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XVI corso di giornalismo e scrittura narrativa per corrispondenza |
il nuovo corso 2005/2006
| il metodo | 1° livello - il programma | docenti e autori |
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segnalato e
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2005/2006 4.
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di Storie è facile. a) o iscriversi al 1° livello
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Lo scopo dei corsi è
quello di fornire un 1° LIVELLO - PROPEDEUTICO.
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interamente al corso. La possibilità di collaborare
retribuito/a a Storie,
Un dialogo costante con la redazione attraverso i link
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1° LIVELLO
- PROPEDEUTICO. Giornalismo: Il giornalista e la
notizia Cenni di storia del giornalismo 1° LIVELLO - PROPEDEUTICO 2° LIVELLO - AVANZATO.
SCRITTURA BREVE 2° LIVELLO - AVANZATO.
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Teorizzata dalla rivista Storie, la
scrittura momentista è stata Il progetto e il metodo. Il racconto è la forma letteraria
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Il livello avanzato
del Corso fornisce 3 esclusivi testi a) lantologia Pomeriggio/Afternoon; Le esercitazioni. Sono previste 6
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in 6 diversi giorni dellanno. Le migliori prove di scrittura
momentista saranno raccolte in antologie annuali, Sceneggiatura, la dispensa.
Unampia rassegna
di interventi, lezioni, Sceneggiatura, le esercitazioni.
Sono previste 6
esercitazioni Le migliori sceneggiature saranno
incluse nella già citata antologia annuale È una semplice opzione. Il programma e il
costo del Corso, infatti,
Formula A Formula A2 Formula B Formula C (per 2 persone) Formula D (per 2 persone) LISCRIZIONE Potrà effettuare liscrizione tramite
il bollettino di c/c 1.
Inviarci un fax con la ricevuta del
pagamento (allo 06.6148777) 2. Inviarci una lettera per posta
prioritaria (presso Per ulteriori informazioni:
06.6148777; info@storie.it LE ESERCITAZIONI: Franco Pini va a Palazzo. Alla fine del corso, gli allievi hanno affrontato una prova pratica, unesercitazione a tema su un personaggio fittizio. Tale Franco Pini. Trentacinque anni. Nato e vissuto a Latina. Ogni mattina si sposta alla Magliana - un quartiere vicino lEur, a Roma - dove gestisce una boutique di abbigliamento femminile. Ma comè finito al Palazzo, tra i ragazzi del corso? Romena Brugnerotto, Roma - La restituzione di unagenda a Monica - unamica della sorella - spinge Franco Pini al Palazzo delle Esposizioni. Ma ti pare che mia sorella mi debba combinare gli appuntamenti?, si lamenta incontrando Valerio, il suo nuovo vicino di casa. Il racconto è discontinuo, ma la dinamica confusa degli avvenimenti e la frammentazione del punto di vista alla fine non risultano elementi negativi per lo sviluppo della narrazione. La storia ricorda America oggi di Altman, soprattutto nella moltiplicazione delle prospettive e nella girandola di scene in cui si trova coinvolto il protagonista. Lascia un po a desiderare, invece, il rapporto tra personaggi (peraltro ben caratterizzati) e lambientazione. È abbastanza inverosimile che il proprietario di un negozio, situato in un quartiere come la Magliana, abbandoni la sua attività nelle mani di uno sconosciuto (Valerio). Da notare che la grafia della parola Magliana è scorretta (Magnana); un discorso che vale anche per la mostra di fotografia Herbert Ridd (si trattava della mostra fotografica di Herb Ritts). La Brugnerotto avrebbe dovuto controllare meglio le fonti. Altro punto debole dellintreccio è linspiegabile prigionia di Pini nel bagno del Palazzo, che si protrae per quattro ore. Una buona scusa per far ritrovare lagenda a Monica (così i due non sincontrano). Ma perché il personaggio non ha chiesto aiuto, sentendo le voci dei visitatori e degli addetti alla pulizia? Una trovata che non regge. Marzia Cikada, Roma - Non era creare un personaggio che vi premeva tanto?. Con un impareggiabile colpo di teatro, Franco Pini si cala in scena tra i ragazzi di Via dal