| SPORT Calcio
e destino: l'educazione sportiva
Che
poi, oltre che compagni, possano diventare amici
è un altro discorso
Il
calcio. Passione clandestina per gli adolescenti
ai tempi della guerra. Informazione ossessiva per
gli adulti teledipendenti di oggi. Ma soprattutto
stile di vita, scuola di agonismo e di altruismo.
Nel racconto di un addetto ai lavori, la storia
di uno sport cresciuto con il nostro paese. E che
dellItalia riproduce i vizi e le virtù.
di
SANDRO CIOTTI
Vengo
da una famiglia borghese medio-alta e quindi con
le sue brave velleità (studio del pianoforte per
le figlie, sport elitari per i figli). Venni
fatalmente, unico maschio, avviato a discipline
socialmente gratificanti: nuoto, equitazione,
canottaggio. Manco a dirlo mi ribellai. Nei modi
e nei confini dei tempi, naturalmente. Cioè
giuocando clandestinamente a calcio e praticando
ufficialmente gli sport cari ai
genitori. Senza, peraltro, far misteri del fatto
che tra il figlio dellidraulico che tirava
al volo con i due piedi e il figlio
dellingegnere che, dopo una preparazione
annosa, azzeccava un percorso netto
preferivo decisamente il primo. Il quale seguiva
una vocazione mentre laltro eseguiva degli
ordini, non importa con quale convinzione. Non
amando linganno più della media delle
persone dabbene - e non potendo inventare ogni
giorno una scusa nuova per giustificare lo stato
pietoso in cui riducevo abiti e scarpe nelle
frenetiche partite a palletta vissute
e sofferte nel rione Prati (che ha patito il
contrattempo di vedermi nascere) - andò a finire
che in un pomeriggio di primavera confessai tutto
a mio padre. Una volta su due, quando
affermo di andare a lezione di violino, vado, in
effetti a giocare a calcio, Per
strada?, Non sempre: qualche volta
anche alla Rondinella, con i ragazzi della Lazio.
Tutti i giovedì per la precisione. Ne
derivai un ineluttabile schiaffo accompagnato
dalla consolatoria dichiarazione che è meglio
essere sinceri tardi che mai e dalla promessa che
il genitore sarebbe venuto la successiva domenica
al campo per vedere di che si
trattasse. Mi vide battere la Fortitudo con
un fortunatissimo tiro telefonato,
sentì qualcuno alle sue spalle affermare che
quel ragazzotto tarchiato e pieno di
capelli (allepoca ne avevo più di Little
Tony) non era niente male e fu fatta. Da
quel giorno il calcio entrò ufficialmente nella
mia vita. E vi si trovò così bene che non se
nè più andato. Una chiara jattura per gli
ascoltatori, ma per me, decisamente una fortuna.
Che
cosa rappresenta oggi il calcio nella nostra
società e cosa rappresentava per me quando ero
un ragazzo. Nelletà infantile e
nelladolescenza il calcio ha rappresentato
per me non tanto unevasione quanto
levasione per eccellenza. La
mia routine era dura, dovendo frequentare
contemporaneamente gli studi ginnasiali e quelli
musicali e, soprattutto, dovendo fare i conti con
gli arcigni accadimenti di quellepoca
(eravamo in piena guerra) e con la sempiterna
fame che il razionamento bellico imponeva.
