Europa
Maggie Estep, Riccardo Duranti, Niccolò Ammaniti, Giancarlo De Cataldo,
Emanuele Bevilacqua, Massimiliano Governi, Gianfranco De Maio, Marco Gavazzi,
Luciano Lucignani, Rossella Li Vigni, Tommaso Ottonieri, Fabrizio Pasanisi,
Angelo Mainardi, Annelisa Alleva, Barbara Pezzopane, Francesca Mossa, Roberto
Santoro, Gianluca Bassi, Teresa De Sio, Attilio Del Giudice, Pablo Echaurren,
Walter Siti, Vittorio Cosma, Antonella Grassi, Edoardo Boncinelli, Giorgio
Castriota Scanderbeg, Turi Caggegi, Eliana Camaioni, Giuseppe Pontiggia, Massimo Lolli, Aldo
Nove, Aldo Sciacca, Mario Maffi, Eugenio Finardi, Alessandro Mazzola, Alfredo
Salsano, Susanna Basso, Cristiano Godano, Lia Giachero, Alessandro Genovese,
Daniela Daniele, Daria De Pellegrini, Marcello Fois, Carlo Lucarelli, Robert
Coover, Ida Santoro, Michael Tolkin, Alba Ambert, Federico Leva, Anamaría Crowe
Serrano, Gabriele Glang, Björn Larsson, Herbert Kuhner, Barbro Björkfelt,
Rossella Ragazzi, Ayse Kirtunc, Fabio Marcotto, Anna Pastore
Maggie Estep
Rome, Italy
(Piazza Vittorio. Not very warm weather)
I
look at my watch. It’s a cheap
imitation Timex with a silver band and it doesn’t always work.
Right now it tells me the time is 17:47. In three minutes, I
have to pay attention to everything I do for the following
ten minutes then dutifully record my actions for the edification of
Storie readers. I’m not feeling
particularly interesting right now. My
head hurts from sleep deprivation. I
arrived in Rome two hours ago. Didn’t
sleep at all on the nine hour flight from New York. I can’t sleep on planes
because as a kid, when I was supposed to be in Physics class, I was off in the
woods, smoking pot with pimply faced stoned boys. Consequently, I don’t
understand how airplanes work and have irrational superstitions about them.
I’m convinced that if I close my eyes, the plane will fall out of the sky.
It’s now 17:49. I am sitting on my boyfriend Mark’s couch. Mark is
sitting at his piano bench, staring at his big black piano. I stand up and tell
Mark I’m going for a walk to try and make something dramatic happen to me in the next 10 minutes. Mark isn’t that keen on my abandoning him. He hasn’t seen
me since last month, when he was in New York.
He frowns at me then stands up and kisses me. I walk out
of his apartment and quickly climb down the wide marble stairs out onto
Piazza Vittorio.
The traffic is manic. Fruit and
vegetable vendors are shouting things. Guys from Bangladesh are selling cheap
shoes. Thick Sicilian women
are carrying baskets of fruit. A
white dog is asleep near a pile of fish heads.
As I cross the street to the park, a motorino
comes flying out of nowhere, apparently sent specifically to kill me.
One of Mark’s Italian friends, Antonino, taught me to say PORCA
PUTTANA.
“It’s a light insult,” Antonino had assured me.
I try this out now, shouting it at the motorino guy.
Motorino Guy skids to a stop, turns
around to level a murderous gaze at me. Antonino must have been mocking me.
Encouraging me to go around calling Romans pig whores.
Now my death is imminent.
Motorino Guy’s scowl suddenly transforms into a smile. He then blows me a kiss
and rides away.
I walk into the park , my faux Timex tells me its 17:55. I head to the far end
of the park to look at the La Porta Magica.
Mark’s friend Luigi told
me I must spend time standing in front of the Porta Magica. Luigi speaks almost
no English and my Italian is limited to a few choice phrases so Luigi couldn’t
really explain the significance of the Door of Alchemy.
He said to just
stare at it. So I do. It’s fenced off so I cant touch it and hope to be
sucked inside and suddenly be made to understand Physics. I just stare. A
tiny old man comes over and shouts something at me.
I have no idea what he’s saying. I
say “I’m sorry” in French a
few times then walk away.
Its 18:00. I’m in Italy.
Riccardo
Duranti
Roma, Italia
…Ticchete-tacchete-tà!
Ecco, i tanto attesi dieci minuti sono scattati mentre mi riposo dalle odierne
fatiche dell’insegnamento e mi trovo a meditare in questo fresco pomeriggio
primaverile, con le romanze senza parole di Mendelssohn come sottofondo musicale
e il mare che resta un sogno lontano…
Mi sarebbe piaciuto che gli argomenti di meditazione fossero più elevati, ma le
circostanze mi costringono a soffermarmi sul furto subito stamattina mentre ero
a lezione. Qualcuno si è introdotto nel mio ufficio e ha sfilato 250.000 lire
dalla tasca interna della mia giacca appesa al muro. L’inquietante è che
ritenevo il mio ufficio all’università un posto sicuro.
A distrarmi un po’ ci pensano Chispa e Sparky, i miei coinquilini felini. Da
qualche giorno mi fanno capire d’essere infelici. Anche loro. Lui si lamenta
come un bambino smanioso; lei, più timida, si ritira depressa nell’altra
stanza, ma ogni tanto mi si avvicina e mi chiede attenzione con una zampetta
molto espressiva. Anch’io, come loro, preferirei correre per i prati, invece
di starmene chiuso qui dentro, a rodermi l’anima pensando che dai trovatori
provenzali a oggi non è cambiato granché (a parte l’e-mail), se mi ritrovo
ancora a sospirare per il mio amor de lohn.
