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CULTURA
Letteratura: la malattia di Harold Brodkey
E IINCOMINCIÒ
LA MIA MORTE
Un uomo, uno scrittore, scopre con sorpresa di avere l'Aids nel 1993.
Le sue sporadiche esperienze omosessuali risalivano agli anni sessanta e
settanta e non era più a rischio dal 1977. Insomma, Brodkey - autore che
alcuni colleghi definivano "sublime" - è condannato. Decide di
scriverne. Non saprebbe fare altro.
di Giovanni Santucci
Situazione insolita è quella di uno
scrittore che si riconosce sul punto di dar forma alla sua ultima
immagine, quella pensata a chiusura di un libro e della vita. Difficile
dunque accostarsi alle intenzioni di Harold Brodkey al momento in cui
decise di mettere in figura la propria morte, nel tardo autunno del 1995,
e si rappresentò come un equilibrista in piedi sopra una zattera, una
piccola chiatta con gli ormeggi mollati e scorrevole sopra la fluida
superficie di un fiume
Era ormai arrivato alla conclusione del libro, “Questo buio feroce
(Storia della mia morte)”, che l’aveva impegnato lungo il corso della
sua malattia. La storia era incominciata solo un paio d’anni prima, col
più inatteso e sconvolgente degli esordi: una polmonite da Pneumocystis
carinii, che associata alle analisi del sangue e alla conta dei linfociti
T non poteva che prefigurare una diagnosi di AIDS. Era il 1993 e Brodkey
aveva maturato e fortificato, ormai da un pezzo, la ragionevole
convinzione di essere scampato al contagio. Ma si sa, l’umana
ragionevolezza è strumento assai debole in fatto di pericoli striscianti,
troppo disponibile ai meccanismi di rimozione e indifesa nei confronti
della paura e della speranza. È così che le ragionevoli convinzioni sono
di solito preda di smentite perentorie e, il più delle volte,
drammatiche.
A ben guardare tuttavia, la faccenda non si svolse precisamente in questi
termini. Di fatto il tempo si era beffardamente incaricato di assecondare
e irrobustire quella persuasione di salvezza con ben vent’anni di
tranquillità, nei quali chi doveva andarsene se ne era ormai andato, e
agli altri, dopo i primi anni rimescolati da “ombre e dubbi”, non
restava che un poco di malinconia e qualche turbamento in fin dei conti
trascurabile. Le avventure omosessuali di Brodkey risalivano infatti assai
indietro nel tempo, agli anni Sessanta e Settanta. Le iniziali conoscenze
riguardo l’AIDS ipotizzavano a quel momento un indice di sicurezza di
cinque anni e in base ad esso, nel caso di Brodkey, venne individuato il
1977 come anno oltre il quale la presunzione di salvezza poteva dirsi,
appunto, ragionevole. Col progredire delle conoscenze mediche,
all’insorgere della malattia di Brodkey nei primi anni Novanta, la
questione si era di gran lunga modificata, e a quel punto soltanto un
intervallo di vent’anni avrebbe potuto reputarsi sicuro. Comunque, tutto
questo in quelle circostanze aveva ormai ben poca rilevanza, e inutile era
interrogare i medici o il destino perché dessero conto di quel germe
rimasto acquattato e silenzioso in qualche piega del proprio corpo per un
tempo così lungo: iniziava, con una polmonite devastante, tutta
un’altra storia (“Con un tubo nel naso per respirare, avvolto in un
lenzuolo e immobile su una barella, fui spinto attraverso il nostro
appartamento, poi dentro l’ascensore, attraverso l’atrio, oltre il
portiere, sul marciapiede, all’aria aperta per un attimo e poi dentro
l’ambulanza. Fu così che finì la mia vita. E incominciò la mia
morte”).
