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Perché Marina, la nipote di Picasso, vende le opere del genio di Malaga? “Perché mio nonno ha ucciso mio fratello”

  • 6 febbraio 2015
  • 11:55

MARSIGLIA – Il risentimento verso la sua famiglia e in particolare verso l’ingombrante figura del nonno, Marina Picasso l’aveva già reso noto nel libro “Mio nonno Picasso” (Archinto 2004). È di questi giorni la notizia che la donna, ormai sessantaquattrenne, ha deciso di liberarsi materialmente di quell’eredità che in qualche modo le ricorda le sue radici vendendo le circa diecimila opere in suo possesso (soprattutto ceramiche, disegni e sculture, oltre a circa 300 tele) per finanziare le tante iniziative filantropiche a cui da anni si dedica. “Rispetto mio nonno e il suo talento di artista”, ha spiegato Marina, “ma sono solo marina-picassola sua erede, non sono mai stata la sua nipotina amata. Ecco perché preferisco vendere le opere e usare i proventi per cause umanitarie”.

Non è certo la prima volta che la Picasso vende un’opera del nonno, ma fino a ora l’ha sempre fatto avvalendosi della collaborazione del mercante d’arte svizzero Jan Krugier, morto nel 2008, pertanto questa volta farà tutto da sola, senza mediatori. La notizia ha messo subito in allarme mercanti d’arte e case d’asta che temono una saturazione del mercato e un conseguente calo dei prezzi del settore. Dal canto suo, Marina cerca di placare gli animi, smentendo in parte le voci e spiegando che non ha ancora deciso di quanti e di quali pezzi disfarsi. Di una cosa però è certa: il primo quadro che venderà sarà “La Famiglia” (1935), come gesto simbolico.

Il tempestoso carattere di Picasso, che ha motivato, in parte, anche i difficili rapporti con la sua famiglia, ha ispirato film come “Surviving Picasso” di James Ivory e libri come “Picasso: creator and destroyer” di Arianna Huffington o “Vita con Picasso” di Françoise Gilot. Ci limitiamo invece qui a riportare un aneddoto che riguarda lo scrittore James Lord, ex-soldato americano appassionato d’arte. Pare che Lord, una sera, infastidito dagli insulti che Picasso rivolgeva di nascosto a Gertrude Stein che tanto si era adoperata per lui in passato, annotò su un quaderno alcune riflessioni: “C’era qualcosa di satanico in quell’uomo… C’era qualcosa in lui che era disposto a scendere in rapporti pablo-picassomolto intimi con la crudeltà, con qualcosa di oscuro, di sinistro… Ora, non vorrei dire che Picasso fosse un genio malvagio, ma certo ha fatto del male a molta gente che gli è passata vicino”. Lord, anni dopo autore di una biografia di Picasso, non fu certo l’unico a testimoniare l’indole faustiana e il carattere che si può eufemisticamente definire turbolento del grande artista.

Era come se la vita, e quindi l’opera, di Picasso si costruisse su una somma di distruzioni. E se del Picasso creatore resta la sua immensa arte, del suo lato distruttore rimangono una serie di tragici epiloghi: quello del figlio Paulo, morto appena due anni dopo la scomparsa del padre che lo aveva reso “disperatamente orfano”. Quella di Marie-Thérèse Walter, “la musa inconsolabile, impiccata nel suo garage di Juan-les-Pins. Suicida anche Jacqueline, la compagna degli ultimi giorni, con una pallottola nella testa. E più tardi Dora Maar, morta in miseria in mezzo alle tele di Picasso che si rifiutava di vendere per conservare tutta per sé la presenza dell’uomo che adorava”. E poi la fine forse più drammatica, quella di Pablito, nipote di Picasso, morto a 24 anni dopo aver ingerito una bottiglia intera di candeggina. L’episodio è raccontato dalla sorella di Pablito, Marina, in “Mio nonno Picasso”, un libro che ripercorre la vita di stenti a cui il pittore più ricco del mondo ha costretto la sua famiglia e spiega il devastante impatto che ebbe su due bambini non tanto la personalità del nonno quanto la sua assenza, l’indifferenza che ha sempre mostrato nei loro confronti. L’estratto che vi proponiamo qui è un breve resoconto di una delle visite del giovedì che Marina e Pablito, accompagnati dal padre, facevano a casa Picasso. L’incontro tratteggia appena quegli atteggiamenti che nel complesso significavano, con sottile violenza, il distacco del genio di Picasso verso il figlio e i nipoti, le cui visite peraltro spesso erano negate con le scuse più varie (“Il maestro sta lavorando”, “il maestro dorme”, “il sole non vuole essere disturbato”). Allora l’umiliazione era solo rimandata al giovedì successivo quando i tre avrebbero bussato di nuovo al portone di Villa California.
(G.Bo.)

