rivista internazionale di cultura

Atti di Letta

Puntate 8-9

Ottava puntata | Tante le strade che portano a Letta

È il 2012. Sono passati venti anni da Tangentopoli. Sono i mesi in cui il viceministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Michel Martone definisce sfigati i ventottenni non ancora laureati. Giorgio Clelio Stracquadanio – di scuola radicale, ci piace sottolinearlo, sostenitore del “Trattamento Boffo” [1] – sostiene, senza il minimo sforzo di fantasia, che guadagnare 500 euro al mese è da sfigati. E noi, con o senza laurea, capaci di arrivare alla fine del mese molti giorni prima dei termine previsti senza battere ciglio e che mai ci siamo sentiti sfigati, lanciamo una sfida. Preso uno qualunque degli eventi di cronaca politica nazionale, sappiamo arrivare in pochi semplici passi a tirare per la giacca Gianni Letta. Volete scommettere?
È il 14 febbraio. È riunito il Consiglio dei Ministri. Il Presidente, Mario Monti, deve decidere se presentare o meno la candidatura di Roma ai Giochi Olimpici del 2020. Sale l’attesa. Partono le scommesse. Fiato sospeso. Il Presidente nega: non firma la lettera che deve essere presentata entro la mezzanotte del giorno dopo. “Non ci sentiamo di prendere un impegno finanziario che potrebbe gravare in misura imprevedibile negli anni a venire”, dice. Niente Giochi. Tutti a casa. Molti annuiscono con solennità, anche Bossi è tra questi. Altri scuotono la testa dispiaciuti. Alemanno sindaco di Roma, ancora in affanno per l’emergenza neve, in piena paranoia dice: “non mi dimetto”. Il presidente del comitato organizzatore olimpico di Roma 2020, l’imperituro Mario Pescante si rammarica. I proprietari della società di catering Relais le Jardin anche. Vedono sfumare milioni di euro nello spazio/tempo necessario a pronunciare le parole: “non s’ha da fare!”
Blasonata società di catering, con un palmares da fare invidia al Barcellona, la Relais le Jardin ha sede a Roma. Con un fatturato annuo di 20 milioni di euro e quote societarie in mano alla Immobiliare Villa Miani 90, gestita dalle solite sigle anonime distribuite tra il Lussemburgo e Bahamas. La Relais ha servito prelibate pietanze al G8 di Genova del 2001, al vertice Nato di Pratica di Mare e alla Conferenza Intergovernativa di Roma del 2003, al G8 de L’Aquila del 2009. Certo la società di catering non si occupa solo dei potenti delle terra. A volte scende a anche a livelli più modesti, per esempio i Mondiali di Nuoto del 2009, quelli nei quali Bertolaso, Balducci & Co. si sono distinti per inaspettate evoluzioni a corpo libero. Raramente alla Relais le Jardin capita di perdere appalti succulenti. Quando succede è perché subentra la Triumph, gestita da Maria Criscuolo. La Relais appartiene invece alla famiglia Ottaviani. Roberto, già proprietario dell’Hotel Lord Byron è sposato con Marina Letta, figlia di Gianni. Ed eccoci qua, finalmente! Ma non ci basta. Ottaviani più Letta a Roma fanno Alta Moda, Auditorium, Bar del Tennis del Foro Italico del Coni, Ippodromo delle Capannelle, Musei Capitolini. La signora Criscuolo, madrina di un figlio di Ottaviani, per riequilibrare, è stata inserita nel comitato tecnico di Expo 2015, a Milano, per volere di uno dei vicepresidenti dell’Unione Industriali, Eduardo Montefusco e non l’altro, Giampaolo Letta, il figlio di Gianni. Lui è anche vice presidente e amministratore delegato di Medusa Film, società del gruppo Mediaset, rilevata dal gruppo Fininvest, di cui Gianni Letta era vicepresidente. Ecco perché, crediamo noi, la ministra dell’Interno Anna Maria Cancellieri se l’è presa con i figli che vogliono il lavoro vicino mamma e papà!
A quanto pare ce l’abbiamo fatta. In pochi passi siamo arrivati dalle Olimpiadi a Gianni Letta. Ma potevamo partire dal cinema, dallo sport, dalla moda, dall’arte. Altro che sfigati, la nostra è classe. Accettiamo sfide!

[1] Definizione con la quale si descrive l’azione de Il Giornale, nei confronti del direttore de L’Avvenire. Citando una velina, falsa, si faceva riferimento a presunte relazioni omosessuali di Dino Boffo.


