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CINEMA

Jacques Tati: il progresso sì purché sia umano. “Mio zio” e lo spazzino (che non spazza)

  • 7 maggio 2014
  • 12:46

(“Mon oncle” il film, Tati il regista. Una pellicola del ’58,
percorsa dal consueto umorismo dell’autore francese:
tenero ma tutt’altro che ingenuo. In più di una scena
compare uno spazzino, ripreso sullo sfondo di Saint-Maur-De Fossés.
È sempre lì lì per iniziare il suo lavoro. Ogni volta, però,
si interrompe. Indolenza o protesta?)


“Hai visto quello lì?” Finalmente decido di condividere con mio cugino Daniele la scoperta di uno strano personaggio che mi incuriosisce da più di una settimana: lo spazzino il cui ufficio è l’ampio piazzale dove io e Daniele facciamo colazione prima di raggiungere i mon-onclenostri rispettivi posti di lavoro. “Tutte le mattine arriva qui con la scopa in mano e poi, per un motivo e per un altro, non combina mai niente. Vedi quel mucchio laggiù? Sono almeno dieci giorni di foglie secche”. Mio cugino stacca le labbra dall’inevitabile cappuccino e dice: “Come lo spazzino di ‘Mon oncle‘…”

Non ho afferrato bene l’ultima parte della frase, ma dal sorriso dei suoi occhi comprendo che in un modo o nell’altro il netturbino ha qualcosa a che fare con la reale occupazione della vita di mio cugino: il cinema (è così: Daniele, per hobby, fa l’agente immobiliare, ma il suo vero lavoro è guardare film, produrre giudizi definitivi su di essi, ridere dei giudizi degli altri. “Capire di cinema”, insomma, come dice lui).

“’Mon oncle’, il primo film a colori di Jacques Tati, 1958…” Ecco. Ora, prima che io possa di nuovo parlare, bisogna attendere la fine della voce enciclopedica che mio cugino declama con precisione compiaciuta mentre usciamo dal bar. “Scritto, diretto e interpretato da Jacques Tati. Con Jean-Pierre Zola e Adrienne Servantie. Premio speciale della giuria al Festival di Cannes, Premio Meliès, solo per citare i due più importanti, senza contare i riconoscimenti ricevuti in Italia, in Spagna, in Finlandia, in Messico, in Brasile…”

Daniele continua a parlare. Io cerco di ricordare quali film di Tati ho visto: “Giorno di festa” e “Le vacanze di Monsieur Hulot”, mi sembra. Il suo umorismo tenero ma tutt’altro che ingenuo mi appaga. E poi adoro la sua faccia da scrupoloso distratto, un Buster Keaton esistenzialista. “Mon oncle”, però, non l’ho mai visto. E non troverò mai il coraggio di confessarlo a mio cugino. “Ma certo, certo, ‘Mon oncle’…” mento assecondando Daniele.

“Sai cos’è che mi piace di più di quel film?” incalza lui. “I rumori. Sembrano avere una vita propria. Sono in primo piano, insieme alle immagini. Potremmo dire che ‘Mon oncle’ è il primo film tridimensionale della storia del cinema dove la terza dimensione, però, è il suono. Non a caso, vinse il premio della commissione tecnica del cinema francese e…”

“Sì, ma lo spazzino che c’entra?”
“Ah, già, lo spazzino. Bè, in diverse scene del film c’è uno spazzino che si comporta proprio come quello che abbiamo davanti. È sempre lì lì per iniziare il suo lavoro, ma una
volta si mette a litigare con un passante, un’altra volta ancora viene chiamato da qualcuno. Insomma non comincia mai a spazzare per terra”.

“Scommetto che il nome dell’attore che faceva lo spazzino non lo sai…”
“Difficile dirlo. Vedi, per ‘Mon oncle’ Tati ha voluto che le comparse fossero gli stessi abitanti di Saint-Maur-des-Fossés, la cittadina in cui è stato girato il film. È probabile che lo spazzino di ‘Mon oncle’ fosse un vero spazzino. E, chissà, magari si comportava proprio così”.

La sera, neanche a dirlo, passo a casa di Daniele per farmi prestare la videocassetta, che mio cugino mi consegna con religiosità altèra.

Sull’autobus per andare in ufficio, il giorno dopo, uno spazzino che non spazza mai è un bel tema di riflessione che isolo tra le cuffie del walkman per non farmi disturbare dal chiacchiericcio su Roma, Lazio e Superenalotto.