Per via del fuso orario, lei registrerà i suoi dieci minuti solo tra un’ora.
Altri miei amici lo faranno tra le sei e le nove ore da questo momento. Quelli a
Est l’hanno già fatto.
Vedremo un po’ se anche loro avranno da lamentarsi della triste sorte di
vivere in profondità in un mondo sempre più superficiale, di cercare di
districare le inevitabili complessità dell’esistenza in mezzo a gente che
invece tenta scorciatoie e semplificazioni personali, senza rendersi conto di
contribuire così a ingarbugliare ancor più le cose per tutti.
Per i difficili equilibri che dobbiamo mantenere a tutti i livelli, dalle
cellule ai sogni, non ci sono soluzioni facili o scorciatoie d’immagine, temo.
Ora vado a coccolare un po’ i miei poveri gatti, prima che diventino
del tutto nevrotici, e poi ricontrollo la posta elettronica, sperando ci siano
delle coccole virtuali anche per me. Ne abbiamo tutti bisogno.
Niccolò
Ammaniti
Roma, Italia
(Condizioni
meteorologiche: mediocri. Vento
non c’è. Fa freddo)
Giancarlo De
Cataldo
Roma, Italia
(Cablo da Roma, Testaccio, 19
aprile 2001, temperatura sui 16 gradi, vento umido direzione sud/sudest, sereno
con poche nuvole su nel cielo)
[Beckett e il suo doppio] Il cane
Beckett si lascia trattare da bambola dalle bambine. Il cane Beckett ha il muso
umido e l'occhio languido, vaste chiazze color marrone e comincia ad accorgersi
delle femmine della sua specie. D'altronde, è primavera. Questo pomeriggio il
mio spirito è sentimentale ma più ma più francamente erotico
mentre porto a spasso il cane Beckett canticchiando Bird
on the wire sono assalito nei pressi della Banca dai fantasmi delle ragazze
d'un tempo diciottenni dalle snelle carnose voglie che non fui diciottenne in
grado di afferrare o forse sì
gioca strani scherzi la memoria
avevano un odore fresco e metallico di futuro ora mature
non per questo meno eccitanti hanno un odore caldo di legno vissuto
di case alle quali perdutamente appartengono
le sopravvissute beninteso
comunque nessun rimpianto
nell'eterno presente
Beckett ha fiutato una scia interessante
coda dritta naso al vento
si ferma e dà la caccia alla sua memoria
Emanuele
Bevilacqua
Roma, Italia
Cosa accade nell’imminenza delle 18
del 19 aprile 2001? Accade di scrivere ciò che si è pensato nell’imminenza
delle 18 del 19 aprile del 1971, senza aver avuto il tempo di scriverlo.
Cosa? Che ci vorrebbe una classifica dei sapienti, senza distinzione di età.
Un’indagine permanente per celebrare i top ten della saggezza. Una classifica
vera, senza trucchi. Come il punteggio di Amburgo.
Cos'è il punteggio di Amburgo? Una volta l’anno tutti i lottatori del mondo
s’incontrano in un pub di Amburgo e se le danno di santa ragione. Chi resta in
piedi è il vero campione dell'anno. Fino al successivo. Questo è l'unico
punteggio che conta. Gli altri incontri sono truccati.
Stavo pensando, trent’anni fa, che ci vorrebbe un campionato del mondo della
saggezza, con tutti gli aspiranti chiusi in un wine bar. Direi che un posto come
Casablanca andrebbe bene, anche senza wine e senza bar.
Arrivano alla spicciolata, Morrison Van da Belfast, Zimmerman Robert da Duluth,
Gombrich Ernst da Vienna e poi Sarti, Burnich, Facchetti, Bedin, Guarneri...
Chiudono le porte e cominciano a trattare le cose del mondo, a vederle dalle
varie angolazioni, come si fa con tutto ciò che è sferico.
Stanno chiusi là tutta la notte e se le danno, metaforicamente, di santa
ragione. Uno svetterà sugli altri e quello sarà il campione mondiale di
saggezza per un anno, in attesa di incontrarsi di nuovo. Infatti uno può essere
saggio un anno e un po' meno un altro anno. Può riprendersi e decadere, come i
piloti di F1 o le star del tennis o del football.
Questo pensavo nel ’71 e scrivo ora,
mentre si avvicinano le 18 di un 19 aprile dell’anno 2001, mentre sono a Roma,
Lazio, Italia. Fuori non fa né caldo né freddo, diciamo 13 gradi e anche le
mie condizioni meteorologiche personali assomigliano a questo né caldo né
freddo, il vento c’è e non c’è, come spesso a Roma e il mare ci aspetta al
varco.
Massimiliano
Governi
Roma,
Italia
(Sunny, breezy.
