rivista internazionale di cultura

Atti di Letta

Puntate 4-5

Quarta puntata | Gli indizi inutili

Le vicende si svolgono nel 1990, prima che venga approvata la Legge Ma mmì. I fatti però saranno ricostruiti con l’esplodere di Mani Pulite nel 1993. Gli interpreti sono Davide Giacalone, intelligente e giovane consulente del ministro delle Poste Oscar Mammì; Giuseppe Parrella, direttore dell’Azienda di Stato per i Servizi Telefonici, che “a volte, posava la pistola sulla scrivania mentre chiedeva i contributi” [1]; Remo Toigo, titolare della Federal Trade Misure, l’uomo giusto al posto giusto; Gianni Letta, vicepresidente Fininvest, abituato alle trattative; Adriano Galliani, presidente RTI spa. La storia è articolata e piena di indizi che non hanno portato a niente, la raccontiamo limitandoci a riassumerla, per evitare spiacevoli supposizioni o addirittura conclusioni affrettate.
La legge Mammì arriva dopo sei anni dal decreto Berlusconi(bis), concepito come provvisorio e di matrice craxiana. La legge ha tra gli altri, il compito di regolamentare l’assegnazione degli spazi dell’etere, come indicato anche dalla Corte Costituzionale. Un piccolo sciame di reti locali attende e spera di partecipare al lauto pasto.
Tre settimane prima dell’approvazione della legge alla Camera, il 17 luglio 1990, Remo Toigo fonda la sua società. A distanza di pochi giorni il ministro Mammì, dietro consulenza di Giacalone, decide di assegnare alla società di Toigo la realizzazione del piano frequenze. Gigi Moncalvo, ex giornalista Fininvest, insorge dagli studi di Rete Mia. Come è possibile che un piano così delicato venga esternalizzato? E perché a una società così piccola che sarà costretta a subappaltare a Elettronica Industriale, società controllata dalla Fininvest? Le sue domande rimangono inevase, almeno fino all’arresto di Toigo nel 1993, quando lo stesso ammette di aver pagato mazzette. Il titolare di Ftm versa 640 milioni di lire e cede il 60% della società a Giuseppe Parrella e a un suo collaboratore. Ottenuto l’incarico lavora al piano. Adriano Galliani, ricorda Toigo, lo incontra per invogliarlo a favorire la Fininvest. Toigo non si lascia convincere. Comanda Roma: che vogliono da quelle parti? Si genera un’impasse e a risolverla ci pensa Gianni Letta. L’uomo di fiducia di Silvio Berlusconi organizza un incontro con Giacalone (rappresentanza ministero) e Toigo (l’incredulo imprenditore). Discutono del piano e Giacalone non ha dubbi: la posizione di Fininvest è lecita. Il piano frequenze è fatto. Fininvest è salva. Per le piccole reti non c’è niente da fare. Nel 1992 Giacalone abbandona Mammì e passa in Fininvest come consulente. Nel 1993 viene arrestato. Di Pietro lo interroga e lui racconta di alcune sue esperienze: le tangenti al Ministero e il suo battesimo come collettore, quando aveva accettato di prendere mazzette su richiesta del ministro. Per i giudici il suo ruolo di consulente in Fininvest, con una parcella di 460 milioni, è il compenso per l’ottimo piano frequenze. Fininvest nega. Il cerchio si stringe anche intorno a Letta e Galliani. Nel 1993 il sostituto procuratore Maria Cordova nell’indagine sulla sospetta concussione ai danni di Ftm, la società di Toigo, chiede l’arresto di Letta e Galliani. Parte la schermaglia con gli avvocati: prima la richiesta viene respinta dal gip, poi accettata dal Tribunale del riesame che decreta i domiciliari per Letta e la libertà per Galliani. L’avvocato di Letta porta il provvedimento in Cassazione e evita gli arresti.
I processi si susseguono con la lentezza di sempre. Nel 2001 Letta e Galliani vengono prosciolti dalle accuse. Secondo il giudice, Giacalone non è stato corrotto e nel 2010, per volere del ministro della Pubblica Amministrazione Renato Brunetta, diventerà presidente di DigitPA, (ex CNIPA – Centro nazionale per l’informatica nella pubblica amministrazione). Nel frattempo Letta ha continuato la sua ascesa, portando le sue competenze al servizio della Presidenza del Consiglio, nel ruolo di sottosegretario. Giuseppe Parrella fa il pensionato con “quasi 50 milioni al mese” [2]. La legge Mammì è storia. Nel 1994 la Corte Costituzionale dirà: il comma 4 dell’articolo 15 della legge è incostituzionale. Un singolo soggetto che possiede tre reti televisive viola il principio dell’articolo 21 della Costituzione. Bazzecole…

