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CINEMA

Soheila Javaheri e Razi Mohebi, perché il cinema diventi un diritto alla libertà

  • 10 ottobre 2016
  • 14:43

Conobbi Soheila Javaheri e il marito Razi Mohebi all’incirca un anno e mezzo fa durante un mio viaggio a Trento, dove la coppia di registi abita con il figlio dal 2007. Al tempo seguivo un gruppo di rifugiati che era stato oggetto di manifestazioni razziste e mi sentivo afflitta dallo sconforto.

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Soheila Javaheri e Razi Mohebi: “L’Italia ha firmato nel 1951 la Convenzione di Ginevra relativa allo status di rifugiati. l’Italia era un Paese di transito all’epoca anche perché era sempre stata un luogo da cui immigrare soprattutto, per USA, Australia, Canada. Ad inizio anni ’90 c’è stata la prime legge, che si chiama Turco-Napolitano, la quale è molto generica e non dice niente di particolare. La Grecia è meglio dell’Italia, nel senso c’è una legge vera e propria, poi non la rispettano ma è un altro discorso. Avere la residenza, o la cittadinanza dopo cinque anni, è un diritto per un rifugiato politico; poi ci devono essere anche dei doveri, è chiaro. Ma qui invece al posto di asilo si diventa esiliati, anche per colpa della legge di Dublino del 2003. Amici nostri che sono immigrati in Scandinavia sono già cittadini della Svezia e Finlandia”

Soheila e Razi mi aspettavano a casa loro, un modesto appartamento in una tranquilla zona residenziale alle porte di Trento, tanto tranquilla che girovagai invano per mezz’ora finchè Soheila decise gentilmente di venirmi incontro. Incrociai lì, per la prima volta, i suoi grandi occhi scuri. Mi offrì datteri, frutta secca e the verde, ci fumammo un paio di sigarette nel cortile interno e chiacchierammo amabilmente per un paio d’ore, durante le quali il piccolo di casa faceva incursioni in salotto cercando di attirare le attenzioni della mamma. Era appena uscito il cortometraggio “Cittadini del nulla” (Premio Mutti alla sceneggiatura nel 2014) che affrontava proprio il disagio dei rifugiati politici, e le parole dei due registi furono illuminanti e di incoraggiamento nel proseguire quella che ai tempi consideravo una sorta di “missione”.

Per conoscere Soheila bisogna partire dal marito Razi, la cui storia personale potrebbe essere un film: nato in Afghanistan in un villaggio non lontano da Kabul, nel 1979, ancora bambino, è costretto a fuggire verso l’Iran quando il padre, attivista politico, viene arrestato dai Mujaheddin a seguito dell’invasione di Kabul dell’Armata rossa. Lungo la strada finisce nelle mani dei trafficanti d’uomini; per mesi viene sfruttato e tenuto segregato in Pakistan, in stanzoni stipati da cento persone, finché, insieme a un altro bambino, riesce a liberarsi e a raggiungere l’Iran.

Sul finire degli anni ’80 le scelte per il giovane Razi sono solo due: lavorare in fabbrica o studiare teologia. Razi sceglie di studiare e grazie ad una borsa di studio consegue la specializzazione in cinematografia all’università di Teheran. È qui che avviene l’incontro decisivo, quello che gli cambierà la vita: si innamora di una studentessa in ingegneria elettronica, l’iraniana Soheila Javaheri, che si distingue per la sua tenacia e la lotta in favore dei bambini orfani e dell’emancipazione delle donne. Soheila organizza a Teheran incontri presso cinema dismessi per sensibilizzare altre donne alla presa di coscienza dei propri diritti. Accomunati dalla passione per il cinema italiano d’autore – da Pasolini a De Sica – e dagli stessi ideali i due giovani si sposano e rientrano a Kabul dove fondano la Kabul Film.

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Quest’anno, Soheila è stata premiata come miglior sceneggiatrice alla Mostra del cinema di Venezia con il prestigioso Premio Mutti dedicato ai registi migranti. La storia si intitola “Casa sulla Nuvola” e racconta l’intenso viaggio di un bambino alla scoperta delle proprie origini, affrontando il difficile rapporto tra la prima e la seconda generazione di migranti. Tema più che mai attuale che sottolinea l’impegno della regista nell’ambito dei diritti civili

Intanto, pare aprirsi una nuova stagione per l’Afghanistan che, seppure tra bombe e attentati, vede (ri)fiorire il cinema, la scultura, la pittura. Mohebi lavora come co-regista nel film “Osama”, una produzione internazionale che vede sfilare centinaia di donne che rivendicano il lavoro e i più elementari diritti umani. La coppia sta inoltre realizzando un film documentario sulla recente uccisione di tre giornaliste.

A causa del suo impegno civile la Razi Film House viene data alle fiamme e Razi subisce pesanti minacce dai talebani che lo costringono a viaggiare sotto scorta. Fino al suo rapimento, quando viene picchiato e lasciato in fin di vita alla periferia di Kabul; solo dopo essere stato portato in obitorio si scoprirà che è ancora vivo.

Da lì la decisione di abbandonare la sua terra e chiedere l’asilo politico in Italia. Ora Soheila e Razi sono registi di fama internazionale, vincitori di svariati premi nei Festival più importanti d’Europa da Venezia a Cannes, da Berlino a Locarno.

Quest’anno, Soheila è stata premiata come miglior sceneggiatrice alla Mostra del cinema di Venezia con il prestigioso Premio Mutti dedicato ai registi migranti. La storia si intitola “Casa sulla Nuvola” e racconta l’intenso viaggio di un bambino alla scoperta delle proprie origini, affrontando il difficile rapporto tra la prima e la seconda generazione di migranti. Tema più che mai attuale che sottolinea l’impegno della regista nell’ambito dei diritti civili.

Tornando a quel nostro incontro, ricordo ancora l’energia di Soheila, questa piccola grande donna coraggiosa che definiva la sua generazione “quella con le valige”, la sua volontà di non fermarsi e la sua esortazione a non mollare. L’Italia per lei appariva un po’ come una prigione dorata, un paese amico che aveva accolto lei e la sua famiglia, ma dove le difficoltà burocratiche legate a visti e documenti rappresentano ancora un freno per l’integrazione.

“A 40 anni” mi disse Razi “non so quanta parte di me sia afghana: penso in persiano, parlo in afghano, in pakistano e ora in italiano. Vivo così. Per questo l’unica cosa che posso rispondere quando mi chiedono da dove vengo è dalla Terra, vengo dalla Terra e vivo sulla Terra! Penso alla Terra nel suo insieme, altrimenti mi perdo. Ma di notte, quando vago al buio per le montagne del Trentino, mi pare quasi di stare in Afghanistan. E allora è un attimo volare con la mente al mio paese e pensare che, anche se oggi la situazione è peggio che mai e le persone sono costrette a scegliere tra il male e il peggio, le nuove generazioni hanno ancora la possibilità di cambiare le cose. E io ci credo. Le decisioni calate dall’alto non sono mai servite. Solo un movimento di popolo guidato dai giovani potrà cambiare finalmente il mio paese”.
(Agatha Orrico)

 

Razi Film House Official Website


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