corso. Piglio deciso, modi sbrigativi, il personaggio disorienta tutti consumando un monologo inarrestabile. La storia della Cikada è lineare, parte dal dato oggettivo e realistico (ritrarre gli allievi del corso al lavoro) per saltare nel campo della finzione. Va fatta, comunque, una precisazione. Si poteva dare maggiore omogeneità al testo, cercando un equilibrio tra le istanze narrative e alcune intense espressioni poetiche (Sguardo affamato, taschino degli aggettivi pieno. Facce daltrove). Anche gli altri racconti della Cikada hanno questo doppia risoluzione: una prosa autobiografica lastricata di poesia. Musica dopo cena è la dolente confessione di una ragazza che scopre lomosessualità del padre: Tutto in ordine in camera di papà./ Tutto a posto in camera di David./ Forse solo non amano più il jazz. Ma è nella poesia Una parola Amore di troppo che la Cikada trova la sua migliore ispirazione sciogliendosi da ogni laccio prosastico (il ritratto del killer che Rilegge al contrario tutta la storia/ per vedere se suona bene lo stesso/ cè sempre una parola amore di troppo). Marco Grazzini - Roma, inverno del 2050. In una città abbandonata dopo Il Grande Esodo che ha svuotato le metropoli e riempito le campagne, Franco Pini si trova a passare davanti al vecchio Palazzo delle Esposizioni. Io sono ancora un cittadino, dice solennemente Pini, rivolto alledificio in rovina non sono scappato come hanno fatto tutti gli altri. Pini entra nelle sale disabitate del Palazzo. Tutto è rimasto come cinquantanni prima. Lambiente si sta sgretolando con una lentezza esasperante. Giunto nella sala delle mostre, Pini scopre una serie di corpi imbalsamati ricoperti dalla polvere. Non vi preoccupate, intona commosso il protagonista mi prenderò io cura di voi. Un racconto surreale dalla trama un po macchinosa e indeterminata (non viene spiegato, per esempio, perché questi corpi - i corsisti? - sono rimasti al Palazzo dopo il Grande Esodo). Gazzini ha una buona capacità visionaria nellimmaginare un futuro di degrado e disperazione, ma le sue riflessioni à rebours sulle cause del disastro ecologico che ha colpito il mondo appaiono superficiali e scontate. Emiliano Landau - Franco Pini è stato bloccato dagli agenti di custodia del Palazzo. Cosha nascosto sotto limpermeabile?, gli chiede a muso duro uno della sicurezza. Pini fa il disinvolto, tira fuori un paio di battute a effetto per distogliere lattenzione dei presenti. Ma quando gli agenti decidono di perquisirlo, allora reagisce in malo modo. Getta la refurtiva e scappa. Durante linseguimento, Pini cerca scampo nella sala multimediale dove i ragazzi assistono a una delle lezioni del corso. Comicissima la descrizione della piccola battaglia che si sviluppa tra Santo, Marco e Alessia, impegnati a bloccare Pini inseguendolo tra le poltrone, nei corridoi, fino alla saletta delle proiezioni. Solo quando viene circondato, il ladro si arrende. Non prima di aver commentato: Siete stati fortunati. È la prima volta che mi capita. Slapstick a go-go per un racconto che sarebbe piaciuto a Blake Edwards. Pietro Loprieno, Roma - Per Loprieno, sceneggiatore, i dialoghi sono un elemento fondamentale nel delineare le caratteristiche fisiche e psicologiche dei personaggi. A questo si aggiunge la coscienza degli spazi in cui va situata lazione. Franco Pini entra al Palazzo delle Esposizioni, prende un Fernet e si mette a chiacchierare con Valeria e Svevo fuori dalla sala. Non emergono battute memorabili, ma questo basso profilo serve a ritagliare meglio la figura di Pini. Un tizio scialbo e grigio: indossava un impermeabile beige fecale, una giacca a quadrettoni molto anni settanta, una cravattona rossa di velluto, una camicia bianca a quadri, pantaloni beige e scarpe di finta pelle, un tempo forse nere, oggi di un viola micidiale. La reazione dei ragazzi è brusca, scostante: Povero scemo, pensò Valeria. E non sapeva più cosa chiedergli. Ma subito dopo cè il colpo di scena: lincredula Valeria scopre la vera identità di Pini. Un grande scrittore invitato alle lezioni del corso. Stona il finale: limmediatezza fa spesso rima con incompiutezza. Ma la presunta stupidità di Pini, dovuta a un