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ARTE

Le Stelle di Mario Schifano, “Dedicato a…”: storia dell’album-manifesto del rock psichedelico italiano

  • 26 giugno 2015
  • 11:23

(Pur non essendo musicista, Schifano si accostò
bene all’ideale e all’essenza 
della rockstar dei sixties.
Spesso circondato da figure iconiche di quegli anni

conservò sempre uno spirito anarchico e un distacco “etico”
dalle formule estetiche più in voga, come la pop art.
Nel ’67 tentò anche di ridefinire 
i paradigmi del rock col gruppo
Le Stelle di Mario Schifano, 
il cui unico album resta
uno dei momenti fondanti del rock psichedelico italiano.
Abbiamo ricostruito quell’esperienza e raccolto la
testimonianza diretta 
di Gerard Malanga
sulla sua amicizia e complicità artistica con Schifano oltre
che sullo stravagante “son et lumière” de Le Stelle
al Piper Club di Roma il 28 dicembre del 1967)


Negli anni ‘60 la gioventù diventò un agente sociale indipendente. Gli sviluppi politico-sociali più rilevanti, soprattutto negli anni ’60 e ’70, furono la diretta conseguenza delle mobilitazioni di una fascia d’età che faceva la fortuna dell’industria discografica, il 75-80% della cui produzione – cioè i dischi di musica rock – veniva venduto quasi esclusivamente a clienti fra i 14 e i 25 anni.

È utile partire dalla considerazione della famiglia, struttura sociale che regola i rapporti tra i sessi e le generazioni. A partire dal secondo dopoguerra si verificò, nei paesi occidentali, un’erosione della fiducia nell’istituzione borghese cardine dell’Ottocento e del primo Novecento: il matrimonio. La famiglia nucleare, composta da una coppia sposata più figli, non resisteva più come modello sociale.

Crebbe il numero dei divorzi, in maniera repentina in Gran Bretagna (un divorzio ogni 58 matrimoni nel 1938 contro un divorzio ogni 2 matrimoni a metà anni ‘80), e il numero delle persone che vivevano da sole, al di fuori di una famiglia di qualunque tipo. La tendenza fu comune a tutti i paesi del blocco occidentale, e in casi particolari la famiglia nucleare cessò di essere la struttura tipica perfino nominalmente [1]

marianne faithful-mick jagger

Mario Schifano, già amante di Anita Pallenberg, ebbe nel 1969 una temporanea relazione con Marianne Faithfull (nella foto con Mick Jagger) di cui parlò molto la stampa scandalistica inglese. Leggenda vuole che “Quando Mick ne venne a conoscenza si infuriò terribilmente… Solo al suo ritorno in Gran Bretagna si precipitò da lei e, pur sorprendendola con Schifano, la convinse del suo amore e la riconquistò cantandole le strofe di Wild Horses inginocchiato ai suoi piedi” (Bobbie Cricket, “Essere Mick Jagger”, Imprimatur 2013)

Fecero la loro comparsa i blue jeans, un capo d’abbigliamento molto ordinario, indossato da studenti universitari americani che non volevano assomigliare ai loro genitori. I modelli informalmente accettati dalla maggioranza furono scossi dalla rivoluzione culturale databile agli inizi degli anni ‘60.

In prima battuta i giovani furono capaci di battersi per la liberalizzazione sessuale, che influì soprattutto per le donne che avevano goduto di minore libertà rispetto agli uomini. Notevoli conquiste sociali si realizzarono sotto il potente influsso della mobilitazione giovanile: in Gran Bretagna l’omosessualità fu depenalizzata nella seconda metà degli anni ’60, mentre nel 1961 uno stato degli USA (l’Illinois) non considerò più illecita la sodomia.

Persino l’Italia cattolica, dove la tradizione morale era più coercitiva, riuscì ad aggiornarsi alla rivoluzione culturale dell’epoca legalizzando il divorzio nel 1970, diritto confermato da un referendum nel 1974. Anche la vendita di contraccettivi e il controllo delle nascite furono legalizzati nel 1971. Infine l’aborto fu legalizzato nel 1978 e confermato da un referendum nel 1981.

La gioventù degli anni ‘60 trovò presto i suoi modelli, alternativi a quelli della generazione che aveva combattuto l’ultima guerra mondiale. Questo nuovo strato sociale, che accoglieva varie forme di anticonformismo culturale e sessuale, fu simbolizzato da una figura che non aveva precedenti nella storia: l’eroe la cui esistenza finiva al termine della giovinezza.

