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ARTE

I bronzi di Seward Johnson: “buoni”, democratici, sospetti agli occhi della critica ma perfetti per la nostra era terrorista

  • 27 marzo 2017
  • 12:59

Perfino geneticamente (lo zio era uno dei fondatori della Johnson & Johnson),
l’arte colorata e iperrealistica di Seward Johnson parrebbe destinata alla deriva pop.
Favore della gente comune e scetticismo da parte degli addetti ai lavori.
Sarà che la giovialità è “artisticamente sospetta”, come annota 
JOY WILLIAMS
in una ricognizione sulle opere dell’artista del New Jersey, poco amato
dai critici 
eppure autore di un commovente everyman in bronzo
divenuto icona di se stesso all’indomani dell’11 settembre.


(Joy Williams) – Se, come ha scritto Don DeLillo, il futuro appartiene alle masse, l’arte di Seward Johnson ne sarà partecipe in forma solida. I suoi bronzi realistici a grandezza naturale di persone che lavorano o si rilassano in paesaggi pubblici figurano in un numero
imprecisato di parchi e piazze, destando soprassalto, buonumore, distrazione in chi è troppo impegnato per l’arte.

Seward-Johnson

► J. Seward Johnson, Jr.: “Penso che iperrealismo e ultrarealismo siano termini adatti per definire la mia opera. Realismo americano? Sì, penso sia un termine altrettanto adatto. Indubbiamente ritraggo scene di vita americana. Tutti questi termini alludono all’attenzione per il dettaglio nei miei lavori. In questo senso credo che, assieme a Duane Hansen e forse a uno o due altri, appartengo a quel gruppo. (…) È facile a volte dimenticare le cose semplici che ci danno piacere. Se apriamo gli occhi, la vita è meravigliosa. L’animo umano trionfa, non foss’altro che per qualche istante durante una giornata. Cerco di far sì che il mio lavoro richiami l’attenzione su quei momenti”  (da “Celebrating the Familiar. The Sculpture of J. Seward Johnson, Jr.”, Alfred Van Der Marck Editions 1987) 

Infatti, queste sculture sono meno oggetti d’arte che compagni di viaggio colti nel sogno inquieto della vita. Uomini che giocano a carte o accarezzano i loro animali. Chiamano un taxi (con tutta la dignità malinconica e collaudata che implica il gesto); sonnecchiano in poltrona. Le donne fanno giardinaggio, jogging, frugano nelle borse, allacciano le scarpe a un bambino.
In molte di queste prime opere,
realizzate negli anni ’70 e ’80, i soggetti leggono un libro o un giornale, ritratti in un loro coinvolgimento privato, mentre trovano spazio nel nostro spazio, il nostro spazio sempre più affollato. Ma c’è sempre modo di divagare e attardarsi con loro, tirare il fiato, mangiare un panino, magari controllare che tutto è a posto nel nostro portatile, dentro la nostra ventiquattrore, accanto all’uomo d’affari sulla panchina, che esamina trepidante i suoi stessi documenti.

“Double Check” (“Doppia verifica”) è il titolo della scultura forgiata da Johnson nel 1982 e collocata in un parco che si chiama Liberty, di fronte al World Trade Center. Stranamente, contro ogni previsione, è sopravvissuta intatta alla devastazione dell’11 settembre. I primi soccorritori pensarono l’impossibile per un momento (e quale momento non è impossibile nel suo nucleo più oscuro), cioè che quella figura, coperta di cenere e detriti, fosse reale, pietrificata dallo shock. Nei caotici giorni successivi, la gente trasformò “Double Check” in una specie di reliquiario, adornandolo di fiori e vessilli, elmetti e manichette antincendio, crocifissi e messaggi. Un everyman in bronzo era divenuto l’icona di se stesso.

“Chi poteva immaginare”, ha detto il curatore delle opere d’arte che si trovavano alle Twin Towers – tutte annientate, naturalmente, assieme alla reputazione più o meno rilevante che potevano avere avuto – “chi poteva immaginare”, ha detto il curatore senza mezzi termini, “che un’opera tanto trascurabile si sarebbe rivelata così commovente”.