eccesso di mescalina, è un indice del talento umoristico di Loprieno. Memore di Hemingway e Bukowsky. Davide Sirignano, Roma - Scrittura ricca di link, quella di Sirignano. Franco Pini, uno che sintende darte quanto un barbone di Jacuzzi, è il protagonista di Giornata nera. Un racconto pieno di contrattempi e disavventure che ricorda Mister Hula Hoop dei fratelli Cohen: Tim Robbins aveva trovato lavoro grazie a una macchia sul giornale. La stessa cosa accade a Pini: Urtai la tazza. Si produsse un piccolo fiumiciattolo (...) che si fermò sul riquadro del giornale: Palazzo delle Esposizioni.... A palazzo, il protagonista incontra Marta Zoe, una visitatrice chiaramente insoddisfatta della mostra. Coincidenza vuole che più tardi Marta finisca nella boutique di Pini, dove si svolge unaltra scena rocambolesca: la ragazza salva Franco da una rapina a mano armata. Poi sparisce di nuovo. Ma non per molto. La trama è convincente ma il finale troppo concitato (lultimo incontro, il particolare dellanello); si doveva lavorare di più sul crescendo degli episodi. Nel lungo racconto intitolato Lagodoro la cura rivolta ai particolari rischia di confondere lintreccio (una storia familiare della follia: matrimoni, omosessualità, violenza). Anche in questo caso cè una frettolosa voglia di concludere: il miracolo del lago, col personaggio uscito indenne dalle acque dopo aver rischiato di affogare, non può limitarsi a cinque righe. Cinzia Agostina Marchese, Roma - Un pomeriggio diverso dal solito. Franco Pini è in giro a Roma, in cerca di qualcosa che segue per istinto, per rompere la noia. Dopo essersi fermato, interdetto, sulla scalinata del Palazzo: era entrato, senza sapere quello che gli sarebbe piaciuto vedere, mai avuto tempo da dedicare allarte. Un incipit descrittivo che la Marchese intreccia abilmente ai due tempi del racconto: il presente dellambientazione (lo stesso usato dalla prima persona del narratore) e il passato che serve a introdurre la storia. Per una di quelle strane combinazioni della vita, appena dentro il Palazzo, Pini si trova di fronte gli occhi incorniciati dalla sottile linea nera del trucco di una ragazza.Folgorato, si accorge che con lei avrebbe potuto distruggere quella solitudine che colpisce tutti indistintamente, come unepidemia . Un tributo allo sguardo e ai suoi turbamenti. Frammenti quotidiani di esperienza, isolati e apparentemente senza memoria. Baricco ed Hesse appaiono solidi punti di riferimento. Michele Martino, Roma - Franco Pini, seduto sulla scalinata del Palazzo, gioca nervoso con un pacchetto di sigarette. Sta aspettando Teresa, una cliente conosciuta in negozio. Ma lei ritarda. Lui se nè innamorato subito ma teme di rivederla, non vuole collezionare un altro fallimento. Ha questa incapacità di stabilire relazioni durature con le donne. A un certo punto, un fattorino gli chiede daccendere. È la scusa per una chiacchierata estemporanea che lo aiuta a smaltire la tensione accumulata. La funzione del non protagonista, il fattorino, è fondamentale per chiarire la psicologia di Pini. Spesso preferiamo degli sconosciuti per le nostre confessioni, e non le persone di cui potremmo fidarci: Mi piace, sì (...) ma mi chiedo se potrà mai funzionare. Tutte le volte vorrei che fosse la donna giusta e poi decido subito che non lo è. Rimasto di nuovo solo, dopo qualche minuto scorge la ragazza dirigersi verso il Palazzo: per mano, teneva una bambina. La figlia di Teresa? Di unamica? O magari una nipotina? Chissà. Un racconto dal finale aperto, per niente scontato. Giovanna Medina - Sala conferenze al Palazzo delle Esposizioni. Franco Pini, imprenditore nel campo dellabbigliamento, tiene il suo discorso di investitura di fronte a un gruppo di sostenitori. Pini è Il candidato sindaco per il comune di Roma. Parla a braccio, con padronanza, dei problemi che assillano la capitale. Risponde alle domande, si scaglia rabbioso contro gli avversari - progressisti o conservatori che siano. La Medina, dopo la lezione del corso, è salita ad ascoltarlo. Emerge il ritratto di un politico scafato, qualunquista, pronto a saltare da un partito allaltro per questioni di convenienza. Votatemi, sono come