11 gradi)
[Rimuginamenti] devo fare questo pezzo su cosa mi succederà giovedì
19 aprile dalle 17.50 alle 18.00 oggi è giovedì 19 aprile e sono le 17.50 e
sto camminando per andare da lei il giovedì ci vado sempre proprio a
quest’ora cinquanta minuti che poi diventano un’ora che poi diventa un’ora
e mezzo perché io parlo tanto e lei seduta di fronte a me mi ascolta sono anni
che parlo e lei mi ascolta quasi dieci ma oggi non so cosa dirò ogni volta non
so cosa dirò cammino sempre un po’ prima di arrivare davanti al suo portone
SCRIATTOLI MUSTACCHI ARCANGELI MUGHINI ANGELETTI PUGGINA i nomi nelle targhette
del citofono me li ricordo a memoria il suo interno è il 12 il piano è il
quarto sulla porta dell’ascensore qualcuno ha inciso con un temperino SUEDE
aspetto ancora un po’ prima di entrare cammino a testa bassa penso alle cose
da dire guardo le cicche delle sigarette incastrate tra i sampietrini i piccioni
grigio ardesia con le barre nere sulle ali e una macchia verde iridescente sul
collo una macchina blu sta per investirmi sulla targa davanti leggo CD mi sposto
appena in tempo e senza voltarmi continuo con passo più spedito giro intorno
alla piazza improvvisamente ho paura di incontrare qualcuno di non sostenere lo
sguardo incontro a volte Marco e Silvia da queste parti non voglio incontrarli
non voglio incontrare nessuno caccio dalla tasca gli occhiali scuri e me li
metto riprendo via de’ Giubbonari poi via dell’Arco del Monte alzo la testa
a un certo punto e vedo alla mia destra un’insegna in marmo e la scritta
RAGIONAMENTI CENTRO di CULTURA io leggo sempre RIMUGINAMENTI la leggo sempre
male quella scritta faccio sempre questo lapsus io faccio sempre lapsus ieri per
esempio ho letto quattro morenti di scambio invece che quattro momenti di
scambio chi sono i morenti cosa sta morendo di questo forse parlerò con lei o
forse le racconterò il sogno del terremoto di Fabriano ho sognato che a
Fabriano c’era il terremoto a Fabriano c’è la fabbrica della carta una
volta ci sono andato in gita alle medie e ci fecero vedere tutte le fasi di
lavorazione Fabriano era anche la città della mia amica Loretta è morta
Loretta di cancro a giugno del 1999 chissà cosa vorrà dire questo sogno guardo
l’orologio è tardi il tempo è scaduto devo fare questo pezzo su cosa mi
succederà giovedì 19 aprile dalle 17.50 alle 18.00 oggi è giovedì 19 aprile
e sono le 17.59 ormai e non mi è successo niente sto andando da lei e non so
cosa dirò.
Gianfranco
De Maio
Roma,
Italia
Il vento aveva soffiato insistente dal mattino. Indisponente, da
meritarsi l’accusa per il dolore oppressivo sopra l’orbita sinistra,
sgradito esito di sommovimenti mucosi nel cavo aereo dentro la mia fronte. Vento
occidentale di aprile, frizzante, troppo frizzante, nervosa promessa di un
miglioramento climatico già colorato in cielo, ma non ancora confermato dalla
temperatura. Dodici, tredici gradi, buoni per Roma ad aprile. Non ci fosse stato
il vento. Avessi potuto non sarei uscito. Volentieri allora la connessione in
rete e l’illusoria navigazione avrebbe dato volto ai fantasmi pomeridiani
dell’interiorità sconnessa dalle cose toccate. Raccontatevela come vi pare,
Internet è alienazione ! E naturalmente anche l’alienazione può essere
utile. Per esempio a nasconderci quanto siamo fragili a contatto con le cose
toccate. Però a un tratto ho ricordato che l’indomani sarei partito in
Svizzera e non avevo ancora un biglietto. Fino alle sei e mezza l’agenzia di
Patrizia sarebbe stata aperta, e mi sono precipitato. La nevralgia s’è fatta
più acuta, a conferma di quanto i turbamenti esocrini siano influenzati
dall’instabilità: più del vento può l’allarme del previsto spostamento.
È provato sul mio corpo. Per fortuna ci ha pensato Patrizia a chiarire con le
Ferrovie l’incongruenza tra destinazione, Thun, e percorso, via Chiasso-Luzern
: i lavori sotto il Sempione obbligano a un giro di quattro e più Cantoni. Più
tempo e più denaro. A Thun ci sarei andato per una Primacomunione. La
religione, come di solito nelle occasioni sociali, è occasione a veicolare
altri affetti. Lo scoccare dei dieci minuti mi ha colto fermo al semaforo sulla
via del ritorno. Di strada, nel vento insistente, c’era anche la giacca nera
vecchia di dieci anni da ritirare in tintoria. Per fortuna alla consegna non ha
provveduto la titolare, del genere biondo-finto che occhieggia e fa moine. La
prima volta mi sono chiesto cosa le passasse per la testa, a lei cinquantenne,
di fare la splendida con me. Poi ho considerato che ho superato i quaranta,
quindi lei non avrebbe torto, piuttosto io falserei l’immaginazione della mia
presenza. Mi penso sempre ragazzo. Per cui a mia volta, e qui proprio a torto,
come un ragazzo adocchio, ogni tanto corteggio, ragazzi e ragazze. Nella vetrina
accanto alla tintoria (come astenermene nei fatidici dieci minuti ?!) ne ho
scorto l’ennesimo esemplare, pizzicarolo, e sono entrato a cercare una non
urgente confezione di acqua “Egeria”. L’avevano esaurita. In un guizzo di
amor proprio io ho esaurito l’impulso di squadrare quell’ennesimo
giovanotto. E anche i dieci minuti si esaurivano, ma con un dubbio. Da dove
venisse la zaffata acre d’ hashish che m’investiva mentre avvicinavo la
macchina, improbabile odore in quel vento insistente e troppo frizzante
d’aprile, per nulla ispirato a rilassamento e pausa.
