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ARTE

Michael Hansmeyer: se l’architettura nasce da un algoritmo. Forme uniche, sculture programmate al computer e stampate in 3D

  • 30 gennaio 2015
  • 11:31

Istintivamente, nulla ci sembra così lontano dall’arte quanto il concetto di algoritmo. Un algoritmo è una procedura codificata per risolvere i problemi attraverso un certo numero di passi e di regole: è fondamentale pilastro della programmazione e, in genere, della teoria della computazione. Possiamo ammirarne la bellezza formale, se ci piace la matematica, ma per molti non è immediato accostarlo ad esperienze estetiche di altro tipo. Eppure, il suo ruolo nell’arte è tutt’altro che trascurabile. Pensiamo ad esempio alle periodicità e ripetizioni delle decorazioni che compaiono sin dagli albori della storia umana: un esempio ci arriva dall’arte araba con l’uso delle tassellature. Restiamo affascinati davanti all’Alhambra a Granada senza quasi renderci conto che il problema della tassellatura del piano, ossia il suo ricoprimento attraverso poligoni, è un tipico problema matematico che sfrutta i gruppi di simmetria; ci si può domandare come utilizzare le forme per tassellare lo spazio in maniera più o meno regolare, e ci si può altresì porre la domanda se esista un algoritmo per decidere se un generico insieme di poligoni riuscirà o meno a tassellare lo spazio, così come sappiamo essere possibile nel caso in cui i poligoni siano, per esempio, quadrati, triangoli equilateri o esagoni regolari.

Alhambra

Il palazzo dei sultani dell’Alhambra a Granada. Il ruolo dell’algoritmo nell’arte è tutt’altro che trascurabile. Pensiamo ad esempio alle periodicità e ripetizioni delle decorazioni che compaiono sin dagli albori della storia umana, all’uso delle tassellature nell’arte araba per esempio

Negli ultimi anni abbiamo imparato a conoscere l’arte frattale, che è composta trasformando in immagini i risultati di calcoli di specifiche funzioni, immagini che hanno la particolarità di essere autosomiglianti: se si ingrandisce arbitrariamente una porzione dell’immagine si ritrova, ad libitum, l’immagine di partenza. L’arte frattale si sviluppa a partire dalla metà degli anni ’80 e fa parte del più vasto insieme della cosiddetta arte algoritmica (i cui albori risalgono invece agli anni ’60) che prevedeva l’utilizzo di programmi generativi gestiti da un computer in base a un algortitmo creato dall’artista ed eseguiti da un plotter.


Michael Hansmeyer: “Da architetto mi capita spesso di chiedermi quale sia l’origine delle forme che disegniamo e quale genere di forme potremmo disegnare se fossimo in grado di affrancarci dall’esperienza e dall’educazione che abbiamo avuto. Come possiamo prepararci a creare qualcosa di autenticamente nuovo?”


Ma lasciamo per un attimo da parte gli algoritmi e pensiamo all’arte più in generale: una delle sue più note prerogative è la capacità di guardare alla natura e di renderla ora simbolo, ora trasfigurazione di sé. La storia a questo proposito è tanto antica quanto corposa. Ripercorrendola a tappe forzate si può pensare ad Aristotele e alla sua “Poetica” che vuole l’arte come imitazione secondo verosimiglianza: la mimesi, ossia l’imitazione della natura, era per Aristotele imitazione dell’idea universale e si distingueva a seconda che le cose venissero imitate per quello che erano, per quello che sembrava fossero o per quello che dovrebbero essere. Pensiamo ancora a Kant e ai giudizi estetici che svelano la relazione tra la natura e l’esperienza morale dell’uomo; a Schopenhauer, per il quale il fine del processo artistico non è l’imitazione della natura, ma espressione dell’essenza delle cose e mezzo per liberarsi dal dolore; a Hegel e al suo concetto di arte come manifestazione dell’Assoluto con la relativa necessità di trascendenza.

Tornando all’immanenza e al solido Aldiqua, a costo di far rabbrividire il povero Hegel, imitazione della natura e procedure decisionali codificate continuano a intrecciarsi sotto il grande cielo dell’arte. Cosa succede quando questi due modi di concepire l’opera artistica si incontrano?