Proprio così, la morte può essere una storia, da scrivere e vivere allo
stesso tempo. Per fare tutt’e due le cose c’è bisogno di coraggio e
di una lingua, e soprattutto di ridare una sistemazione accettabile alle
idee e a un tempo che sembrano non volerne sapere di riordinarsi. Nella
sua carriera di scrittore, ad esempio, Brodkey non aveva mai temuto il
silenzio, tutt’altro. Grazie al frequente protrarsi di lunghi periodi
senza pubblicare, le sue apparizioni sul New Yorker, e più tardi su altre
tra le massime riviste americane, divennero col passare degli anni dei
veri e propri eventi. Separati da intervalli piuttosto lunghi e
irregolari, Brodkey aveva dato alle stampe, tra gli anni cinquanta e i
primi anni settanta, i racconti che avrebbe in seguito riunito nelle due
raccolte “Primo amore e altri affanni” e “Storie in modo quasi
classico”. Tra il 1977 e il 1983 scomparve addirittura del tutto dalla
scena letteraria, esempio di scrittore in cui convivono l’etica
dell’essenzialità del proprio lavoro e la scaltrezza nell’alimentare
intorno a sé aspettazione e curiosità, assieme a una sfumatura di
leggenda. Al sopraggiungere della polmonite la questione del silenzio
prese al contrario fattezze inquietanti, al pari di una bestia tenuta al
proprio servizio per lunghi anni che di punto in bianco impazziva di
rabbia. La malattia schiacciò ogni cosa, ogni presenza circostante contro
un fondale opaco e tutte le idee, gli eventi, gli oggetti furono in un
lampo aggrediti da un isolamento assoluto che li slegava dal resto, da
un’evidenza allucinata che ne mutava la natura e le implicazioni. Fu così
che questo nuovo concetto di silenzio si appoggiò come un sasso
abbandonato sulla superficie incolore della mente: la presenza nera e
flagrante, mai realmente percepita prima d’allora, del “silenzio
definitivo”. Da quel peso non riusciva a divincolarsi lo sguardo
interiore, né a liberarsi la voce (“E non c’era niente che fosse una
frase o il seme di un discorso, niente che facesse luce in tutto questo,
niente che parlasse di un significato, di qualcosa al di là del
respiro”, oppure: “il senso del pensiero mi abbandonò totalmente…
Avevo una pallida idea della perduta forza che ci sarebbe voluta per
pensare o intuire una metafora, e di quanto fossi lontano dal poterlo
fare”).
Senza che di solito qualcuno se ne accorga, la catena di eventi che la
mente di un uomo organizza - che chiama poi la sua vita - e la catena
delle parole procedono assieme, o meglio, sembra esserci un meccanismo
alimentato da una pur minima fiducia nell’esistenza che le governa
entrambe, letteralmente: che le mette in ordine. I primi mesi che Brodkey
trascorse in ospedale, sotto gli effetti della polmonite, furono
tormentati da questa difficoltà di organizzare il suo linguaggio e di
pensare il proprio tempo, ora che il presente risucchiava tutto
nell’inconsistenza della sua sottile dimensione. L’esperienza
dell’identità precaria offriva tuttavia dei momenti di conoscenza
lucida e incredibilmente penetrante. Come nel giorno in cui il medico gli
espose un dettagliato rendiconto delle possibiltà di sopravvivenza
rispetto allo stato cui era giunta la malattia. C’erano infatti discrete
possibilità di arrivare ai diciotto mesi, dopodiché era ancora più
probabile resistere fino a tre anni; a quel punto tutto sarebbe tornato in
gioco: arrivare a cinque anni poteva ritenersi un trionfo. Ecco dunque
cos’era diventato il futuro. Brodkey pensò ironicamente che come meta
finale quella non era poi “molto americana”. Americani sono
l’ottimismo e la speranza, la propensione, che la pubblicità edifica
nella vita di ognuno, a rapportarsi con costante bramosia non verso ciò
che vale la pena di conservare, ma verso “quello per cui val la pena di
lavorare – questo, in luogo della tradizione, è nervosamente vitale”.
Dovuto con tutta probabilità a questa percezione monca e alterata del
tempo, si faceva frequentemente spazio nei pensieri di Brodkey il
presentimento di essere un personaggio di storie tenute in piedi da altri.