Marco
Gavazzi
Roma, Italia
(Birreria Old Marconi con tavoli
all’aperto, affacciati su S. Maria Maggiore; un’isola epicurea stretta tra
la basilica che dà il nome alla piazza e la chiesa di Santa Prassede. Turisti
dappertutto, specie orientali, e torme di religiosi. Anche nel locale un tavolo
è occupato da suore, naturalmente straniere. Nel cielo navigano bastimenti di
cumulonembi, creando effetti stroboscopici insieme ai raggi di sole.
Temperatura presunta sui venti gradi, con tendenza minacciosa
all’abbassamento. Leggero vento di tramontana che ghigna sornione: “Non vi
congelo, ma potrei”, e lascia un’apprensione glaciale nelle ossa. Spiace per
i rondoni che giocano alla primavera, ignari delle fiabe di Oscar Wilde. Quanto
al mare bè, il mare sta sempre là - “tutto spuorco chin’e munnezza, e
nisciuno ‘o po’ guardà”. Qui di seguito quello che accade, o è accaduto,
o potrebbe accadere. Non importa).
“L’amore è fascista di suo”
(B.
Rondelli)
Freddo fa freddo, come sempre quando l’inverno cede alla primavera. Il fatto è che il corpo umano tende ad abituarsi: non fugge dalle condizioni date, quanto piuttosto soffre i cambiamenti di condizione. E per questo ora stanno soffrendo, chini sul tavolino della birreria, un gin tonic di qua, una Guinness di là. Musica rock. “E adesso che succede?” dice lei “Non lo so” lui dice “Sei cattivo. Cattivo e ingiusto” dice lei accendendo una sigaretta. Lui osserva il pacchetto “È quasi finito. È il secondo che apriamo in due ore” -“Certo. Se ti limitassi a fumare le tue...” - “Non è questo il punto. È che un tumore ai polmoni non risolve certo i problemi” - “Un tumore, sì. Un terremoto, un incendio, un’alluvione anche, distruggerebbero tutto, e allora forse si potrebbe ricominciare” - “I morti non ricominciano niente” - “Morto tu, morta io, morti tutti chissenefrega” - “Non è questo il punto...” - “Non c’è mai il punto, è la sola verità vera. La vita non ha punti. La vita non ha dieresi, iati, discontinuità, cesure, soluzioni, epifanie. La vita è la solita merda, caro mio, e l’unica cosa che possiamo farci è stenderla ben bene, tanto da pattinarci sopra, magari con il naso sollevato per non sentire la puzza”-“È questo che voglio dire: se è merda spaliamola via” - “E sotto cosa ci troviamo?” - “Non lo so” - “Tu non sai mai niente. L’unica cosa che sai è essere cattivo” - “E dai che lo ripeti” - ”Perché lo sei. Sei cattivo quando mi fai tanto male e non te ne frega un cazzo” - “Non è solo a te che sto facendo male. Mica sono un cecchino io, tutt’al più un kamikaze” - “E chi se ne frega non ce lo metti? La vittima resto io” – “Ma cristodellamadonna, vittima di che?”-“Delle tue idiozie. Spaliamo via la merda dici, ma per farlo devi sfasciare il pavimento di casa, te ne rendi conto? E mentre tu ti occupi della qualità della TUA vita distruggi la vita MIA. Egoista, infantile e bastardo. E poi come ti permetti di dire che la nostra vita è merda” -“Tu l’hai detto” - “Ma va’ a quel paese!”. Accendono una nuova sigaretta e rimangono lì, a sentire freddo e ad odiare tutto quanto. “Mi sa che stasera riattivo i termosifoni” dice lui dopo molto tempo “Fa come ti pare, non m’importa più niente” dice lei. Fuori, da qualche parte, esplodono bombe.
Luciano
Lucignani
Roma, Italia
[Amore virtuale] Ho fatto la prova. Funziona. Nella notte tra il 18 e il 19
aprile ho fatto l’amore con due donne. La prima, Mariangela, è stata una mia
cara amica per circa una ventina d’anni. La mia “pupa da letto” la
chiamavo, perché alla incredibile capacità nel dare e ricevere piacere univa
un’ingenuità da bambina. Mi è bastato rievocare qualcuno dei tanti momenti
trascorsi con lei perché il flusso dei ricordi ne generasse altri. La seconda
avventura, preceduta da un breve sonno, ha avuto come protagonista una giovane
allieva della mia scuolla di recitazone. Si chiama Deborah, ha poco più di
venti anni ed è molto bella. L’avevo aiutata a preparare il ruolo della
protagonista nelle “Notti bianche” di Dostoevskíj e poi “Il trìo in mi
bemolle” di Eríc Rohmer. Ma quella che me la rivelò fu il ruolo della
prostituta nell’ “Opera da tre soldi” di Brecht, che lei rese con
l’aspetto di una bambina sfrontata, piena di sensualità e d’ironia. Ricordo
che alla fìne dello spettacolo andai a cercarla in palcoscenico, abbracciandola
e baciandola come fossimo stati amanti da lungo tempo. Fu da quel punto che
cominciò lo sviluppo (virtuale) dei mio secondo sogno, che mi accompagnò fino
al mattino.
Ora so che pesso stare tranquillo. Ho un parcheggío abbastanza ampio di
personaggi femminili da chiamare a raccolta, notte dopo notte. Non andrò mai pìù
a letto da solo, almeno fin quando la memoria mi assisterà.
Rossella Li
Vigni
Roma, Italia
Roma, Via Teulada 66. Il vecchio
palazzo della RAI. Corridoi contorti, odore di cipria, alcool e polistirolo.
