine e
dietro una di esse sedeva un uomo alto e magro. Aveva i capelli neri e
pettinati all’indietro, il naso dal profilo irregolare, straordinari
occhi grigio-azzurri sotto una fronte vistosamente bassa. Le sue labbra
erano atteggiate a un sorriso dolce-amaro."Questo è certamente
lui", disse a mo’ di saluto."Sì, è lui", confermò
mio padre.Il dottor Kafka mi tese la mano."Davanti a me non si deve
vergognare. Anch’io ho una bolletta della luce molto alta".Rise e
la mia timidezza svanì.‘Ecco quindi il creatore di Samsa, l’insetto
misterioso’, pensai tra me e me, deluso di avere dinanzi agli occhi un
uomo con l’aspetto di un borghese qualunque."Nelle sue poesie
c’è ancora molto rumore", disse Franz Kafka, quando mio padre ci
lasciò soli. "È una caratteristica della giovinezza che denota un
eccesso di vitalità. Anche questo rumore è bello, benché non abbia
niente a che vedere con l’arte. Anzi, il rumore disturba
l’espressione. Ma io non sono un critico. Non sono capace di
trasformarmi velocemente in qualcosa per poi ritornare in me stesso e
misurare a ritroso la distanza percorsa. Come ho già detto non sono un
critico. Sono soltanto uno che viene giudicato e che assiste al
giudizio". "E il giudice?" chiesi io.Kafka rise
imbarazzato."In verità sono anche l’usciere, ma i giudici non li
conosco. Probabilmente sono un semplice usciere ausiliario. Non c’è
niente di definitivo in me" Kafka rise. Io risi con lui, sebbene
non capissi cosa volesse dire. "Definitiva è solo la
sofferenza", disse tornando serio. "Quando scrive lei?"La
domanda mi sorprese e risposi di botto: "La sera, di notte.
Raramente durante il giorno. Durante il giorno non riesco a
scrivere"."Il giorno è un grande incantatore"."Mi
disturba la luce, la fabbrica, le case, le finestre di fronte.
Soprattutto la luce. La luce distoglie l’attenzione"."Forse
la distoglie dall’oscurità che è in noi stessi. È un bene quando la
luce trionfa sugli uomini. Se non ci fossero queste tremende notti
insonni io non scriverei affatto. Ma in questo modo sono sempre
cosciente della mia oscura e isolata prigionia".
Libri: una gabbia di astrazioni
Io piegavo la testa ora a destra ora a sinistra per poter leggere il
titolo sul dorso dei libri. Il dottor Kafka rise divertito. "Lei è
proprio un bibliomane, a cui la lettura fa girare la testa"."Già.
È proprio così. Credo che senza i libri non potrei vivere. Per me sono
il mondo".Il dottor Kafka aggrottò le sopracciglia."È uno
sbaglio. I libri non possono sostituire il mondo. È impossibile. Nella
vita tutto ha un proprio senso e un proprio scopo, che non può essere
sostituito interamente da qualcos’altro. Non si può, per esempio,
compiere la propria esperienza per mezzo di un sostituto. Lo stesso vale
per il mondo e i libri. Si cerca di racchiudere la vita nei libri, così
come si rinchiudono gli usignoli in gabbia. Ma senza successo. Al
contrario, con le astrazioni dei libri l’uomo costruisce a se stesso
una gabbia. I filosofi non sono altro che Papageni dai vestiti
variopinti ciascuno in una gabbia diversa".
"diavoli e demoni"
Sorpresi Franz Kafka nel suo ufficio intento a studiarsi un opuscolo
della biblioteca Reclam."Mi inebrio leggendo i titoli dei
libri", disse Kafka. "I libri sono una droga".Io aprii la
mia cartella e gli mostrai il contenuto. "L’hascisc io lo divoro,
dottore".Kafka non nascose il suo stupore. "Tutti libri
nuovi!".Vuotai la cartella sulla sua scrivania. Kafka prendeva un
libro dopo l’altro, lo sfogliava, lo leggeva qua e là, quindi me lo
restituiva.Quando ebbe passato tutti i libri, mi chiese: "Li leggerà
tutti?".Io annuii.Kafka torse le labbra."Lei si carica troppo
di cose effimere. La maggior parte di questi libri moderni sono solo il
riflesso luccicante dell’oggi. Sono cose che si estinguono
rapidamente. Dovrebbe leggere di più i vecchi libri. I classici. Goethe.
Le opere antiche rivelano il loro valore nascosto: la durata. Le cose
solamente attuali sono così precarie: oggi sono belle, ma domani
possono apparire ridicole. Il cammino della letteratura è questo".
"E la poesia?"."La poesia trasforma la vita e ciò a
volte è anche peggio".Udimmo bussare. Entrò mio padre, dicendo:
"Il mio signor figlio la sta di nuovo disturbando".Kafka rise:
"Oh, no! Stiamo parlando di diavoli e demoni".
Il cammino dell’arte: sogno e tragedia
Qualche volta Franz Kafka mi esortò a mostrargli qualcuno dei miei
"scarabocchi in prosa". Cercai allora nel mio diario alcuni
pezzi adatti, li ordinai in una piccola raccolta che intitolai Il
momento abissale e li portai a Kafka.Mi restituì il manoscritto dopo
qualche mese, quando si stava preparando a partire per il sanatorio di
Matliary. In quell’occasione mi disse: "I suoi racconti rivelano
una giovinezza così commovente. Parlano molto più delle impressioni
che le cose risvegliano in lei che non degli avvenimenti e degli
oggetti. Questa è lirica. Invece di afferrare il mondo, lei lo
accarezza"."Dunque ciò che ho scritto non ha alcun
valore?".Kafka mi afferrò la mano."Non ho detto questo.
Questi brevi racconti hanno sicuramente un valore per lei. Ogni parola
scritta è un documento personale. Ma arte..."."Arte non lo è
proprio", conclusi io amaramente."Non è ancora arte",
precisò Kafka. "Tutto questo manifestare impressioni e sentimenti
non è altro che una timida esplorazione del mondo. Gli occhi sono
ancora offuscati dal sogno. Con il tempo però tutto ciò scomparirà e
la mano tesa in avanti a tastare forse si ritirerà, come se si fosse
scottata al contatto con una fiamma. Forse lei urlerà, parlerà in modo
sconnesso, batterà i denti e aprirà gli occhi, li spalancherà. Ma...
queste sono solo parole. L’arte coinvolge sempre l’intera personalità.
Per questo è fondamentalmente tragica".
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