Mio nonno? Non abbiamo il diritto di chiamarlo così. È proibito. Dobbiamo chiamarlo Pablo, come tutti gli altri. Un “Pablo” che invece di annullare le distanze ci relega spaventati in un angolino, creando una linea di separazione tra noi e l’inaccessibile demiurgo.
“Ciao Pablo!”, gli dice mio padre dirigendosi verso di lui. “Hai dormito bene?” Anche lui deve chiamarlo Pablo.
Mio fratello ed io corriamo ad abbracciarlo. Siamo due bambini, abbiamo bisogno di un nonno. Lui ci dà una piccola pacca sulla testa come si fa con i cavalli. “Allora, Marina, raccontami. Hai fatto la brava? E tu, Pablito, come va a scuola?” Sono domande che non aspettano risposta. Sono una specie di percorso obbligato per tenerci buoni finché ne avrà voglia. Ci porta nel locale in cui dipinge: l’atelier che ha scelto per un giorno, una settimana o un mese prima di eleggerne un altro, poi un altro ancora tra le tante stanze della casa. Seguendo l’ispirazione. Seguendo i suoi capricci.
Non ci sono divieti. Possiamo toccare i pennelli, disegnare sui taccuini, impiastricciarci con i colori. Lui si diverte.
“Vi faccio una sorpresa!”, dice ridendo.
Strappa un foglio dall’album, lo piega più volte con rapidità vertiginosa e, come per magia, dalle sue dita sapienti nascono un cagnolino, un fiore, un uccello di carta.
“Vi piace?”, ci chiede con la sua voce rauca.
Pablito tace mentre io balbetto.
“Che bello!”
Vorremmo prenderli e portarceli a casa, ma non si può…
Sono opere di Picasso.
Allora non sapevo che quelle figurine fatte con la carta, il cartone o i fiammiferi, quegli specchietti per le allodole che costruiva come un illusionista, si proponevano uno scopo che oggi trovo mostruoso: farci inconsciamente capire che noi non eravamo niente, mentre lui poteva fare tutto. Semplicemente rigando un foglio con l’unghia, lavorando un pezzo di cartone con le forbici, spennellando il colore sulla carta ripiegata inventava quelle figurine pagane e distruttrici che ci annichilivano.
Sono anche convinta, però, che si sentisse molto solo e tentasse di recuperare un tempo irrimediabilmente perduto. Non il nostro, ma quello della sua infanzia a Malaga quando, per affascinare le cugine Maria e Concha, con un unico tratto di matita creava dal nulla immagini favolose. Quel pubblico lo divertiva come lo divertivamo io e mio fratello, poiché eravamo un materiale ancora vergine che poteva manipolare secondo l’umore del momento, plasmare senza tener conto di com’era in realtà e considerare parte integrante della sua opera. Così ha fatto con suo figlio Paulo fin dai primi anni di vita con i vari Paulo sull’asino, Paulo con un agnello, Paulo che mangia il pane imburrato, Paulo vestito da torero, Paulo in costume d’Arlecchino
… prima di trasformarlo nel padre debole della mia infanzia in visita a Villa California.

Marina Picasso, “Mio nonno Picasso”


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