Baluginio di lustrini e bijoux. Un ascensore fuori uso. Non c’è vento, non
c’è sole, non c’è mare né verde. Gli studi televisivi vivono di luce e
aria artificiali. Sono le 17,50, nello studio 5 di Via Teulada. È lo studio del
“Terzo ramo del Parlamento”, così l’ha definito Andreotti, altri lo
definiscono “Il salotto buono della politica”, altri ancora lo scenario del
“Teatrino della politica”, per me è il luogo di lavoro. Lo studio dove si
registra “Porta a Porta”. 17,53 sulle poltrone bianche sono seduti, da una
parte Umberto Bossi, dall’altra Clemente Mastella.
Due poltrone sono ancora vuote, pronte per altri due ospiti che
aspettano, dietro una porta bianca, il campanello che darà il segnale di
ingresso. I toni del discorso in questo momento sono tranquilli. Il Nord e il
Sud, la devolution… Esco dallo studio. Ci sono spifferi nei corridoi. 17,58,
mi rendo conto di amare questi meandri polverosi. I suoni e i colori
artificiali della televisione. Un microcosmo claustrofobico ma eccitante. Salgo
alcuni gradini. Spio in regia, ci sono molte persone. Tutti sono concentrati.
Bisogna cronometrare minuto per minuto gli interventi politici: è la Par
Condicio. Entro in redazione. Ci sono quattro finestre, le tapparelle sono
abbassate per metà, si intravede uno spicchio di palazzoni e antenne
paraboliche. Il neon è spento. C’è molta gente anche qui. Controllo le
notizie di agenzia che compaiono sul monitor del computer. In questi dieci
minuti non è successo nulla: Visco: Vincerà l’ulivo, privatizzazioni continueranno
(Asca); Radicali a Ciampi, dal 26 sciopero sete Bonino (Ansa); Incidenti
lavoro: morto autista colpito da getto calce (Ansa); Cinema:
Liv Ullmann, l’infedeltà non migliora la vita (adnkronos); Traffico armi: Ancona crocevia transiti, armi anche per UCK (Ansa); Caso
Engel. Fassino: Si renda finalmente giustizia a vittime (Dire)… Ore 18,
non è successo nulla, nulla di utilizzabile per il nostro dibattito. Quella è
vita. Questa è televisione.
Tommaso
Ottonieri
Roma, Italia
Roma, viale del Policlinico, umido, le
nuvole scure anche se si aprono e allora vedi screziature di una specie di
azzurro, come tenue, azzurro polvere, umido dentro ed è come se tu sentissi
grandi gocce rotolare su di te anche se sei dentro qualcosa tipo un abitacolo,
dentro un guscio metallizzato, che alla giuntura fra sportello e parafango
dev’esserci passato un apriscatole, a squarciare, lasciando molle e cavi in
vista dietro quell’oscena slabbratura.
Il semaforo più interminabile della Capitale. Ai lati, villini
ospedalieri, generalmente rosa, dietro la lunga cancellata, poi il muro del
Castro Pretorio, e poi villini e basta più chiari dietro la fiumana delle
macchine: sulla sinistra in fondo, se ce la fai a sporgerti dall’abitacolo
(immagina la lastra di cristallo come qualcosa di elastico e di teso, immagina
la tua pelle come un fluido che tende quella lastra, qualcosa di molto Roger
Rabbit, o Francis Bacon), prima del muro puoi vedere la galleria che t’ingoia
giù sul Muro Torto. Il guscio, quello è la mia Civic, che cigola da sotto
disastrosamente, dalla plancia specie quando è in manovra, o quando gira ad
angolo retto; e quando frena, come un attimo fa, è un corteo di barattoli che
stiano provando a non rovinare l’uno sull’altro, stringendo forte i denti
per non cozzarsi addosso, o spiaccicarsi sotto questo pezzo di metallo da paura
o la plastica deformata del paraurti.
Umido, fuori, il cielo anche è un
pezzo di metallo, squarci di azzurro-polvere, sospensione, le gocce palpabili
ancora incapaci di liberarsi, polveri del traffico, una pellicola di suono e di
correnti che avvolge ogni flusso rendendolo così impossibile e vero, e qua,
adesso, il clima è fermo, se stai nel tuo metallo. Ombre informi di auto, che
passano oltre la linea dello stop. Pausa. Piombo. Solo, per me, aghi di
lanugine, minutissimi, cornee palpabili canine dentro l’abitacolo, strisce
d’atomi galleggiano nel flusso tiepido che sale dal motore, dolciastro di
benzene; colla, impalpabilmente, si mischia all’aria ferma, su ogni idea di
sospensione.
Niente respiro, in questa sospensione. Come se non potessi tirare su l’aria se
non dalle gocce, dall’acqua che stenta ad arrivare dagli squarci
azzurro-polvere – bolle d’ossigeno liquido da succhiare con la cannuccia,
sporgendosi fuori dell’abitacolo, tra il franare progressivo dei barattoli
dietro di sé, che stringono forte i denti. Così, per un attimo, penso a Mr.
Potato sulle simulazioni d’asfalto della Pixar: attraversando la strada, con
tutti gli altri giocattoli animati, sotto i coni spartitraffico, provando a non
farsi purè come se stesse adesso lì giusto a qualche centimetro dalle ruote
della Civic, è la grafica della mente, della mente che non smette di viaggiare
quando tutto è fermo, stride come i barattoli che risalgono le vertebre,
tridimensionali, in pausa.