Qualche film autarchico (gli idoli del momento
erano Nazzari, Giachetti, Valenti, la Ferida, la
Valli e il calcio erano gli unici spazi non
consegnati al dovere. Per calcio, è il caso di
precisare, intendo quello giuocato e non quello
da godere e soffrire sugli spalti. Guardare
giuocare gli altri mi è sempre piaciuto poco (un
bellhandicap, per un radiocronista, eh?) a
meno che non siano garantiti livelli tecnici
eccezionali. Forse per questo non sono mai stato
tifoso se non di un certo tipo di calcio
piuttosto che di una squadra. Il biglietto per
andare a vedere i grandi (e sì che
nella Lazio dellepoca giuocavano i Piola e
i Flamini) lo regalavo invariabilmente,
preferendo investire altrimenti la domenica
pomeriggio. Ma il calcio rimaneva comunque la mia
isola, una sorta di rituale
identificante, unarea per iniziati (allora
non era popolare quanto oggi) cui ero orgoglioso
di appartenere. Più tardi, quando la morte di
mio padre e la crisi economica familiare che ne
derivò mi costrinse a cercare, a 15 anni, un
modo per sopravvivere fu il calcio avventuroso e
sgangherato dellepoca a offrirmelo.
Lisola divenne il pane. Una
mutazione che vissi sulla mia pelle con qualche
sofferenza ma anche con ovvia gratitudine per
questo sport verso il quale mi aveva spinto solo
e semplicemente listinto. Oggi il calcio è
cambiato, andandosi a collocare in unottica
certamente diversa da quella che ne ha ospitato
laffermazione nel nostro paese. Contagia le
masse come un virus benigno, mobilita i
mass-media inducendoli a una informazione
ossessiva, qualche volta distorta, spesso
tecnicamente carente, sempre trafelata. Sulle
maglie dei club più prestigiosi sono apparse le
crude scritte degli sponsor. Un po come se
al centro del tricolore apparisse la marca delle
pipe di Pertini. Ma, per chi sa capirlo, rimane
il giuoco più stimolante che sia mai stato
inventato, uno spazio dominato dalla fantasia,
dalla generosità, dallo spirito di gruppo,
dallintelligenza. È per questo che la
gente lama e lodia, come è destino
di certe donne troppo belle.
Quali
sono le motivazioni che mi hanno indotto al
calcio. Mi ha affascinato prima di tutto la
sua natura di sport tattico, affidato
cioè non solo alla possanza atletica o alle
risorse tecniche, ma anche - e in larga misura -
al senso strategico di chi lo pratica. Altra,
irresistibile, seduzione: il fatto che un
elemento minuto e fragile possa, in virtù delle
sue doti stilistiche, prevalere su un avversario
che magari lo sovrasta di due spanne. E ancora:
il suo meraviglioso spirito aggregante
(connotato, ovviamente, comune a tutti gli sport
di squadra) per il quale, dopo cinque minuti che
giuocano insieme, il ricco e il povero sono,
direi ineluttabilmente, fratelli.
Questultima circostanza tuttavia si
verifica solo nellipotesi del calcio
amatoriale. Quello professionistico coagula
intorno a una ditta elementi scelti
secondo esigenze puramente tecnico-tattiche.
Nessun manager si preoccupa di accertare se,
umanamente, X e Y sono
fatti per andare daccordo.
Limportante è che leghino
tecnicamente. Che poi oltre che compagni possano
diventare amici è un altro discorso. Che il
calcio professionistico, fatalmente, ignora.
Cè comunque unultima (ma non per
importanza) ragione cui assegno un ruolo
nellaver determinato la mia passione per il
calcio e cioè lintuizione che la sua
popolarità ne avrebbe fatto lesperanto dei
popoli, un ponte ideale tra tutte le
razze del mondo, un mezzo di cui servirsi per
avvicinare luomo alluomo.
Cosè
uneducazione sportiva. Correttamente
intesa è limpostazione di un ragazzo
secondo principi che mutuano dallattività
fisica e agonistica alcune pietre angolari
dellesistenza. E cioè la filosofia della
lotta da accettare senza presunzione ma anche
senza timori, del traguardo che premia chi è
disposto a soffrire per raggiungerlo, dello
spirito di fraternità che nasce dallo sforzo
comune, del rispetto dovuto allavversario
che ci rispetta. Per rimanere al calcio non
scopro certo io che nessuno sport propone con
altrettanta fedeltà la rappresentazione della
vita. Con i suoi contrasti, le sue finte, le sue
lotte, le sue sconfitte e i suoi trionfi.