Questa figura fu anticipata negli anni ’50 da una stella di Hollywood come James Dean, ma divenne comune nell’espressione artistica tipica della gioventù: la musica rock. Buddy Holly, Janis Joplin, Jimi Hendrix, Brian Jones, Jim Morrison, Bob Marley: personaggi famosi vittime di uno stile di vita che era il preludio a una morte precoce.

La novità negli anni ’50, e in maniera relativa anche negli anni ’30 e ’40 (considerando il successo del blues e del jazz dei neri), fu che i giovani del ceto medio-alto del mondo anglosassone, che determinava il tono generale della moda e della cultura di massa, cominciarono ad accogliere come loro modello ciò che era la musica, i vestiti e perfino il linguaggio delle classi inferiori dei centri urbani.

La musica rock fu l’esempio più impressionante. Dal rhythm and blues, genere musicale destinato ai neri americani poveri, nacque il rock che divenne ben presto la musica tipica dei giovani bianchi. Un altro rovesciamento, dopo quello generazionale: il mercato della moda per i giovani di bassa estrazione sociale diede il tono anche al mercato riservato ai giovani delle classi alte. La rivoluzione dei ‘60 affondava le radici nel fascino esercitato dalle classi inferiori sulle classi abbienti che, in una realtà sociale conformista dominata dalla retorica dei valori familiari e patriottici, non trovavano stimoli necessari per crescere intellettualmente.

Coloro che di più avvertirono l’inefficacia del realismo borghese nel rappresentare le mutazioni storico-sociali furono i pittori, che a partire dalla fine dell’Ottocento avevano impresso una svolta estetica ed etica nella cultura occidentale con la nascita del simbolismo e il trionfo dell’astrazione. La prima metà del Novecento fu un laboratorio di correnti artistiche d’avanguardia, alcune delle quali annunciate da manifesti programmatici: l’espressionismo, il primitivismo, il futurismo, il dadaismo, il cubismo di Picasso, la metafisica di De Chirico, il surrealismo di Salvador Dalì, ecc.

L’approdo naturale del secondo dopoguerra fu l’arte informale, che ebbe sviluppi particolarmente violenti nelle opere di Jackson Pollock, dove l’improvvisazione del gesto e dell’azione abbatteva qualsiasi idea di programmazione creativa.

Un’altra tendenza artistica era destinata a sconvolgere per sempre il concetto di arte come creazione originale; questa si sviluppava dall’assunzione di un paesaggio visivo filtrato, assimilato e ritrasmesso dai linguaggi di comunicazione di massa: cinematografo, TV, manifesti pubblicitari, fumetti, riviste, cioè dall’universo della quotidianità che non prevedeva funzioni di carattere “nobile” ma soltanto immagini a corredo di messaggi commerciali o d’intrattenimento. Questa corrente, definita pop art, riconosceva validità espressiva alla serialità e alla ripetizione del mondo dei consumi, nel quale l’uomo contemporaneo era immerso.

…dietro l’aura da maledetto che ammantava Mario Schifano si smarrivano le tracce dell’artista e si scoprivano quelle della rockstar

Mario Schifano, da sempre incasellato nella galassia della pop art (i quadri con i marchi Esso e Coca-Cola sono la testimonianza più diretta della sua breve appartenenza al movimento), fu molto di più che un artista maledetto o un semplice emulatore di Warhol. Schifano aveva abbandonato la “carriera” studentesca per seguire il lavoro del padre, archeologo e restauratore presso il Museo Etrusco di Villa Giulia. Fu così che si avvicinò al mondo dell’arte. Dopo una prima fase caratterizzata dall’influenza dell’arte informale, da fine anni ’50 l’artista si introdusse abilmente nella luccicante vita mondana dell’epoca e soprattutto nell’ambiente culturale capitolino.

mario-schifano_moravia

► Alberto Moravia con Schifano. L’amico scrittore recensì su l’Espresso la serata-evento de Le Stelle di Mario Schifano al Piper il 28 dicembre 1967, una data importante nella storia dell’underground italiano. Il concerto è multimediale, alla musica si accompagnano proiezioni di filmati e sul palco si danno il cambio musicisti, ballerine e poeti. Fra questi c’è Gerard Malanga, braccio destro di Andy Warhol alla Factory, che si esibisce “in una specie di danza con candelotti” (A. Moravia, “I sogni e le stelle. Al night club con i Vietcong”, l’Espresso, 14 gennaio 1968)

In quegli anni conobbe intellettuali di primo piano come Moravia, Ungaretti, Pasolini e Fellini e partecipò al movimento della Scuola di Piazza del Popolo insieme a Tano Festa, Franco Angeli e altri. Era un periodo di fervida attività culturale e l’Italia viveva l’era d’oro ai vertici del cinema internazionale con registi e attori premiati nelle principali rassegne cinematografiche: Luchino Visconti, Roberto Rossellini, Federico Fellini, Michelangelo Antonioni, Pierpaolo Pasolini, Marcello Mastroianni, Sophia Loren, Anna Magnani, ecc.