Pausa, nel piombo, e silenzio, magicamente, le auto ferme l’una dietro
l’altra, e nell’aria nemmeno una sirena: sulla lastra del tempo in
sospensione, sto disegnando gocce, squarciando il cielo-polvere, sento strepiti
ritmati forte nella plancia, traccio forme d’ombra dàlmata sul sedile
accanto, seguo serpentine di metallo dietro il parafango e, davanti a me, allùcino
pulsazioni di rosso verde giallo in spaventose sincronie e poi sportelli che
scoppiano e urla e lanugini di peluche verticali nel punto d’innesto di tutte
le correnti delle auto, poi di nuovo sirene, e silenzio ancora in una gigantesca
tromba d’aria e pezzi, alla Zabriskie, di qui a trapanare il domopack sopra la
città per sempre, sopra l’onda del rumore, prima che tutto riparta, e che
ogni scia prenda a scorrere di nuovo come se nulla mai fosse stato fermo, e le
gocce a sciogliersi e a cadere, le nuvole a forarsi l’aria a circolare dentro
l’abitacolo prima che scatti via questo semaforo e che ogni cosa dentro la
pellicola di cielo, cosa suono o metallo, onda d’asfalto, pausa, urto,
tracciato, pausa, riprenda a spegnersi nella luce ferma.
(Senza che esca, in sovrimpressione, la parola fine: o Mr.Potato almeno, sui
titoli di coda, invece degli striscioni per Tajani sindaco.)
Fabrizio
Pasanisi
Roma, Italia
Roma,
Roma, Roma! Mi convinco da sempre che non esista città migliore. I monumenti
immortali, la civiltà secolare, le mostre sbocciate ovunque: Velázquez,
Magritte, Caravaggio, d’Annunzio... Scendo per strada, mi accoglie un sole
tiepido, la temperatura ideale per passeggiare, per prendere un gelato, per
farsi venire il buon umore. Vado a recuperare il motorino, parcheggiato tra le
strisce di prammatica e lo trovo incastrato tra due mezzi:
un’automobile-elefante da una parte, uno scouter-pantera dall’altra. Il mio
piccolo membro, timido assistente a due ruote, mi osserva triste nella propria
impotenza, mi fa capire che avrebbe anche intenzione di soddisfarmi, ma se non
prendo qualche iniziativa, se non gli rendo fluido il percorso, la sua impotenza
sarà definitiva. Provo a immaginare soluzioni. Batto su un clacson, infastidito
di infastidire il prossimo. Niente. Vedo una divisa nera, erotica, potente, un
fedele patriota che passa di lì. Anche lui non può fare molto: “Provi con i
vigili”. Il vigile, un nome promettente: impugno un telefono speranzoso;
nessuno risponde. Mi sento solo, pagherei un soccorso, vorrei gridare aiuto;
avanzo in pieno centro storico, nel luogo che fu dell’accoglienza e della
lussuria, incontro turisti sbadati, passanti frettolosi, visi incerti. Vorrei
almeno una contravvenzione per quei cittadini sprezzanti, per quegli strumenti
arroganti che ridono della mia libertà. In soli dieci minuti, mi accorgo di non
poter venire a capo della faccenda. La città resta bella, le elezioni si
avvicinano e tra poco cambieranno il volto della politica italiana; la verità
continua a sfuggire a tutti, nessuno se ne vuole occupare. Guardo l’orologio:
le sei. Roma, città antica, città di memorie, di sogni. Mi siedo su una
panchina e osservo. Adulti, bambini, si agitano, parlano da soli, ignorano un
barbone, litigano con un telefono cellulare.
Angelo Mainardi
Roma, Italia
[Un incontro] Sto seduto a un
tavolo sulla “terrazza” di un caffè di Trastevere. Il cielo è azzurro tra
i tetti delle case che si addossano strette l’una all’altra. Lo spazio è
concluso come in una scenografia teatrale, tra il piccolo museo della vita del
quartiere, l’elegante palazzetto settecentesco appena restaurato, il minimo
ingresso di un cinema che dà vecchi film e i varchi dei vicoli tortuosi che si
diramano in tutte le direzioni. Stona soltanto l’auto azzurra della polizia
che vi staziona con un vago senso
di aggressività. Sono qui in attesa di una ragazza bionda, vertiginosamente più
giovane di me, che ho visto una volta
servire in questo caffè. Le ho parlato appena. Perché penso che dovrei tentare
di conoscerla? Quando sono tornato in solitudine a cercarla, a servire era
sempre una bruna dal morbido ombelico in vista sui pantaloni troppo bassi. A un
altro tavolo si è seduta una comitiva di anziane zitelle inglesi, che erano
vestite di abiti fuori moda e si atteggiavano esattamente come le descriviamo
nelle più convenzionali caricature.
Dunque - mi sono detto - qualcosa nel mondo corrisponde ai nostri pensieri. Se
è così, la bionda dovrebbe arrivare. Da tempo aspettavo che un evento
predisposto nella mia immaginazione accadesse. Forse era
questa la vera scommessa su cui puntavo. Ma la bruna dal morbido ombelico era in
servizio, i minuti passavano, il silenzio della piccola piazza gremito di voci
umane si svuotava di senso.
Poi il prodigio è avvenuto. Doveva essere un semplice cambio di turno tra le
due ragazze quella che a me è sembrata un’apparizione, come succedeva agli
eroi antichi di credere di vedere una dea quando incontravano una bella donna.
Ma tutti i miracoli sono illusori.
Manterremo la promessa di rivederci? Ed era proprio la stessa bionda che avevo
visto una volta, oppure un’altra? Tra i fondali della piazza la sera restava
sospesa immobile come in una scena di teatro.