Nona puntata | Brodo di giuggiole

Sono i primi anni ottanta, biennio ’81-’82 per la precisione, e l’Italia comincia a fare i conti con i suoi fantasmi. Viene scoperta la loggia massonica P2. Il Banco Ambrosiano, vicino al Vaticano, fa crac. Si scopre che L’Iri, l’Istituto per la Ricostruzione Industriale, ente pubblico che controlla le più grandi imprese del paese, ha distribuito fondi neri per centinai di miliardi di lire. Nel 1984, quando le indagini di Gherardo Colombo e Luigi De Ruggiero danno i loro frutti, vengono messi sotto inchiesta i vertici dell’Istituto e di alcune sue società.
Tutto è partito nel 1976 con un esposto anonimo che denuncia la costituzione di fondi neri tramite società appartenenti a Iri. I capitali vengono creati attraverso commesse miliardarie che transitano su conti correnti non contabilizzati, per maturare interessi. I soldi così guadagnati servono per oliare il sistema: dei partiti, delle lobby, dei giornali. Molti di questi soldi passano attraverso l’Italstat, la società italiana per le infrastrutture e l’assetto del territorio. La società si occupa di opere pubbliche e al suo vertice dal 1974 c’è Ettore Bernabei, già direttore Rai, uomo dell’Opus Dei, assolutamente incongruente con il campo d’azione dell’azienda ma fedele scudiero del primo partito italiano. Ettore Bernabei è al secolo il Superboiardo democristiano. Nel suo ruolo dirigenziale avrebbe gestito trenta miliardi di lire provenienti dai fondi neri. Di sicuro un miliardo e mezzo di questi li ha dati personalmente a Gianni Letta, dopo aver parlato con il proprietario de Il Tempo, Carlo Pesenti. Quando i magistrati lo interrogano, Bernabei confessa. Anche Letta ammette di aver preso denaro per i debiti del suo giornale. Ma nessuno spiega in cambio di che cosa. L’inchiesta partita da Milano porta agli arresti domiciliari dello stesso Bernabei, Fausto Calabria e Sergio De Amicis, tutti dirigenti Iri.
Nel 1982, prima che l’indagine esploda, in un’intervista Gianni Letta, in qualità di direttore de Il Tempo, dichiara: “non c’è deficit per i giornali, perché il tornaconto politico fa ripianare su altri piani o altri tavoli ciò che i numeri possono dire” [1]. Crediamo intendesse affermare, in maniera piuttosto fumosa, ciò che i magistrati definiranno in termini più precisi anni dopo: appropriazione indebita di denaro pubblico e corruzione. Nel 1985, quando l’indagine è pubblicata e fa saltare nomi e poltrone, l’inchiesta passa a Roma dove muore lentamente. Il tentativo di alcuni parlamentari di chiedere una commissione naufraga miseramente. La politica fa il suo dovere. Forse anche per questo nel 1994, Ettore Bernabei, in un’intervista al Corriere della Sera sostiene: “io credo nella divina Provvidenza. Che esiste. C’è. Ma ognuno deve cercare di svolgere al meglio i compiti che gli sono affidati. Poi vale il detto: aiutati che dio t’aiuta!” E in occasione dei suoi novant’anni si augura per la società moderna “una salutare bonifica di igiene sociale, aiutando genitori, educatori, politici a guidare l’umanità, in organizzazioni che tutelino i legittimi interessi, senza eccedere in egoismi aggressivi”. Il 12 dicembre 2011, in occasione dell’assegnazione del prestigioso premio Laurentum, proprio a Ettore Bernabei, Letta ricorda che è stato “grande testimone e consigliere della politica italiana, primo collaboratore di Fanfani ed è stato quello che ha permesso alla Dc di fare aperture”. E Bernabei risponde, chiedendo di essere ricordato “come colui che ha cercato di dare una mano a chi era rimasto indietro e che ha ritenuto utile dare qualche consiglio a chi marciava in testa al corteo”. E potremmo continuare così per pagine pagine. In questa storia non ci sono corrotti, né corruttori, la moralità è un optional, tutto il resto è un brodo di giuggiole…

[1] “Quarto potere”, programma di Rai Piemonte, a cura di Alberto Sinigaglia, 14 aprile 1982, cit. in “Gianni Letta, biografia non autorizzata”, di Giusy Arena e Filippo Barone, Editori Riuniti.

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