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“Due uomini e un armadio”: il memorabile cortometraggio di Roman Polanski racconta quanto sia stupida (e irriducibile) la discriminazione sociale. Guardalo

  • 7 settembre 2015
  • 17:00

Se è vero che la vicenda di “Due uomini e un armadio”
sembra alludere alla situazione della Polonia dell’epoca,
isolata dall’Occidente e soffocata dallo stalinismo, sarebbe
però riduttivo interpretare solo in questo senso il film,

a maggior ragione che lo stesso Polanski rivendica il suo
intento
“assai più generico”. E universale è infatti la
riflessione
sull’irrazionale ostilità che investe quanto appare
inappropriato alle convenzioni stabilite, universale
la
rappresentazione dell’allontanamento subito da due
ignari
eversori venuti dal mare che tendono in ogni
modo una mano
al prossimo, offrendo il mistero
custodito nel loro armadio,
per essere
sempre e comunque ignorati, o addirittura respinti.


Dopo aver raccontato tutto in quasi cinquecento pagine di autobiografia (“Roman Polanski”, Bompiani 1984), Polanski si chiede ancora come sia potuto accadere che lui, nanerottolo ribelle di Cracovia, sia diventato un regista di fama internazionale. Avanza pure l’ipotesi secondo cui alla base del suo intero percorso artistico ci sia una pulsione sessuale: “Era forse il fatto che mai avrei conosciuto tutte le donne che sognavo di possedere se fossi rimasto il piccoletto del ghetto di Cracovia o un contadinello di Wysoka?”. Possibilità che considera – e scarta – con la stessa ingenua trasparenza con cui, durante la sua reclusione nel carcere di Chino, si era prestato ai test della psicologa incaricata di appurare se il presunto stupratore della tredicenne Samantha Geimer fosse o meno un delinquente sessuale psicopatico.

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Roman Polanski, allora venticinquenne, sul set di “Due uomini e un armadio”.

Allora, alla richiesta di disegnare un uomo e una donna, il detenuto Polanski li ritrasse nudi, “tanto ero abituato alle lezioni di anatomia a cui avevo assistito alla scuola d’arte di Cracovia”, spiegò imperturbabile il regista al suo legale Doug Dalton, preoccupato che quei disegni non segnassero punti a suo favore nella perizia in corso. Ma lui scrupoli del genere non se ne poneva: “E che cosa avrei dovuto fare”, replicò alla disperazione di Dalton, “munirli di foglie di fico?”.

Altrettanto viscerale e spontanea è la risposta che alla fine Polanski si dà alla domanda sul movente della sua carriera: “il mio lavoro, le mie fantasie, sono state promosse innanzitutto dal desiderio di piacere, di intrattenere, di sorprendere, di far ridere la gente. Mi piace far mattane, mi piace trovarmi alla ribalta del mondo”.

E, in qualche modo, l’episodio del carcere riferisce di questa debordante inclinazione per l’umorismo e del suo altrettanto spassionato senso dello spettacolo. Frutto in parte, è ovvio, di una disposizione innata ma in misura non trascurabile anche di un’infanzia trascorsa nella Polonia occupata dai nazisti durante la Seconda Guerra mondiale. Per il piccolo Roman Wilk, infatti, quelli furono anni passati senza i genitori – deportati nei campi di concentramento, da dove solo il padre farà ritorno – ospite di famiglie cattoliche disposte a proteggere il segreto che altrimenti lo avrebbe costretto nel ghetto di Cracovia, ovvero le origini ebree dei suoi.

Roman Wilk non è un errore. È l’identità di cui Polanski si appropriò in quel periodo, immedesimandosi in un membro della famiglia Wilk, appunto, a cui il padre aveva versato il denaro necessario per la sua custodia una volta che fosse fuggito dal ghetto.
Roman Wilk, dunque, 11 anni, cattolico. Ecco perché, in fatto di religione, Polanski si è sempre dichiarato ateo, salvo una parentesi cattolica dagli 10 ai 15 anni. Fu la zia a insegnargli il segno della croce e le principali preghiere per aiutarlo a stare nella parte; fu utile in tal senso anche il fatto che quell’inarrestabile scriccioletto precocemente appassionato di esplosivi e di congegni elettronici non avesse poi tanto la faccia da ebreo. Comunque sia, in alcuni dei momenti più difficili gli capitò persino di ricorrere a quella nuova fede per consolarsi e invocare il ritorno dei genitori.