voi. Metterò le cose a posto. Abbiate fiducia. Scrosci di applausi segnano la fine dellesibizione. I peones si stringono attorno al candidato per stringergli la mano. Giovanna, sconsolata, lascia la sala riflettendo sul doppiogiochismo del protagonista. Il racconto sembra ritagliato, visto anche il tono documentario, su Bob Roberts di Tim Robbins. Sara Mittiga, Rocca di Papa (Roma) - Franco Pini non cambia mai. A distanza di anni, gli accade lo stesso episodio che aveva già condizionato la sua vita: offrire un passaggio a una ragazza incrociata per caso. La prima volta aveva finito per sposarla: Marietta, poverina, non era piaciuta ai suoi amici più cari, (...) né a sua madre ma Franco non se ne curò affatto. Purtroppo Marietta dopo avergli chiesto di aprire una boutique per renderla felice, se lera squagliata col salumiere del negozio accanto. A Termini, un cartellone pubblicitario informa Pini di una mostra al Palazzo delle Esposizioni. La fotografia, unaltra sua vecchia passione. In uno slancio di vitalità ritrovata, decide di andare a vederla. Arrivato nella caffetteria ...sentì una seducente voce femminile chiedergli se per caso avesse un accendino; lui si girò e vide una bellissima ragazza bionda. Basta qualche schermaglia per un altro invito in macchina. Lennesimo giro, un altro passaggio, la stessa storia. Teresa e i colori è un racconto perfettamente circolare. La Mittiga confessa di aver ascoltato in treno, da un passeggero, lo spunto per la sua storia. Morale: ho capito quanto sia importante non pensare solo alle proprie vicende personali, ma dare spazio e ascoltare anche gli altri. Bella esperienza. Assunta Nicolosi - Franco Pini è un noto stilista romano che espone le sue ultime creazioni al Palazzo delle Esposizioni. La Nicolosi scrive un brevissimo racconto incentrato sullultima collezione autunno-inverno di Pini, dimostrando di maneggiare alla perfezione il vocabolario fash&glam dei giornali alla moda. Non solo. Parallelo a questo piano della narrazione ci sono i ricordi del protagonista, che rievoca le difficoltà sperimentate allinizio della sua carriera (il primo negozio aperto alla Magliana, il periodo trascorso a Milano, il ritorno a Roma con le prime personali). Non avrei mai pensato di arrivare così in alto, commenta Pini alla fine della sfilata, ricevendo lennesimo premio. Un italiano dei nostri tempi. I racconti di Via dal corsoSimone Ranucci, Roma - Un giorno perfetto per amare. Jody e Tom si sono sbronzati e ora sono uno accanto allaltra, a riempirsi di attenzioni (Tom aveva ancora le brache basse e stava steso con la testa pesante). Perfect Day, breve racconto dal titolo musicale, funziona grazie al timbro di leggerezza sospesa e incurante che Ranucci riesce a dare alla storia. Una Yoshimoto con meno pudore e sensibilità. Alla scrittrice giapponese si può associare soprattutto quellattenzione verso piccole abitudini in grado di rendere felici. Doveva sembrare speciale quel momento, non cera niente di particolare. Colonna sonora di De Gregori. Simone Zaccaria, Roma - Zaccaria scrive in modo ironico e autobiografico. Il suo stile è in piena fermentazione: ancora frammentario ma pieno di risorse. Soprattutto per il ritmo, spezzettato e avvolgente. Brevi sketch per dirci che la musica va ascoltata come dio comanda, e cioè da un perfetto lettore compact. Che a cinema è meglio sprofondarsi in poltrona e godersi lo spettacolo fino allultimo dei titoli di coda, anche se - conclude -un giorno il suo film avrà solo titoli di testa. E che, infine, basta poco per farsi una nuova vita: Devo cambiare shampoo, devo comprare un nuovo profumo. Illuminazioni quotidiane rigorosamente in prima persona. Bene anche il lungo dialogo di Sogno che fa riflettere, in dissolvenza, sul concetto di normalità. Divagazioni sugli psicotest del tipo cacciatore o preda in amore?. Un battagliero che si ribella alla cultura dei sedativi. Sara Vannelli - Una famiglia
scomposta da quattro persone, più gatta