La vita mondana che l’artista frequentava assiduamente, oltre a legami e amicizie di prestigio, gli concedeva la possibilità di essere visibile. Per Schifano la vita si fondeva all’arte o piuttosto vi si confondeva, i suoi quadri erano un “accessorio” necessario per entrare nel gotha del nuovo mondo. Le relazioni turbolente con donne famose, belle e ricche lo portavano inevitabilmente sotto i riflettori, e dietro l’aura da maledetto che lo ammantava si smarrivano le tracce dell’artista e si scoprivano quelle della rockstar.

Schifano sperimentò una vita al limite (ebbe problemi con la droga e con la giustizia), ma non perse mai la lucidità creativa, concependo opere che rispecchiavano l’immensa perizia dell’autore nel trovare soluzioni stilistiche innovative. Spesso circondato da figure iconiche dei sixties come Anita Pallenberg, con la quale ebbe una relazione, Andy Warhol, Gerard Malanga, Keith Richards, Mick Jagger e Marianne Faithfull, l’artista conservò tuttavia uno spirito anarchico e si distaccò presto sia dalla pop art che dall’influenza/peso degli artisti americani.

In questo distacco “etico” si esprimeva la volontà di non inseguire il successo facile o le formule estetiche più in voga. Pur non essendo musicista Schifano si accostò bene all’ideale e all’essenza di rockstar degli anni ‘60. Nella sua arte si possono rintracciare motivi e toni all’apparenza inconciliabili tra loro, come l’iniziale pittura “azzerata” e monocroma che proseguiva il discorso dell’Informale e le scritte con colorazioni “gocciolate” che tramite l’uso di smalti industriali rievocavano l’iconografia della società di massa nelle realizzazioni dal taglio pop, per giungere fino alla scultura e all’acrilico su tela e plexiglas di “Futurismo rivisitato a colori”.

La fotografia acquisì poi un ruolo preminente nella definizione di un disegno molto essenziale, al quale si opponeva una colorazione espressiva e calda. Dalla metà degli anni ‘60 il “dandy” romano si lasciò ispirare da forme artistiche contigue alla sua concezione dell’arte come destrutturazione e ricostruzione di elementi eterogenei, dopo la fotografia sperimentò a fondo il cinema underground e la musica rock, linguaggi artistici di rottura all’interno della società occidentale.

In poco più di mezz’ora Le Stelle di Mario Schifano spogliano il rock di ogni orpello stilistico per riportarlo alla sua naturale dimensione: il caos

L’esperienza più significativa di questa fase di ricerca fu sicuramente il progetto musicale Le Stelle di Mario Schifano, gruppo formato da Giandomenico Crescentini, ex bassista dei New Dada, Urbano Orlandi, chitarrista, Nello Marini, tastierista e Sergio Cerra, batterista. L’incontro tra il pittore e il gruppo avvenne grazie a Ettore Rosboch, amico d’infanzia di Orlandi. Fu allora che la meravigliosa scoperta della Factory di Andy Warhol e della scena musicale internazionale, fatta a New York e Londra da Schifano e Rosboch, riuscì finalmente a cristallizzarsi in qualcosa di concreto.

In qualche modo, però, Schifano voleva ridefinire anche i paradigmi del rock, cercando di guardare oltre la forma canzone. L’ascendente dell’artista romano fu totale: il nome si riferiva alle figure astrali che l’artista ritraeva in varie modalità, su lastre di vetro e metallo, e che si ritrovano nell’artwork originale dell’album del ‘67. Le performance erano accompagnate da installazioni video proiettate dietro al gruppo, così come avveniva con le immagini di Warhol proiettate sul palco durante i concerti dei Velvet Underground negli spettacoli Exploding Plastic Inevitable.

La differenza stava nel fatto che Le Stelle di Mario Schifano erano il prodotto autentico di una fusione di linguaggi artistici, mentre il lavoro di Andy Warhol con i Velvet Underground non si spingeva così a fondo nelle acque torbide dell’imprevedibilità e della sperimentazione sonora. Schifano consigliò al gruppo di abbandonare l’emulazione del genere beat, molto popolare dopo il successo dei Beatles, per abbracciare l’improvvisazione di segno psichedelico, con interferenze rumoriste e brani in forma di suite, dall’impostazione simile all’avantgarde e alla classica atonale contemporanea.