Annelisa Alleva
Roma, Italia
Dobbiamo trovare un’immagine adatta a un ricordo della Prima
Comunione per i nostri figli. Giù, in tipografia, tutti gli album di
immaginette sono esageratamente rosa, fumettistiche. Rosa, troppo rosa, le mani
giunte in preghiera dei fanciulli; rosa, troppo rosa, l’Ultima Cena di
Leonardo. E non c’è niente da fare. Il Silly Putty, sul quale da ragazzini
incidevamo la pagine dei giornali, che maneggiavamo in modo che scoppiasse, e
sul quale vedevamo riprodotte come foglie le venature delle nostre mani, rosa,
prepotentemente rosa, ha steso su tutto una mano di sé. Che il bianco della
loro purezza prevalga su questo rosa falso, ma anche sul nero sporco dello
sguardo di quella donna, che sulla piazza spiava che cosa portassimo via dalla
casa di campagna. Che cosa volevamo mettere in salvo? Spiava quel che portavamo
via sotto il braccio, quasi fosse suo. Suo figlio, quello che entra nelle case,
porta lo stesso nome di mio figlio. Chissà se le calzette bianche di mia figlia
saranno troppo corte. Una sega elettrica sta prepotentemente potando un
albero.Il sole va e viene. I bambini amano la palla come Eva la mela.
Ingoieranno un’ostia tonda, e poi avranno voglia di cambiarsi. Abbiamo
tinteggiato le pareti di fresco, perché anche la nostra casa sia pura. Pane,
pesce, bicchiere.
Barbara
Pezzopane
Roma, Italia
(Circa 14 gradi. Vento freddo, sole)
Si va su. Alla testa di un plotone di turisti, ingoio gradini a due, a tre
per volta. Ce ne sono 300 prima di arrivare in alto. Mentre ero in fila ho
sentito una coppia di americani dirsi: “non so se siamo abbastanza forti per
farcela”. C’è questo corridoio infinito, con le pareti convesse, lucide di
maioliche. Hanno il colore del vomito. Davanti nessuno. Sono la testa del
serpente che avanza regolare dentro un’arteria di pietra. Finché il fiato non
si fa grosso, il sangue prende a irrorare i vasi, fa caldo, il serpente avanza.
Avanti no. Se mi fermo mi travolgeranno. Ma la luce del pomeriggio laggiù è un
fascio perforante. O è un miraggio? C’è una rientranza nel muro, una
finestra: mi getterò lì dentro. Se ci arrivo. E devo essere veloce a buttarmi
di lato per far scivolare via la biscia impazzita. Ci sono quasi. Alzo la testa
prima di sottrarmi alla spinta della marea montante di scalatori. E leggo:
“Lumaca S. Andrea”. Anche i beati hanno voglia di scherzare. “In fondo,
amica, stai solo per arrivare in cima alla cupola di San Pietro”.
È fatta. Sono quassù a leggere i graffiti che cambiano ma sono sempre gli
stessi. “Aqui estuvo” lo scrive Guille dal Chile. “Soy de Argentina” –
Sofia Zanedo con la bic verde – “Yo estuve aca”. E ancora, in coro:
“Argentina presente”. “Serge
Fayad. In we avec elodie. W Lazio (?)”. Segni del passaggio del texano
Judson Richardson. Alla “Sig.ra Mini” è costata “tanta fattica arrivare
in alto di vedere la bella aria di Roma”. In tutta questa ansia di lasciar
traccia di sé e dei propri amori (“Maite y Simon ®
forever”), c’è qualcuno che se ne infischia della questione esistenziale.
Non so ma a me “Wie waren bier” suona benedetto come “La birra, vogliamo.
La birra”. Sono le 17.50. Ho con me una scatola nera che maneggio come un
ordigno sospetto. È una sveglia (i polsi li ho sempre voluti liberi). Apro la
custodia degli occhiali dove ho riposto le due sigarette avute in prestito. Due
sigarette per questo viaggetto. Le fumo una dopo l’altra, notando come tutto
da qui sembri un po’ più tutto (“Mamma guarda: un albero!”). Sono le
17.59 quando cammino col vento nelle orecchie intorno alla balaustra affollata.
Un giro intero, tondo e veloce, il tempo per sentire tutte le parlate che
diventano una, prima che la basilica rimbombi scura nel rintocco delle sei.
Francesca Mossa
Roma, Italia
(Vento lieve. Nuvolosità variabile. temperatura 20 gradi circa)
Roberto Santoro
Roma, Italia
(14 gradi. Ventoso. Sole)
Vorrei dirgli tante cose, ma non ne ho mai il tempo. 17.53. Sulla
Gregorio VII c’è un cartellone pubblicitario. Celeste. Enorme. In discesa la
moto è più veloce, trema tutta, un ostacolo e sarei catapultato via. Mentre
passo, le facce delle gente sembrano confondersi in un mastice vischioso. Cerco
di distinguerle. Una donna che guida, alcuni vigili. La folla scomposta in
dettagli. Gran traffico e passeggio di turisti. Ma è un’occhiata
superficiale, stanca. Senza memoria. Mi fermo all’incrocio del Vaticano.