[1] P.C., “Silvano, ex manager Stet arresto e confessione”, la Repubblica, 15 giugno 1993
[2] G. Gallo, “Torna il tesoro di Parrella, 32 miliardi di tangenti parcheggiati a Vaduz”, Corriere della Sera, 27 giugno 1995


Quinta puntata | Gesti d’amicizia

Sparate a zero sul pool, avrebbe detto Silvio Berlusconi ai condirettori de Il Giornale Indro Montanelli e Federico Orlando, mentre i magistrati di Mani Pulite arrestavano Aldo Brancher. È il giugno del 1993 quando il dirigente Fininvest, già sacerdote paolino, viene condannato dai giudici per una mazzetta da 300 milioni, versata al segretario dell’ex Ministro della Sanità, il mai dimenticato liberale Francesco De Lorenzo. L’obiettivo della corruzione: gli spot per una campagna anti-AIDS. I colleghi di Brancher, Fedele Confalonieri e Gianni Letta tirano invece un sospiro di sollievo. L’accusa per loro è di finanziamento illecito ai partiti ma la scamperanno. Non attenderanno in silenzio il clic delle manette, parafrasando il giornalista Stella.
È cominciato tutto negli anni ottanta, quando in Italia si ufficializza la struttura di gestione nazionale definita Pentapartito (PSI, DC, PSDI, PLI, PRI). La Fininvest ha bisogno di leggi amiche che risolvano la sua condizione precaria. Bettino Craxi, del triumvirato Craxi Andreotti Forlani, e il suo partito si fanno garanti della sopravvivenza dell’azienda. Gianni Letta tiene le relazioni con gli uomini del PSI. Fininvest per ricambiare offre spazi televisivi in occasione delle elezioni. Va da sé che al PSI e ad eventuali amici è riservato un trattamento di favore. Nel 1988 il PSDI di Antonio Cariglia, logorati i rapporti con il partito di Craxi, ma bisognoso di spazi in tv e sostegno, bypassa qualunque mediazione e si rivolge direttamente a Gianni Letta. Il dirigente Fininvest è comprensivo. Il partito di Cariglia non sarà discriminato e avrà il giusto spazio per gli spot. Il segretario del PSDI è contento e se ne va portandosi dietro anche diverse decine di milioni di lire.
Quattro anni più tardi scoppia Mani Pulite e le relazioni tra istituzioni e azienda, fino ad allora ottimamente rodate e a quanto pare oliate, si inceppano. Le indagini del pool più famoso della storia repubblicana alterano irrimediabilmente gli equilibri politici che avevano fino ad allora garantito a Fininvest il giusto sostegno, e di cui la legge Mammì (1990) rimarrà a imperitura memoria. Cadono governi, scompaiono partiti, volano avvisi di garanzia, qualcuno si toglie la vita. A prenderla veramente male è Silvio Berlusconi che da diversi mesi comincia a credere che sia l’inizio della fine di tutto e per reagire tesse trame segrete che porteranno al Partito del Buon Governo.
Nel 1993 Gianni Letta viene interrogato dal magistrato Antonio Di Pietro e come lui finisce davanti ai giudici Antonio Cariglia. È lo stesso anno in cui Craxi si dimette dalla segreteria del PSI e Berlusconi, ai giornalisti che domandano se sta organizzando un partito politico, risponde: vorrei ma non posso! I magistrati proseguono impietosi per la loro strada e incalzano: i dirigenti Fininvest hanno corrotto i politici, quella di Letta è una brutta vicenda in un mare di vicende pietose. Il vicepresidente dell’azienda televisiva avrebbe versato al PSDI 70 milioni di lire. Cariglia, a Di Pietro che insiste a volere spiegazioni su quei soldi, risponde: non sono in grado di dire nulla! La Fininvest emette un comunicato: è stato un gesto di amicizia per chi si trovava in difficoltà.
Non contenti i giudici oltre a Letta indagano su Fedele Confalonieri e il suo assistente Aldo Brancher. È a lui che infliggono una pena di 2 anni e 8 mesi per finanziamento illecito e falso in bilancio. Brancher si fa tre mesi in carcere, non collabora e scaduti i termini di custodia cautelare esce. Poi arriva la prescrizione a risolvere il primo reato e per il secondo la depenalizzazione del falso in bilancio, voluta dal suo ex capo, nel frattempo diventato Presidente del Consiglio. Confalonieri e Letta sono più discreti. La loro libertà è garantita dall’amnistia del 1989, destinata ai reati non finanziari per i quali era prevista una pena non superiore a quattro anni: il ventunesimo provvedimento di clemenza della Repubblica Italiana.
(continua)

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