| Mancano pochi giorni alla scadenza e la
tesi è a un punto morto. Non riusciamo a trovare
effettivi riscontri alle nostre congetture. Il
titolo è ambizioso: Sul malinteso finale:
le trattative per la resa del Giappone nella
Seconda Guerra mondiale. Unintestazione
ancora provvisoria, che rischia di rimanere un
tentativo pretenzioso. Abbiamo bisogno di nuove
informazioni per sostenere le ragioni del
tragico epilogo del conflitto. Non vogliamo
riscrivere la storia, ma approfondire quanto
lascia intendere fra le righe la ridotta
produzione storiografica. Una parola, un
significato frainteso, o lutilizzo
deliberatamente ambiguo che ne è stato fatto,
avrebbe cambiato il corso della storia. Ad
aggravare la carenza di materiale, lo scoglio di
una lingua che non siamo neanche in grado di
leggere. Abbiamo rovistato intere biblioteche,
cercando improbabili traduzioni da resoconti dellepoca.
A questo punto, lunica via duscita
rimane il tentativo di raggiungere una fonte
diretta, uno storico giapponese. Dopo
giorni di ricerche individuiamo il nostro
obiettivo e riusciamo a fissare un appuntamento.
Prof.
Noboru Manako, docente di Storia contemporanea
alluniversità di Osaka. E il nostro
referente allIstituto Superiore di Storia
giapponese. Le indicazioni parlano chiaro: quinto
piano, in fondo al corridoio a destra, la quarta
porta a sinistra. Eppure troviamo una porta
chiusa, senza nessuna etichetta affissa. Bussiamo
più volte, poi attendiamo qualche minuto, ma il
piano è completamente deserto. E il 12
agosto del resto, quasi tutto il personale è in
ferie. Da una delle stanze accanto esce un uomo
anziano, giapponese, capelli bianchi, piuttosto
trasandato, apparentemente sulla settantina.
Immaginiamo sia un custode e chiediamo del Prof.
Manako. Sono io, sono io, vi stavo
aspettando, seguitemi, apre la porta di
uno studio piccolissimo, sommerso da centinaia di
libri sparsi ovunque. Si siede, noi ci sediamo di
fronte a lui. La luce è concentrata sulla
scrivania e si intravedono appena le stampe
appese alla parete, dietro le sue spalle. Una
enorme cartina geografica del Pacifico e una
decorazione di guerra redatta in giapponese. Il
professore reclina la poltrona e scrive su un
blocco, senza aprire bocca. Gli occhiali appena
appoggiati sulla punta del naso e lo sguardo
fisso al suo pezzo di carta. E
questo il vostro progetto, vero?: interrompe
il silenzio e ci mostra uno schema elementare:
Giappone-Usa, freccia, resa incondizionata,
freccia, mokusatsu, freccia, Hiroshima e
Nagasaki! . Al telefono avevamo appena accennato
alle condizioni della resa incluse nellultimatum
di Potsdam, il riferimento immediato alla nostra
parola chiave mokusatsu ci sorprende.
Professore, sì, mokusatsu è
proprio questo il problema. Il
professore si alza, fruga negli scaffali della
libreria e consulta rapidamente alcuni vecchi
testi. Appunta qualche riga sul suo blocco, poi
si risiede.
Si
tratta di quantificare il peso di un termine
ambiguo nelleconomia di una contrattazione
internazionale, un equivoco che ricorre nel
processo storico. Mi vengono in mente episodi
riconducibili alla stessa tipologia. La guerra
franco-prussiana del 1870 ha inizio
effettivamente in seguito ad una provocazione di
Bismark, allora cancelliere prussiano. In un
comunicato alla stampa, sfruttando la difficoltà
di traduzione di un termine tedesco, lascia
intendere che lambasciatore francese è
stato bruscamente messo alla porta. Immediata la
risposta bellica francese. Ancora più evidente,
il caso del trattato di Uccialli del 1889 fra
Abissinia e Italia. In questa circostanza, viene
frainteso in maniera sostanziale il significato
stesso del documento di pace. Redatto in due
diverse versioni, quella italiana e quella
aramaica non coincidono. Da parte italiana viene
dato per scontato il protettorato sullEtiopia,
da parte abissina si intende un semplice patto di
amicizia, prevalentemente commerciale. Dalle
diverse interpretazioni di uno stesso documento
deriveranno altri violenti contrasti.