Double-check-911

“Double Check” (1982), la scultura di Seward Johnson ricoperta di cenere e detriti in Liberty Plaza dopo l’11 settembre e scambiata in un primo momento dai soccorritori per un uomo in carne d’ossa rimasto stordito dallo shock come in una futuristica Pompei

Ma in realtà non poteva essere diversamente. “Double Check”, come molte delle opere create da Johnson nel suo periodo realistico, ha raffigurato l’uomo civilizzato odierno, che suscita commozione e ci è caro, incessantemente in lotta per essere, se non perfetto, buono, se non eroico, una persona onorevole. Preparata.

In un contesto come quello dell’11 settembre è difficile pensare che una svettante astrazione, quale quella assaporata ogni giorno per lunghi anni ormai, sia commovente. Tutte quelle sculture dentellate, arricciate, avvitate, angolate, contorte, assemblate, tese verso il cielo, non sarebbero mai capaci di toccarci emotivamente (i resti di una scala che faceva parte di una delle due torri è una perfetta opera d’“arte” nella nostra era terrorista, ma il suo futuro rischia di essere meno radioso di quello di “Double Check”, ora ritornato al suo luogo originario. Le scale, soltanto alcune di esse, sulle quali in tanti sono fuggiti, e in tanti no, sembrano essere d’intralcio alla ricostruzione pianificata della proprietà immobiliare che è ground zero).

Johnson non è mai stato un pupillo dei critici. Forse per la troppa giovialità, il troppo benessere. Con esuberanza spensierata e artisticamente sospetta, ha plasmato un Gesù sulla via Crucis (respinto dalla chiesa che lo aveva commissionato, con la motivazione che l’acciaio va bene per le posate, non per Cristo); Marylin Monroe; uno stupa con tanto di bolla d’acqua, ma certo, il simbolo buddista della vacuità di questo mondo; la Sacra Famiglia (tre figure, mulo e accessori); un meraviglioso Re Lear in lamine d’alluminio che fa assomigliare questo grande personaggio a un un armadillo placcato a lutto; “The Awakening” (“Il risveglio”), un gigante che emerge pezzo pezzo dal terreno in un parco di Washington, D.C.

american gothic seward johnson2

“God Bless America”, con cui Johnson rende omaggio alla coppia di contadini ritratta da Grant Wood nel dipinto a olio “American Gothic” (1930). Non mancano il forcone né le espressioni ieratiche di padre e figlia, divenuti icone dell’arte popolare 

Nel 1994, Johnson ha acquistato quattordici ettari  di terreno della fiera di stato a Hamilton, nel New Jersey, e li ha trasformati in uno splendido parco di stagni e torrenti, boschetti e alberi. Denominato “Grounds for Sculpture” (“Terre per la scultura” [1]), comprende opere di un centinaio di scultori. Johnson sfrutta l’occasione offerta dal suo stesso progetto per disseminare lo spazio non con figure contemporanee realistiche ma con dozzine di tableau che si rifanno a dipinti classici dell’impressionismo francese. In questa atmosfera curata da campagna americana, una campagna del Jersey, nientemeno, queste vecchie ragazze si rivitalizzano. Una curva di un sentiero espone quei ragazzacci da picnic della “Colazione sull’erba” di Manet. Il loro pranzo distratto è sparso su erba vera, la figura inspiegabilmente isolata che è sullo sfondo cincischia con dell’acqua vera. Lo studente non smette di parlare nella sua immobilità, la donna nuda ci guarda sfrontatamente negli occhi, ma fuori dalla cornice, partecipando alla nostra giornata. Fa un certo effetto, molto più divertente che starsene dietro a un cordone di velluto.