Controllo l’orologio. 17.55. Non è possibile dimenticarsi sempre le cose più
importanti, i particolari. I nomi, per esempio. Non riesco a trattenerli, che
razza d’incontinente. Eppure succede. Allora - è un lampo - ricordo quando ci
siamo incontrati al porto di Brindisi. Eri con le tue amichette. Mi sei arrivata
dietro all’improvviso coprendomi gli occhi con le mani. Ti avevo aspettato un
pezzo sul marciapiede di fronte alla dogana. Non sapevo dove ti avrei fatto
dormire. Ma non m’importava. Ero troppo eccitato al pensiero di vederti. Stavi
arrivando. Eri nell’aria, lo sentivo. Poi sei sbucata dal nulla. Avevi i
capelli gonfi, lunghi e ricci. Eri stanca perché, si sa, i viaggi ti riducono
uno straccio. Il semaforo adesso è verde. Meglio scacciare via dalla testa
queste scemenze. Restare freddi mentre tutto intorno brucia. Riparto.
Gianluca
Bassi
Roma, Italia
(Il regalo) Devo sbrigarmi. Superata la
curva alla fine di Via Portuense, saremo arrivati. Siamo io, un pacchetto regalo
e Chico Buarque de Hollanda. Io guido con rassegnazione la mia Golf che tredici
anni fa era nuova, il pacchetto l’aprirò poi e Chico Buarque canta “Vai
passar” alla radio. Gesù, Giuseppe y Maria. Dai, che sono a una cinquantina
di metri dalla curva. Subito dopo, come una home page, s’aprirà il Serpentone
di Corviale. Ma il siero non basterebbe a placare la vista avvenente di questo
palazzo lungo un chilometro. Lo chiamano “il complesso edilizio”, manco
fosse una patologia. Ogni tanto, mi piace venirci e starlo a guardare. Di notte
è ancora più impressionante: girata la curva, ti si para come il Rex di
Fellini. Un transatlantico sopra una collinetta artificiale con a valle lampioni
che sembrano lampare. Il buio è l’alto mare. L’architetto Fiorentino, che
lo progettò, un accuratissimo pazzo. Ma, dico io, come ce li puoi tenere
diecimila cristiani chiusi lì dentro? Quale peccato avranno mai commesso? Quale
voto non avranno mai dato? E se mai dovessero architettare una fuga, meschini,
dove sfollerebbero: al Trullo? A Casetta Mattei? O sul raccordo che a due
chilometri appena sembra l’equatore? Gesù, Giuseppe y Maria, veramente. Fra
cemento armato e tramezzi in gesso, ci abitano quasi diecimila persone. In
pratica gli abitanti di Taormina, il mio paese. E mi fa impressione pensare che
tutto il mio paese potrebbe avere lo stesso indirizzo. Anche oggi, che un po’
di primavera si sente, m’incanto a misurarlo. La prima volta che venni, uno
s’era appena buttato dalla finestra. Mi stavo facendo una camminata, come
faccio oggi. Basta che mi sbrighi, però. Come al solito sbircerò oblò e
scialuppe non sufficienti a tradurre la parola salvezza. M’immagino sempre che
tutta Taormina se ne stia lì dentro, naufragante: Don Cola che urla “pasta di
mandorla nun n’avemu”. Babele gli fa una sega a Corviale, Chico mio. Ma mi
devo muovere, che manca un minuto alle sei. Vabbè, il pacchetto me l’aprirò
un’altra volta. Del resto, cosa cavolo ti vuoi festeggiare qui? Qui, tre anni
fa una banda di delinquenti rapì Nino per salvarlo dalla madre che lo faceva
drogare con lei. Oh, sono le sei. Meglio svignarsela, adesso. Da un momento
all’altro sbucheranno bande di autori televisivi, pellegrini, tecnici del
computer, alto borghesi con fili di perline al collo. Tengono in pugno la città.
Teresa De Sio
Roma, Italia
So per certo che ore sono in questo momento, anche se di solito non porto
l’orologio, per via del fatto che l’istruttore della palestra dove vado ad
allenarmi, mi manda in doccia puntualmente alle 17 e 20. Per questo so
che,tornando, passo davanti al baretto sotto casa proprio alle 17 e 50. Oggi poi
aspetto una telefonata importante alle 18, quindi cerco di fare mente locale. Il
barista mi saluta sbracciandosi da dietro il bancone e mi grida (come al solito)
di entrare a bere qualcosa. Io (come al solito) gli faccio un cenno con la mano
che vuol dire che ho fretta che mi dispiace ma non posso. Questa volta poi non
posso sul serio! Imbocco il portone . Mi lascio alle spalle un bel pomeriggio
romano, freddino e un po ventilato, ma con un bel cielo azzurro pieno di nuvole
piccole e bianche. Presto sarà estate.
Però niente aria aperta oggi, oggi c’è la telefonata delle 18, fondamentale,
veramente fondamentale! Entro in casa a meno cinque. Senza nemmeno sfilarmi il
cappottino vado dritta al telefono per vedere se ci sono messaggi in segreteria.
Si, tre. Il primo è di mio padre, dice “Teresì ci sei?.................non
ci sei? se sei uscita allora vuol dire che ti è passata l’influenza. Vabbè,
un bacio” Il secondo messaggio è di Giovanni. Accento milanese un poco
stemperato dalla sua vocazione cosmopolìta. Mi dice che l’appuntamento è per
il 2 maggio a La Rochelle, e mi chiede se mi va di fare da madrina al nuovo
trimarano.
Il terzo messaggio è confuso, incomprensibile, discordia di fischi, un clacson,
musica sconosciuta e disturbi di sottofondo. Escludo che si tratti della
telefonata che sto aspettando. Almeno spero. Mi tolgo il cappottino, apro la
sacca della ginnastica e tiro fuori scarpe e maglietta. Guardo l’orologio sul
tavolo. Le 18 in punto! Il telefono suona. Meno male!