rivista internazionale di cultura

Atti di Letta

Prima puntata

Il primo Letta, lo zio Guido

È il 20 agosto 2011, siamo in Abruzzo, nella Marsica, in un piccolo paese della provincia dell’Aquila, Aielli. Nella piazza principale è in corso una cerimonia commemorativa: si ricordano le gesta del prefetto Guido Letta, compiute negli anni trenta, a favore del paese distrutto dal terremoto del 1915. Questo luogo, che fu Piazza del Risorgimento, da oggi in poi porterà il suo nome. E il nipote, Giovanni Letta, detto Gianni, da oggi in poi di questo paese sarà cittadino onorario. Si rincontrano così, per la volontà indefessa del sindaco Di Censo, due pezzi della famiglia Letta, da sempre vicina ai centri, alle leve, agli uomini e ai gestori del potere d’Italia. La tentazione del parallelismo è forte.
Cominciamo dal primo Letta, lo zio, Guido. Iniziò la carriera dal Gabinetto del Ministero dell’Interno proprio nel momento in cui il regime di Benito Mussolini prendeva forma, erano i primi anni venti. Dopo qualche anno di attività, fu promosso prefetto per meriti eccezionali. Tra le sue azioni encomiabili, le male lingue riportano il ruolo di mediatore avuto con tale Amerigo Dumini, già sicario di Giacomo Matteotti, al fine di coprire eventuali, alte responsabilità nell’omicidio del socialista. Da prefetto, il Letta si adoperò per la ricostruzione di Aielli, trasformò la stazione del paese “in un gioiello architettonico” (Di Censo), costruì un pastificio, l’edificio del dopolavoro, e nel 1937 commissionò la chiesa dedicata a Sant’Adolfo. L’anno successivo si adoperò per la diffusione e il rispetto della leggi razziali, sostenne la RSI e, per l’eccellente collaborazione con la Germania nazista fu insignito dell’Ordine dell’Aquila Tedesca. A dire il vero, nonostante tutto, fu tenuto ai margini dalla Repubblica Sociale e, nel dicembre del ’44, addirittura messo a riposo. A guerra finita, l’ex prefetto rileggerà gli ultimi eventi della sua carriera per propagandare, agli occhi del nascente potere democristiano, una sua possibile opposizione al regime repubblichino, nonché una blanda adesione al fascismo. Ipotesi che documenti ufficiali e atti di archivio smontano miseramente. Forse l’ex prefetto aveva davvero simulato la sua adesione al regime? Forse il suo servizio era da intendersi come destinato a una generale e impersonale istituzione nazionale e non certo a un’ideologia? Forse era davvero, o voleva essere uomo delle istituzioni, anticipando il ruolo che sarà del nipote? Fatto sta che agli inizi degli anni cinquanta, Guido Letta rinunciava definitivamente ad entrare di diritto negli apparati del nuovo regime e lasciava (ci piace credere) idealmente il testimone al nipote Giovanni. Proprio lui che, corrispondente da L’Aquila per il quotidiano romano Il Tempo, nel 1959 veniva chiamato a Roma alla corte del direttore e patron Renato Angiolillo. Da quel momento in poi Gianni Letta lascia tracce di sé in tutti i luoghi più importanti della Capitale e dunque d’Italia: dalla Federazione Italiana dei Cavalieri del Lavoro, l’ordine più alto della Repubblica Italiana, al salotto di Maria Angiolillo, nel villino di Rampa Mignanelli in quel di Trinità dei Monti; dal consiglio di amministrazione della Standa, alla sottosegreteria della Presidenza del Consiglio dei Ministri, dal 1994 ad oggi, fedele alla causa berlusconiana. Un boiardo, lo definiscono alcuni: un eccezionale uomo di potere. Un’anima democristiana, un doroteo, un abile diplomatico che non ha potuto non sporcarsi un po’ le mani: si dice coi fondi neri dell’Iri nei primi anni ’80, con le tangenti alla fine degli stessi anni, con l’industria farmaceutica Menarini alla fine del primo decennio del XXI secolo e con Luigi Bisignani per un periodo indefinito. Atti di Letta, appunto. Sarà, ma a guerra finita (la nostra guerra contemporanea a bassa intensità) verranno mai chiariti i suoi rapporti con tutti gli apparati di potere italiano, ufficiali e non? Intanto lui il 12 novembre 2011, al termine delle fatiche dell’ultimo governo Berlusconi, taglia corto: “Ho fatto il mio percorso, in tutti questi anni ho servito il Paese, ora tocca ai giovani, con questa esperienza ho concluso”. E la Presidenza della Repubblica?
(continua)

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