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Un armadio del tutto simile a quello usato in “Due uomini e un armadio” è stato collocato nel 2009 sulla spiaggia della cittadina polacca di Sopot, dove Polanski girò parte del cortometraggio. Il singolarissimo monumento rappresenta l’omaggio che la città ha voluto rendere al regista.

Che poi la sua non era mai stata una famiglia di ebrei osservanti: “Mia madre era ebrea solo in parte, e sia lei che mio padre erano agnostici che non credevano nell’utilità dell’insegnamento religioso impartito ai bambini”. Motivo per cui il giovane Polanski portò con sé, occultandolo, il peso dell’ebraismo, senza che si fosse mai neppure riconosciuto in quel credo.
Ed è forse proprio questa circostanza, con tutte le sue implicazioni drammatiche ma anche paradossali, ad avergli suggerito l’impianto metaforico che sostiene un cortometraggio realizzato per punizione quando ancora frequentava la scuola di cinematografia di Lodz e premiato con vari riconoscimenti internazionali. Si tratta di “Due uomini e un armadio”, un breve film dall’essenziale scheletro narrativo e muto, quindici minuti scanditi solo dal clarinetto di Komeda, musicista polacco che negli anni successivi continuerà a essere un prezioso complice del regista.

Giusto un accenno alla trama. Due uomini escono dal mare portando con sé un armadio e arrivano in città. Qui incontrano una ragazza che si ritrae frettolosamente all’invito di aprire un’anta del loro armadio, poi provano a entrare in un ristorante e in un albergo, ottenendo solo rifiuti. I due vengono quindi picchiati da un gruppo di teppistelli (di cui, come in “Chinatown”, fa parte lo stesso Polanski in un cameo) e infine cacciati da un poliziotto che li sorprende accampati in un deposito di barili, appena fuori dalla città. Al che ai due non resta che tornare sulla spiaggia, dove trovano un bambino intento a costruire castelli di sabbia che loro cercano attentamente di evitare mentre avanzano, sempre con l’armadio in spalla, verso il mare, da dove erano venuti.
Durante la visita dei due estranei, in città si verificano furti e violenze ma la gente non se ne cura affatto, tanto è presa da quel minaccioso armadio che si aggira per le strade.

Polanski racconta che la prima immagine a cui aveva pensato progettando il corto era quella di “due uomini che uscivano dal mare con un pianoforte a coda […] Nel film i due non facevano nulla di speciale, oltre a portare qua e là il pianoforte […] Erano esseri risibili, innocui, ma quello strano bagaglio procurava loro, ovunque andassero, rifiuti e persecuzioni. […] l’unico problema era, temevo, che il pianoforte si prestasse a errate interpretazioni, nel senso che la ripulsa a cui i due andavano incontro poteva essere scambiata per l’atteggiamento persecutorio di filistei nei confronti degli artisti, mentre io la intendevo in senso assai più generico; e alla fine optai per un vecchio armadio munito di specchio, come quelli che si trovavano, in tutto il mondo, negli alberghi da quattro soldi”.

Ebbene, se è vero che, come tanti critici hanno sottolineato, la vicenda di “Due uomini e un armadio” sembra alludere alla situazione della Polonia dell’epoca, isolata dall’Occidente e soffocata dalla morsa della stalinismo, sarebbe però riduttivo interpretare solo in questo senso l’opera, a maggior ragione che lo stesso Polanski rivendica il suo intento “assai più generico”. E universale è infatti la riflessione sull’irrazionale ostilità che la gente prova verso quanto gli appare inappropriato alle convenzioni stabilite e alle comuni abitudini, universale la rappresentazione dell’allontanamento subito da quei due inconsapevoli eversori che tendono in ogni modo una mano al prossimo, offrendo il mistero (magari salvifico, magari insignificante) custodito nel loro armadio, per essere sempre e comunque ignorati, o addirittura respinti.

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Il cameo di Polanski in “Due uomini e un armadio” in cui interpreta uno dei teppisti che picchiano i due sconosciuti arrivati in città.