Uneducazione sportiva ci garantisce la
possibilità di affrontare tutte queste
esperienze con animo forte, con serenità. Per
rimanere al gergo degli addetti ai lavori,
in soupplesse. Ma leducazione
sportiva ci insegna, soprattutto, a rispettare le
regole. Un abito mentale di cui oggi si tende a
smarrire persino la memoria.
Come
lorganizzazione moderna può aiutare il
calcio a crescere. Pur rimanendo
lambiente sportivo più conservatore che si
conosca, il calcio non avrebbe potuto ignorare i
portati di una civiltà tecnologica nella quale
pretende, a ragione, di avere largo spazio. Un
cronista appena attento non può tuttavia
ignorare quante resistenze il tradizionalismo del
calcio abbia opposte allavvento di mezzi e
metodiche nuovi e alla stessa adozione di alcune
formule di aggiornamento che i tempi imponevano
con estrema chiarezza (gli stessi corsi
accademici varati da Allodi a Coverciano furono
accolti, allinizio, con palese scetticismo
come del resto alcune strade didattiche scelte
dagli allenatori più consapevoli). Oggi comunque
i reggitori del sistema si rendono conto di
quanto sarebbe sciocco non avvalersi, per il
miglioramento del giuoco e per la crescita stessa
dellambiente che lo esprime, di tutti gli
strumenti che la tecnologia dei nostri tempi
mette a disposizione di chiunque abbia occhi per
vedere e testa per capire. I filmati e i video
relativi alla preparazione condotta in ogni
angolo della terra dai tecnici più autorevoli,
il computer in grado nel giro di secondi di dare
ogni informazione su un fatto agonistico o su un
protagonista, i test medici e psicologici
realizzabili in tempi infinitamente più brevi
rispetto al passato sono tutte risorse di cui i
pionieri non ebbero modo di giovarsi e che invece
il calcio di oggi può e deve sfruttare.
Limportante, a mio avviso, è di non
esagerare. Di non trasformare cioè il calcio in
una scienza esatta snaturandone lo spirito, primo
garante del suo successo popolare. Un discorso
che ci conduce subito allultimo quesito, e
cioè quello relativo a:
Limportanza
del singolo. Che è e deve restare enorme.
Ogni tentativo di collettivizzare
eccessivamente il giuoco va combattuto così come
ogni operazione tendente a ottenere giocatori e
squadre costruiti in laboratorio. Alla fine, deve
essere la personalità del giocatore a fornire la
soluzione vincente. E del resto il fascino del
calcio è il fascino del campione. Non cè
dubbio che qualunque tifoso rinuncia alle
garanzie che potrebbe dare un
regolarista (per eccelso che sia) davanti alla
prospettiva di assistere alle invenzioni del
fuori-classe (per discontinuo che sia). Non è
irriverente, almeno per me, affermare che il
calcio, essendo un giuoco creativo, ha qualcosa a
che fare con larte. E, una volta rispettati
certi canoni tecnici, larte deve essere
lasciata libera di esprimersi se si vuole davvero
segnalare come tale senza rischiare di scadere
nel mero artigianato. Sta alla sensibilità dei
tecnici e dei dirigenti, - cioè detto in
soldoni, alla sensibilità del sistema - fare in
modo che i talenti naturali non vengano
mortificati da schemi e dettati troppo rigidi e
imprigionati in una disciplina tattica troppo
fiscale. E a questo riguardo non sarà inutile
ricordare che così come può essere accostabile
a un grande artista il grande calciatore
altrettanto può e deve accadere con il grande
tecnico. Che può ambire, sempre a mio avviso, a
tale etichetta solo quando è capace di scegliere
il modulo e la strategia adeguandoli alle
effettive caratteristiche dellorganico che
è chiamato a gestire e non quando - e si tratta
della maggioranza dei casi - tenta
scelleratamente loperazione opposta.
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