Perché lo spazzino non spazza? Forse è soltanto pigro. No. Se così fosse se ne starebbe semplicemente fermo, sonnecchiando appoggiato alla scopa, oppure darebbe inutili, svogliati colpi di ramazza alle cartacce per terra. L’immaginario spazzino del film – e, in un incredibile parallelismo, il reale spazzino di fronte al bar – sono invece determinati a compiere la loro azione, ma si interrompono prima.

Comincio a credere che sono io pigro e che pur di non pensare alle otto ore di lavoro che mi attendono preferisco elaborare teorie su netturbini inefficienti. Eppure io sento che uno spazzino che non spazza, che vuole spazzare ma non spazza, è senza dubbio un simbolo da approfondire.

In “Mon oncle”, Tati ci dice qualcosa di più sulla vita quotidiana di Monsieur Hulot, il personaggio da lui creato, protagonista di quasi tutti i suoi film. Ci fa vedere dove vive, qual è la sua giornata e ci racconta la storia dei suoi parenti: un cognato laborioso, il signor Arpel, che produce oggetti di plastica, la moglie (ovvero la sorella di Hulot), impeccabile casalinga che passa la giornata a far brillare i mobili (di plastica, costruiti dal marito) e il loro unico figlio, Gèrard, che, in una famiglia simile, non può che annoiarsi.

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Una scena di “Mon oncle” con Monsieur Houlot e il nipote

Da un lato, dunque, l’assuefazione e il conformismo: fabbriche di plastica, case asettiche, bambini infelici. Dall’altro lato, il disordine allegro ma inefficace di Hulot: la poesia (ma anche l’inconsistenza), l’inaffidabilità (ma anche la tenerezza). Che posizione occupa lo spazzino nella poetica di Tati?

Troppo facile scorgere nell’inattività dello spazzino un significato di protesta contro l’alienazione e l’abbrutimento del lavoro manuale. Lo spazzino non sa di esprimere un significato, proprio questo, forse lo rende così interessante. In un certo senso, è possibile che lo spazzino imprechi contro i mille motivi che (lui è convinto di questo) gli impediscono di portare a termine il suo lavoro. Crede di essere un lavoratore coscienzioso infastidito da circostanze esterne: non sa di essere il personaggio di una storia, una figura a suo modo esemplare (ma di chi sto parlando ora: dello spazzino del film o di quello della realtà?).

Vorrei restituire la videocassetta a mio cugino, ma non è in casa. Lo rivedo la mattina dopo, al bar, come sempre, e, insieme, constatiamo che il “nostro” spazzino non c’è più. Malato, trasferito o licenziato, è stato comunque sostituito da un collega più giovane, più alto, più efficiente, che ha già ripulito il piazzale di tutta la spazzatura accumulata da giorni. Sia io che Daniele guardiamo con una sorta di misterioso sgomento quella inesorabile opera di pulizia.

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Jacques Tati (a sinistra) sul set di “Mon Oncle” spiega allo spazzino come si fa a… non spazzare

Solo ora credo di cominciare a capire il senso oscuro che si cela nella caparbia inattività di uno spazzino che non spazza. È l’ago della bilancia. È, forse, il centro esatto di questa spietata (e, nel film, anche esilarante) commedia umana. A differenza del disadattato Hulot, lo spazzino che non spazza ha un ruolo nella società, ma a differenza dell’iperproduttivo Arpel, lo disattende sempre. Arpel produce plastica. Lo spazzino produce caos. Inconsapevole alfiere dell’entropia, lo spazzino lascia che le foglie si accatastino, che le cartacce crescano, che rifiuti si sommino a rifiuti.

Nulla di così apocalittico, è chiaro, nel film di Tati. Un film francese, girato con una grazia che in certi punti sfiora la maestria, in cui lo spazzino non è che una figura che si intuisce appena in alcune scene di raccordo. Una figura minima eppure completa nella sua incompiutezza, a suo modo assoluta in quell’indefinibile gesto che sta per compiersi e che non si compie mai.

Ma mio cugino, di tutto questo, sorriderebbe con superiorità. In famiglia, da sempre, è lui quello che “capisce di cinema”.
(Federico Platania)


Da Storie 34/1997-98 – Mai cominciato

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