Le scomposte reazioni della gente non derivano tanto dalla presenza dei due sconosciuti quanto da quella dell’armadio, un carico così ingombrante in apparenza ma maneggevole in mano a loro, che sembrano trasportarlo senza troppa fatica né particolare fastidio. E proprio questa disinvoltura accentua l’assurdità del rifiuto che gli abitanti del posto riservano ai due, senza che nessuno tenti mai di comprenderli: nessuno è curioso di aprire le ante e conoscere il contenuto del mobile. Semmai c’è chi, preso dalla propria vanità, ci si specchia, trascurando i due uomini con la stessa indifferenza con cui trascurano i soprusi e le ordinarie ingiustizie che regolano la vita della città.

Quei due tipetti così naïf e visibilmente sprovveduti sembrano invece attenti alle attività, sia pure futili, che la gente del posto svolge (vedi i castelli di sabbia costruiti dal ragazzino della sequenza conclusiva), ne hanno un rispetto che è comunque inutile e che li riconduce dritti in acqua, fuori dalla vita, almeno da quella sociale.

Si potrebbe pensare allora che gli uomini con armadio siano gli stranieri, gli esponenti di una minoranza etnica o religiosa, gli anticonformisti, i “diversi” e gli emarginati, gli invisibili in una società satura di “maggioranze” tanto compatte quanto miopi. Ma Polanski sceglie di non caratterizzare i personaggi in alcun modo, evitando – come ha fatto rinunciando al pianoforte – di usare simboli che rendano plausibile una qualsiasi identificazione. Gli carica invece in spalla un armadio, cioè un oggetto comune, qualcosa che potrebbe appartenere a chiunque abbia la forza di sostenerlo, come a significare il peso ambiguo della normalità che diventa fatalmente un fattore disgregante per la comunità.

Proprio qui sta il paradosso di una situazione che allo stesso Polanski, fin da quando era Roman Wilk, è capitato più volte di vivere finché anche lui, a suo modo, è tornato in mare quando ha lasciato la Poloniapolanski-due-uomini-e-un-armadio-spiaggia per Parigi, dove non a caso era nato (anche la psicologia più spicciola ci conferma che l’acqua è un simbolo di nascita). Solo così ha potuto liberarsi dell’oppressiva diffidenza di persone in fondo magari solo spaventate dalle sfumature della vita e soddisfare quel suo desiderio “di piacere, di intrattenere, di sorprendere, di far ridere la gente”.

D’altra parte – come capitò anche a Nureyev in Russia – la sua esistenza era sollecitata da uno slancio che imponeva un confronto più aperto di quello che la Polonia post-bellica poteva offrire ma che ciononostante affondava prepotentemente le radici negli incubi e nelle contraddizioni della sua terra. Non a caso, quella domanda su come lui fosse diventato l’attore e il regista Polanski si sollevò nella sua mente proprio durante una visita, a trent’anni di distanza, nelle campagne di Wysoka dove era stato sfollato. La risposta stessa lo riconduceva senza scampo lì, in quella miserabile casupola ormai in rovina che era stata la cornice dei suoi anni di solitudine, “avendo di fronte solo le più nere delle prospettive”. Alle quali lui e altri della sua generazione avevano reagito, ricorda Polanski, “cercando sollievo nella sfottitura, nella farsa, nella satira, nel teatro dell’assurdo e, soprattutto, nel jazz”. Mentre, anche questo l’ha appreso durante quel nostos così rivelatorio, col passare degli anni “a quanto sembrava, i polacchi avevano preso a consolarsi con la religione e l’alcool”.

Di lì a poco sarebbero arrivati gli anni d’oro di Lech Walesa e Solidarność e poi quelli, seppur controversi, di Karol Wojtyla. E poi avanti fino ai giorni nostri e a una Polonia considerata “una fierezza europea”, come ha recentemente scritto Le Monde.
Ma nonostante tutto, non è detto che ancora oggi, a Varsavia e nel resto del mondo civilizzato, per tutti gli uomini con armadio alle porte delle città ci sia miglior rifugio del mare.
(Giulia Borioni)

→ Guarda “Due uomini e un armadio”


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