Nel
caso che ci interessa, è necessario considerare
alcuni elementi indispensabili. Innanzitutto, la
situazione politica e sociale di un Giappone
stremato, ma ancora sorretto da un irriducibile
orgoglio nazionalista. Nella primavera del 45
la guerra è evidentemente persa: il territorio
giapponese è continuamente bersagliato dagli
attacchi aerei alleati, che distruggono città,
strade, ponti, ferrovie rendendo impossibili le
comunicazioni e lapprovvigionamento di
viveri. La popolazione, per lo più senza tetto,
non può sopportare oltre. Ma il comando supremo
non ha intenzione di deporre le armi, limpero
giapponese avrebbe resistito fino alla fine. Il
ministro della guerra, il generale Korechika
Anami, promette alla nazione che gli Americani
saranno cacciati da Okinawa. Ma lopposizione
ai militaristi ingrossa le proprie fila,
raggiungendo anche le alte sfere del potere. Un
gruppo di diplomatici dissidenti avvia delle
intense trattative con la Russia, allora ancora
neutrale, per ottenere una mediazione favorevole
nella discussione delle condizioni della resa. A
Potsdam, Stalin accenna a Truman delle richieste
giapponesi, ma aggiunge di non averne tenuto
conto, supponendo che i Giapponesi non fossero
sinceri.
Professore,
ci scusi, non la seguiamo. Come è possibile che
una questione così complessa sia affidata a
sensazioni umorali?
E
unobiezione ragionevole, ma ho bisogno di
altri elementi per spiegarmi meglio. Le ragioni
del comportamento russo si dimostreranno evidenti
in seguito. Lultimatum di Potsdam al
Giappone viene emesso il 26 luglio del 1945:
firmato da Stati Uniti, Gran Bretagna e Cina,
chiede al Giappone la resa immediata. Le
condizioni sono assolutamente favorevoli: il
Giappone non sarebbe stato distrutto come
nazione, i Giapponesi avrebbero potuto scegliersi
il proprio governo, limperatore sarebbe
potuto rimanere sul trono. Limperatore si
pronuncia senza esitare in favore della resa e il
consiglio dei ministri si riunisce al gran
completo per discutere lultimatum. Allesito
di questa drammatica seduta ho dedicato anni di
studi. Ho analizzato tutti i resoconti ufficiali
e tutti concordano nellindicare, in linea
generale, che in quel 27 luglio il consiglio si
esprime per la pace. Laccanita ostilità
del ministro della guerra Anami e dei Capi di
Stato Maggiore viene, di fatto, messa in
minoranza. Ci sono contemporaneamente una serie
di circostanze che spingono i ministri alla
cautela. Sono in pieno corso i contatti con la
Russia per una mediazione forse più vantaggiosa,
la dichiarazione di Potsdam non è ancora giunta
attraverso canali ufficiali (il governo
giapponese apprende la notizia attraverso i punti
di radio ascolto), è prevista per il 28 luglio
una conferenza stampa che si annuncia infuocata.
Questi elementi spingono il Consiglio a
comunicare di non avere ancora preso una
decisione in merito alle richieste alleate. E
sarà, questa, lultima occasione non
sfruttata per fermare lirriducibile partito
della guerra. Il 28 luglio 1945 il Primo ministro
Suzuki dichiara alla stampa che il governo si
attiene a una politica di mokusatsu.
Eccoci dunque alla parola chiave. Questo termine
non ha un equivalente nelle lingue occidentali e
ha un significato ambiguo anche in giapponese.
Può voler dire ignorare, ma viene più
comunemente usato come astenersi da
commenti. I traduttori dellAgenzia
giornalistica Domei, traducendo in fretta in
inglese, scelgono il significato sbagliato. Dalle
antenne di Radio Tokio viene trasmessa al mondo
intero la notizia che il governo di Suzuki ha
deciso di ignorare lultimatum di Potsdam. Linterpretazione
alleata è chiarissima: il 28 luglio 1945 il New
York Times titola a sei colonne: La
flotta attacca perché Tokio ignora le condizioni
di resa. E abbiamo un altro importante
documento che supporta questa teoria. Lallora
segretario della guerra Henry Stimson, spiega
nella sua relazione sulla decisione definitiva di
usare la bomba atomica: Il 28 luglio il
Primo Ministro giapponese Suzuki respinse lultimatum
di Potsdam...(...)...di fronte a questo diniego
non potemmo fare altro che dimostrare come lultimatum
significasse letteralmente quel che
diceva...(...)...e la bomba atomica era unarma
quanto mai adatta a questo scopo.... E
inutile soffermarsi sullinumana e perversa
logica della decisione americana. Hiroshima e
Nagasaki rappresentano il punto più basso nel
controverso cammino del progresso culturale e
tecnologico della società contemporanea. E anche
il punto di non ritorno della follia giapponese.
Entriamo a questo punto su un terreno che ho
cercato di esplorare con ostinazione.
Professore,
ci colpisce il suo giudizio severo sulla condotta
giapponese. Ci aspettavamo da parte sua un
atteggiamento più indulgente.