obesa, sta cenando, come Santo Sammartino, Viterbo - Un valore fondamentale, nella poesia di Sammartino, ce lha la disposizione delle parole sulla pagina. Il tentativo è quello di disegnare un significato, come facevano Apollinaire o gli sperimentatori dadaisti. Solo che È già autunno e Cadono le foglie non è solo pura forma e niente sostanza; resiste un collante tra i segni e il concetto, il significato. Il brano è scritto immaginandosi il movimento naturale di una foglia, il suo percorso dai rami fino a terra. Una tecnica del genere laveva adoperata Lewis Carrol facendo stampare una filastrocca cantata da un Topo come una lunga coda (operazione giustificata dallassonanza tra le parole inglesi tail, coda, e tale, storia, pronunciate allo stesso modo). Si tratta comunque di una scrittura difficile, alta, nonostante lamarezza ironica del finale bruciante confessione di una solitudine alleviata dagli spot erotici notturni. Una stagione, lautunno, che sembra trafiggere chi parla. Curioso anche il gramelot di La drago de Cammenòt, grandiosa passeggiata epica e brancaleonesca. Svevo Ruggeri, Roma - Ruggeri è affascinato dal soprannaturale (uno dei suoi libri preferiti è Il signore degli anelli di Tolkien). Un paesaggio adatto racconta di Marco, scrittore in erba, che ha ricevuto in regalo da suo zio un antico scrittoio. Naturalmente il mobile nasconde un segreto. Alcune lettere di Rosalba de Ascenzi (una sedicenne vissuta tre secoli prima), con cui Marco stabilisce un rapporto epistolare che azzera le distanze di tempo. Il mondo dei sogni, laltro testo, è più frammentario. Una bambina in cerca della felicità viene rapita e uccisa dal matto del paese, tale Raspini (piacerebbe associarlo a certi personaggi oscuri di Hawthorne, tipo Rapaccini). Va migliorato lintreccio e chiarite le funzioni dei non protagonisti, ma soprattutto si poteva giocare con più astuzia la figura del villain, Raspini appunto, esprimendo con maggiore lucidità le sue folli contraddizioni (ha ucciso la bambina per renderla felice). Appendice Un incontro con Niccolò Ammaniti - A Via dal Corso, Niccolò Ammaniti si è presentato come uno scrittore al di fuori delle etichette, dei generi e delle facili definizioni giornalistiche. Ma, e questa è la cosa più stimolante, particolarmente recettivo e aperto nei confronti dei generi, delle etichette e del variegato mondo dellofferta mediatica (cinema, narrativa, programmi televisivi, videoclip, cartoni animati o giornalismo patinato). Lincontro con Ammaniti avrebbe dovuto prendere spunto da Ti prendo e ti porto via, per parlare di tecniche di scrittura e, soprattutto, di come si crea e si costruisce un personaggio, ma ovviamente, e per fortuna, è stato qualcosa di molto diverso. Lautore non si è nascosto dietro artifici linguistici, alambicchi mentali e stilistici che spesso stendono un velo elegante sul nulla della scrittura italiana. Ammaniti ha dimostrato una reale cordialità e franchezza nel parlare di sé e del suo approccio alla narrativa. La voglia di raccontare nasce sempre dalla curiosità e dalla capacità di osservazione del mondo circostante, che va ascoltato, captato, sezionato, prima di essere assorbito e digerito secondo i modi e i gusti propri di ogni romanziere. La partecipazione alla pattuglia degli scrittori cannibali, pubblicati da Einaudi nel 1996, è stata descritta come una parentesi di sperimentazione. Ma più che un gioco modaiolo o un pulp di maniera, già allora in Ammaniti cera unattenzione quasi morbosa verso il mondo viziato dei giovani pariolini, violenti per noia. Se poi aggiungiamo la dichiarata passione per i b-movies, i polizieschi e gli action americani, si scopre una miscela culturale potentissima e brillante. Da un lato la realtà italiana, sia quella alto borghese che quella delle borgate, dallaltra un ritmo pop, la velocità delle immagini che riportano alla fiction statunitense. Ammaniti ha ricordato che dopo la pubblicazione di Branchie e Fango, e dopo il successo di vendite e critica, alcuni autori amici gli avevano sconsigliato di scrivere sceneggiature cinematografiche. Ma lui, divertito e attratto dal cinema, non ha rinunciato a questa proposta, e lipotesi di sporcarsi nello stile, ventilata da qualche suggeritore miope, si è rivelata senza fondamento. Anzi, la commistione è diventata una delle peculiarità del suo linguaggio. Frasi veloci, pensieri