L’architetto e programmatore Michael Hansmeyer deve averci pensato e, ispirandosi alla divisione cellulare e agli algoritmi per la modellizzazione biologica, da almeno dieci anni ha cominciato a scrivere programmi che disegnano forme solide con milioni di sfaccettature, complesse e uniche come fiocchi di neve, le quali vengono poi stampate in 3D e diventano elementi architettonici veri e propri. Vi sono ancora degli intoppi dovuti ai limiti tecnici della stampa tridimensionale, ma il progetto è ben delineato.

columns hansmeyer

Alcune delle colonne ideate da Hansmeyer. L’architetto svizzero programma da almeno dieci anni forme solide con milioni di sfaccettature, complesse e uniche come fiocchi di neve

“Ci sono oggetti mai visti che ci attendono, se solo noi come architetti cominciamo a pensare a disegnare non l’oggetto, ma il processo per generare l’oggetto”, ha detto in una suggestiva conferenza per la fondazione TED nel 2012. Tra i suoi lavori si annoverano sperimentazioni attorno ai solidi platonici o alla morfologia delle piante, ai processi di suddivisione iterata e alla complessità topologica in generale. Il risultato è un emergere di forme che sembrano ora sintetiche, ora organiche, e la cui decodifica è lasciata all’occhio dello spettatore secondo il principio per cui i dettagli architettonici debbono sfidare la soglia della percezione umana. Vediamone due esempi.

Nel 2008 Hansmeyer lavora sui solidi platonici che, si ricorderà, sono i cinque poliedri convessi che hanno per facce poligoni regolari (il tetraedro, il cubo, l’ottaedro, il dodecaedro e l’icosaedro) a cui Platone nel “Timeo” e nel “Fedone” associò quelli che all’epoca erano ritenuti gli elementi che costituivano il mondo.

Le nostre conoscenze sui fondamenti della materia si sono molto accresciute e modificate da allora, ma i solidi platonici non mancano di suggestionare ancora l’occhio dell’artista. Hansmeyer parte da algoritmi studiati inizialmente negli anni ’70 e che lavorano sul solido considerandone le regole topologiche, e quindi il calcolo combinatorio necessario per generare nuovi vertici e nuove facce a partire dagli originali. Siamo davvero distanti dal “less is more” di un Mies van der Rohe, ma quel che si ottiene non è una mera ridondanza di forme: il risultato, secondo l’autore, “mostra un’estetica nuova e una strabiliante complessità che sfida in gran parte il riduzionismo”.

SagradaNatività

Sagrada Familia, Barcellona (facciata della Natività)

Due anni dopo, nel 2010, l’architetto-programmatore si cimenta nella variazione del concetto di colonna. Parte da una vecchia e cara colonna dorica e la usa come input per applicarle un processo di suddivisione ispirato a quello cellulare. A differenza di quanto accadeva con i solidi platonici, qui il processo è eterogeneo: singole parti della colonna subiscono modifiche diverse e il risultato ricorda da vicino gli origami di carta e i pinnacoli di sabbia o, restando all’architettura, certe parti della Sagrada Familia di Gaudì. L’accenno agli origami non è casuale: lì si piega un foglio bidimensionale, mentre gli algoritmi usati da Hansmeyer piegano e ripiegano forme tridimensionali, ove un unico processo (deterministico) di calcolo dà conto sia della forma globale che delle particolarità locali. Tutto bene? Tutto facile? Non proprio. Così come ripiegando un foglio di carta è più facile ottenere una cartaccia stropicciata che un delicato origami a forma di pinguino o fenicottero, anche l’analoga trasposizione in tre dimensioni produce, perlopiù, l’equivalente del rumore bianco. Ma il ripiegamento può essere “guidato” a seconda delle proprietà geometriche e di simmetria del solido: in questo caso la percentuale di risultati gradevoli alla vista aumenta sensibilmente.

Non è soltanto una questione di gradevolezza estetica, però. Hansmeyer si chiede cosa possa essere l’opera d’arte al di fuori dell’esperienza, del preconcetto e dell’educazione: si può cercare di astrarre il processo biologico e usare questa astrazione per creare qualcosa di nuovo, di letteralmente inimmaginabile. Coinvolge le relazioni tra bellezza e tecnologia e quelle tra determinismo e predittività del risultato; nella sua analogia con il mondo naturale, coinvolge la possibilità di parlare di popolazioni di forme, del loro incrocio e della loro permutazione.

È dunque un modo per ripensare le forme architettoniche? Probabilmente no, l’obiettivo sarebbe troppo vasto. Ma è comunque una strada per esplorare concetti che conoscevamo da sempre e rivederli sotto nuove prospettive.
(Elena Tosato)

→ Guarda la conferenza al TED di Michael Hansmeyer


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