Non
si tratta di scegliere una linea piuttosto che unaltra.
Ci sono fatti inconfutabili e responsabilità che
non devono essere taciute. Il problema del
mokusatsu acquista reale valore
storico solo se lo consideriamo in una
prospettiva più ampia. E difficile,
soprattutto, occuparsi di rapporti informali e di
situazioni ambientali contingenti senza scadere
nel campo delle illazioni. E infatti
apparentemente inspiegabile come lerrore
del mokusatsu non sia stato tempestivamente
corretto. Nel momento in cui il Consiglio è
chiamato a decidere, il Giappone è di fatto
nelle mani dei militaristi. Gli stati maggiori
dellesercito arrestano e perseguitano gli
oppositori, compresi coloro che ricoprono le più
alte cariche dello Stato. Ogni decisione politica
è condizionata dal fanatismo nazionalista che si
respira ovunque. Il Giapponese, dal più povero
dei contadini allImperatore, è esasperato
ma anche ferito nel suo profondo amore patrio.
Anche coloro, forse la maggioranza, che sono
convinti che la pace sia lunica via duscita,
si muovono con timorosa cautela. Latteggiamento
del Primo Ministro e del Consiglio è
evidentemente quello di affidarsi ad una attesa
interlocutoria, nella speranza che i buoni offici
della Russia evitino una compromettente resa
incondizionata. Accettare lultimatum di
Potsdam avrebbe scatenato la dura repressione dei
militaristi. Fra la conferenza stampa del 28
luglio e lattacco atomico su Hiroshima del
6 agosto passano nove giorni. E un breve
arco di tempo, in cui tacciono i canali
diplomatici, ma si intensificano le trattative
riservate. Le circostanze che ho già analizzato
spingono sempre di più i vertici giapponesi a
scegliere la Russia come unico interlocutore. Ma
la politica di Stalin ha bisogno dellultimo
attacco americano. Gli attacchi atomici su
Hiroshima e Nagasaki fanno invadere ai Russi la
Manciuria, con unindisturbata avanzata che
dura per oltre dieci giorni dopo la resa
giapponese. Quando la guerra è ufficialmente
finita, la posizione della Russia in Estremo
Oriente è enormemente rafforzata...
Per
quale ragione questa interpretazione non ha avuto
la giusta considerazione?
E
una questione di interessi inviolabili, almeno in
alcuni Paesi. Non si tratta di materiale che ha
innegabile riscontro nei fatti, ma di
ricostruzioni verosimili. Non ci sono documenti
che attestano inequivocabilmente le
responsabilità sovietiche, ma qualsiasi analisi
storica equilibrata giunge alla stessa
conclusione. Ci sono diversi trattati che
alimentano questa teoria, ma nessuno è in grado
di assicurarne la certezza. In questi casi,
soprattutto in Giappone, si innescano meccanismi
di bassa politica accademica che ostacolano la
ricerca della verità storica.
Cosa
intende precisamente?
Il
Giappone in questo momento è attraversato da un
movimento di grande involuzione. E una
tendenza economico-finanziaria innanzitutto, ma
anche culturale e sociale. Si potrebbe parlare di
una crisi didentità: il modello giapponese
è in crisi e gli sforzi maggiori sono rivolti a
salvaguardarne limmagine in pericolo. E lélite
intellettuale, soprattutto quella accademica, si
sta facendo risucchiare da questa ansia
propagandistica. Non cè spazio per uno
studio che proverebbe unimperdonabile
ingenuità nella gestione dellepilogo
bellico. Il Giappone ferito dallinopinata
crudeltà americana, si rialza con le proprie
forze e innesca il miracolo economico. E
questa lintelaiatura della storia che va
salvaguardata...
Mentre
il professore parla, lo guardiamo ammirati. La
sua è una esposizione appassionata, che non
ricalca i freddi schemi didattici. Veniamo
assorbiti dal suo racconto e ci rendiamo conto di
aver perso di vista anche i rigidi obiettivi
della nostra tesi.
Saimo
interrotti dal telefono. Il professore scambia
alcune battute in giapponese, poi si alza e
raccoglie le carte che ha davanti.
Ragazzi,
mi dovete scusare ma mi attendono in riunione.
Siamo lélite intellettuale di cui vi ho
parlato, non abbiamo tempo da perdere. E
inutile, ne faccio parte e alla fine mi allineo.
Comunque, non vi preoccupate, abbiamo finito.
Siamo arrivati alle lamentele disordinate di un
vecchio burocrate. Siamo arrivati al punto in cui
mi sono fermato. E lì che finisce la
storia e iniziano le illazioni. Il solito punto
morto.
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