Sulla terrazza del ristorante del Parco c’è Manet “Chez le Père Lathuille(la donna matura, il giovanotto volpino) con tanto di cameriere che incombe nelle vicinanze con la sua disapprovazione. Al piano di sopra del ristorante, in una sorta di surreale installazione stile bed and breakfast, c’è la camera da letto di Van Gogh, tutta inclinata nel modo in cui era percepita dal suo occupante originario. In una open gallery vicino al lago, è riprodotta “La terrazza a Sainte-Adresse” di Monet – altra seduzione stavolta con Johnson a immaginare le espressioni di un’anziana coppia che ne è testimone. Pastiche siffatti compaiono in tutto il parco – l’intero “Pranzo alla festa in barca” di Renoir, il Sogno giunglesco di Rousseau, la graziosa ragazza vestita di bianco col suo griffoncino della Cassatt.

dejuner sur l'herbe-johnson

“Colazione sull’erba” di Manet riletto in chiave tridimensionale nel tableau di Seward Johnson nientemeno che nella campagna del New Jersey, sopra gli spazi aperti di “Grounds for sculpture”. Il pranzo è sparso su erba vera, la figura inspiegabilmente isolata che è sullo sfondo cincischia con dell’acqua vera… 

Nell’insieme, un’esperienza piacevolmente irriverente, questa di connivenza con dei capolavori riconosciuti. Portate all’interno della Corcoran Gallery nel 2003, le sculture furono accolte con ostilità (ancora quei critici; anche gli impressionisti, specialmente gli impressionisti, ne avevano) ma incontrando il favore delle folle. Forse, per l’opera di Johnson si potrebbe dire che il richiamo principale è a Gustave Courbet e alla sua “arte democratica”, col suo peso e la sua solidità, la densità di contenuto e forma. Allora, come ora, gli interessi materiali, il progresso materiale, i valori materiali trionfavano.

Ultimamente, Johnson sta diventando monumentale. L’enorme “Unconditional Surrender” (“Resa incondizionata”) che ritrae il celebre bacio fra il marinaio e l’infermeria a Times Square alla fine della seconda guerra mondiale è alta otto metri. Non è riuscito a procurarsi i diritti per la foto di Alfred Eisenstaedt e così ha trovato un’altra foto dello stesso bacio, ardente, lungo, scattata da un principiante, un certo tenente Victor Jorgensen, e su quella si è basata la sua “ispirazione”. L’originale è stato realizzato in bronzo ma un bacio da viaggio è stato intagliato in polistirene e poi colorato con la vernice degli aerei e ricoperto di resina protettiva. Quando fu mostrato assieme agli altri espositori alla mostra di Sarasota, sulla baia della Florida nel 2006, fece apparire le altre sculture non solo lillipuziane ma perfino pretenziose. Un pezzo intitolato “Zen” fu descritto dal suo artefice nella relativa targa come “la rappresentazione di sofferenza ed estasi dell’anima del Buddha”. “Gran parte di questa roba, è fatta per se stessi”, ha detto un visitatore, storcendo il naso di fronte a “Zen”, “ma le opere di Johnson, quelle sono fatte per tutti. Non si può che apprezzarle”.

“Unconditional Surrender” non è solo immensa, brillante e nostalgica, ma rappresenta il modo in cui – a dispetto di ogni buon senso e della realtà – desideriamo essere visti. Vogliamo essere snelli, giovani e esultanti, vincitori di battaglie giuste. E invece i nostri governanti ci hanno consegnato un tempo di guerra interminabile. Siamo figurine di carta sotto l’immensità di tutto ciò. Non avendo alcuna idea di cosa riservi il presente, magnifichiamo il passato per purificarlo.

Sappiamo di essere buoni.
Sappiamo di avere buone intenzioni.
Non possiamo che piacervi.

L’arte di Seward Johnson è più commovente di quanto alcuni pensano.
(Joy Williams)


ontario review no. 67
Joy Williams, “The Art of Seward Johnson”, Ontario Review, Volume 67/2007-2008
Per gentile concessione di Joyce Carol Oates.
Traduzione di Maria Teresa De Luca.


[1] Ma anche ‘Presupposti per la scultura’.


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