Come la volta in cui riconobbe chiaramente nel suo medico Barry l’eroe
della sua storia e in sua moglie Ellen il narratore. Oppure in altre
occasioni vedeva come in un incubo, lui scrittore navigato in fatto di
mondanità e pettegolezzi, il suo io storpio e malato protagonista
dell’aneddoto, preda delle chiacchiere newyorkesi. Brodkey dovette
aspettare il giorno in cui fu dimesso dall’ospedale per potersi
riappropriare di un ruolo attivo in quel panorama disarticolato, colpito
da una sorta di entropia che aveva fatto della sua identità precaria uno
spettro vagabondo trascinato in mezzo alle parole altrui (“L’ospedale
è come una stazione d’autobus il fine settimana, piena di merce umana
in transito, una folla abominevole di pazzi e sbandati. Tornare a casa era
un’idea, un’idea mia, e divenne il germe di una storia che era di
nuovo mia. L’unico modo in cui il linguaggio consapevole può venire a
patti con una scatenata variabilità è raccontando una storia in rapporto
al tempo reale. Questa è la mia storia: ero arrivato alla fine delle
forze di Ellen, ed era ora di andare a casa”).
Gli anni che Brodkey trascorse dopo aver superato la polmonite furono
buoni, abbastanza “vivibili”, come aveva assicurato il medico. Una
volta fuori dall’ospedale poté riprendere con discreta costanza i
lavori interrotti e attendere alla stesura del suo ultimo libro; riuscì
anche a concedersi alcuni mesi nella sua casa in campagna, nonché
un’ultima vacanza a Venezia. In questi anni la moglie Ellen gli si
muoveva sempre accanto, garbata e dolce, triste, vitale e materna. Brodkey
ebbe a definirla una volta la sua “credenziale umana” e raramente uno
scrittore ha trovato parole altrettanto potenti - intime e sincere. A
ripensarci meglio, c’è una forma di letteratura che Brodkey non ha mai
smesso di praticare nei suoi anni di malattia, una forma grazie alla quale
non gli è mai venuta meno la forza per conservare un ruolo umanamente
attivo: questa forma letteraria è la lode della sua compagna. In ospedale
lei aveva fatto da traduttrice per le sue parole stentate e
incomprensibili, più simili a sussurri e balbettii. E non solo aveva
tradotto la parole, ma anche completato e chiarito i suoi pensieri,
indovinato la sua volontà. Tutto ciò che lui era stato, Ellen lo
preservava, e dove egli adesso era manchevole o disperato lei era pronta a
soccorrerlo, ad aiutarlo a continuare con quel suo vitale bagaglio che era
il Brodkey di un tempo, quello di prima della malattia. Come un nuotatore
che si getti in apnea e prima abbia affidato alla sua compagna a terra i
suoi vestiti e il suo passato, tutti i suoi gesti e le sue parole, una
boccetta che racchiude il suo senno. Tutto ciò Ellen lo conservava senza
aver ricevuto un mandato e Brodkey lo scoprì avendola accanto: questo
vuol dire che lei era la sua “credenziale umana”. E in più, per un
singolare sistema di vasi comunicanti, quando Brodkey potè ricominciare a
occuparsi di roba letteraria e questioni di casa, fu Ellen a infondergli
nell’animo un po’ del suo “interesse e divertimento”.
Anche nei momenti più duri tra i due nasceva spesso uno strano
presentimento di felicità, quando alla fine della giornata si tenevano
per mano stesi davanti alla televisione. Una di quelle sere le parole di
Ellen furono incredibilmente comprensive, e senza cedimenti: “Rise un
pochino, poi si piegò su di me e mi baciò. ’È davvero terribile’,
disse con la sua voce onnipotente da angelo. ’È davvero terribile’,
disse con la sua voce onnipotente da madre. ’Dimmi che mi ami’, disse
con la sua voce solitaria, la sua voce qualsiasi, da donna ferita”.
Letture
Harold Brodkey, Buio feroce (Storia della mia morte), Rizzoli 1998
Harold Brodkey, Primo amore e altri affanni, Serra e Riva Editori 1988
Harold Brodkey, Storie in modo quasi classico, Mondadori 1991
Harold Brodkey, The runaway soul, Rizzoli 1998
Harold Brodkey, Amicizie profane, Rizzoli 1994
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