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“Dedicato a…” (Bds, 1967), l’unico album de Le Stelle di Mario Schifano, vide la luce a Torino dove fu stampato in sole 500 copie. Copertina (argentata con stelle amaranto) e confezione del disco erano firmate da Schifano (fonte: “Il Dizionario della canzone italiana”, a cura di Gino Castaldo, Armando Curcio Editore). Oggi introvabile, è fra i vinili italiani più rari e costosi (è quotato sulle migliaia di euro)

“Dedicato a…” è l’unica opera de Le Stelle, e da un punto di vista puramente commerciale non poteva che terminare in un flop clamoroso. L’album si apre con la cosa più sperimentale che la musica italiana abbia mai offerto, ovvero la suite di 17 minuti “Le ultime parole di Brandimante, dall’Orlando Furioso, ospite Peter Hartman e fine (da ascoltarsi con tv accesa, senza volume)” che occupa tutto il lato A.

Nella suite predomina l’improvvisazione: si parte con una sorta di dialogo, nel quale si distingue l’accento straniero del pittore-pianista Peter Hartman, e una rullata di batteria che sfuma in una frase di chitarra che regge il cantato straniante e medieovaleggiante di Francesca Camerana (su testo in latino). Con l’entrata in scena dell’organo il suono si incupisce e diventa più spiazzante. Segue un assolo di chitarra dall’incedere vagamente blues; poi l’atmosfera cambia ancora e si riconoscono le tecniche dell’avanguardia di John Cage e del free jazz sulla non-strutturazione delle sequenze musicali.

Il lato B si apre con il garage beat di “Molto alto”, tra percussioni selvagge e ululati di chitarra distorta sopra una base ritmica ossessiva, mentre la successiva “Susan Song” ripropone il disegno armonico delle ballate sognanti alla Velvet Underground & Nico (“Femme Fatale” o “I’ll be your mirror”).


“E dopo” ha un intreccio perfetto di chitarra fuzz e riff organistico, mentre il saliscendi tra strofe incalzanti e ritornelli rallentati crea una dinamica interessante.

“Intervallo” è un divertente strumentale psichedelico/garage, che si sviluppa da un nucleo ritmico per inglobare tutta la confusione sotterranea delle voci e dell’alternanza casuale della chitarra solista e dell’organo.

La canzone finale “Molto Lontano (A colori)” sembra un mantra indiano con il flauto, gli arpeggi chitarristici e gli accordi dell’organo che si fondono sinuosamente tra loro, quasi come in una coda psichedelica di un oscuro brano dei Doors.

In poco più di mezz’ora Le Stelle di Mario Schifano spogliano il rock di ogni orpello stilistico per riportarlo alla sua naturale dimensione: il caos. Nel 1967 nessuno poteva, chiaramente, accettare una tale sfida artistica per il semplice fatto che l’opera non era pensata per intercettare i gusti musicali dell’epoca. Schifano fu deluso dall’insuccesso del disco e si dedicò maggiormente al cinema sperimentale e alla pittura, trascurando definitivamente la musica rock.

Ascoltare l’album è come scoprire che esiste un’altra misura per valutare la musica che prescinde dalla sua collocazione in un genere, dalla sua riduzione a forma artistica minore o dal suo grado di intrattenimento. E penso che Schifano volesse abbattere concretamente il concetto di ordine stilistico nel rock, mescolando e contaminando spontaneamente gli strumenti a sua disposizione per liberare la forza creativa. L’estro destrutturante troverà poi in America il suo più grande ambasciatore: Captain Beefheart, che sconvolse le strutture portanti della musica rock nel capolavoro “Trout Mask Replica”. Questo però è un altro capitolo della storia della musica. Schifano lavorò sui limiti espressivi imposti all’arte, e provò a superarli senza essere pretenzioso.
(Ivan Tedeschi)


Ascolta “Dedicato a…”, l’unico album de Le Stelle di Mario Schifano:


Note
[1] Nel 1991, il 58% delle famiglie nere negli USA aveva a capo una donna single e il 70% dei bambini neri erano nati da madri single. La crisi della famiglia era legata ai cambiamenti dei modelli pubblici che definivano la condotta sessuale, il rapporto uomo-donna e la procreazione. Il ruolo delle generazioni veniva rovesciato.


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