semplici, ritratti rubati alla celluloide. Sempre a proposito di Ti prendo e ti porto via, si è parlato anche della vulnerabilità e delle debolezze dei personaggi, considerati più ricchi quando hanno dei difetti, delle indecisioni, dei punti oscuri. Se da un lato lazione riporta alle sceneggiature americane, dove il movimento della storia è fondamentale quanto i pensieri e gli stati danimo dei personaggi, dallaltro in Ammaniti non troveremo mai eroi tutti dun pezzo e monocorde. Il fatto stesso che uomini e donne, anche forti e dotati, si ritrovino in un mondo che non riescono mai a controllare, e in cui devono barcamenarsi, schivando i colpi peggiori, dona unaffezione e un attaccamento maggiore ai protagonisti delle sue storie. Per quel che riguarda strettamente le pratiche di scrittura, lautore romano ha confessato di essersi ritirato per mesi in campagna per terminare il suo ultimo romanzo (Io non ho paura), suggerendo una sua peculiare modalità: prima la ricerca di informazioni e di stimoli, poi un sano ritiro per raccogliere le idee e concentrarsi unicamente sulla storia. La trasposizione cinematografica di Branchie, invece, con i suoi alti e bassi, ha toccato il rapporto tra scrittore e regista, due figure che inevitabilmente vedono le cose con occhi e sensibilità diverse. Forse Ammaniti simmaginava altre facce e altri luoghi per dare vita al suo romanzo, ma ha comunque apprezzato loperazione e ha ribadito lautonomia di sceneggiatori, registi e produttori, liberi di reinterpretare quello che lo scrittore gli ha ceduto. Recentemente ha lavorato alla sceneggiatura di un film horror, con vampiri e mostri, scritta e poi girata negli Stati Uniti, in un clima di continuo confronto e di scambio con tecnici degli effetti speciali, scenografi, truccatori. Anche quella è creazione e, in qualche maniera, scrittura. Lautore, abituato a improvvisare e ragionare da solo, davanti al suo pc o alla macchina da scrivere, si trova di fronte a enormi opportunità, frutto delle nuove tecnologie e della scambio tra culture e professionalità diverse. Deve solo imparare a sfruttarle. Di questo incontro resta la passione dichiarata per la scrittura, ma soprattutto lapertura verso nuove idee, la voglia di contaminazione, il riconoscimento che scrivere, oggi, è anche fare cinema, musica, tv, lanciarsi in avventure interattive sul computer e in qualche maniera surfare tra i generi e i media. Dopo qualche mese dallincontro con Ammaniti, Vasco Rossi ha spopolato con un hit estivo, bello ed orecchiabile. Il titolo è: Ti prendo e ti porto via. A proposito di commistioni (Pietro Loprieno) Io non ho paura, di Niccolò Ammaniti, è un romanzo pubblicato da Einaudi Stile Libero. In copertina un sole e una luce assoluti, un campo di grano e un cielo azzurro, una nuvola bianca e sfumata di grigio blu. Una vera e propria emersione dal luminoso bianco delle copertine Einaudi. Questo di Ammaniti è un romanzo che spacca, altro che Branchie ha un titolo remoto nella nostra lingua, come nella nostra fantasia. Ed è una storia come non se ne leggono molte. Lambientazione è quella dellestate 1978, al Sud di unItalia che cambia, poverissima e militarizzata, nascondendo le proprie paure e costruendo le basi del decollo anni 80. Un Sud assolutamente uguale a quello di oggi, per molti aspetti. Un Sud stremato, distrutto, ignorante. Bambini e bambine che lo cullano e si fanno cullare. E misurano in esso le proprie paure. Uno di loro riesce a vincerle. Guardandole in faccia. Stavo per superare Salvatore quando ho sentito mia sorella che urlava. Mi sono girato e lho vista sparire inghiottita dal grano che copriva la collina. Non dovevo portarmela dietro, mamma me lavrebbe fatta pagare cara. Così, lincipit di Ammaniti. Per una storia tesa, scritta in modo veloce, che sa colpire al momento giusto. Ammaniti sorprende rispetto ai suoi esordi, mostrando di sapersi confrontare con la fantasia, le paure, i giochi dellinfanzia di molti di noi (ma non di tutti). Anche il tradimento, fuori dalle sue classiche costruzioni retoriche ed enfatiche, diventa una delle risposte possibili alla paura. Una risposta da cui si può tornare indietro. (Marco Capoccetti) |