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ARTE

Frank Olinsky, MTV e i Talking Heads: dal buco alla serratura del graphic design

  • 26 gennaio 2018
  • 15:37

Un buco. La Manhattan Design arrancava diuturna in un misero buco. Nonostante quel nome promettente, Frank Olinsky, Pat Gorman e Patti Rogoff tiravano a campare in un microscopico ufficio al Greenwich Village. Ma con quel nome la davano a bere, sicuro. E poi avevano talento. Un talento grafico e visionario, giacché di questo voleva occuparsi la precaria brigata, graphic design. Bollette arretrate, famiglie preoccupate, vite sottosviluppate? Pazienza, prima o poi si aspettavano un segno, una chiamata, un incontro. Solita storia per giovani idealisti.

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 Frank Olinsky“… ci venivano in mente cosacce con elementi troppo primitivi, note musicali o banalità simboliche. Nel giro di qualche ora però venne fuori qualcosa, non sembrava niente di speciale ma spesso le idee migliori sono essenziali, semplici. Non so come sbucò l’outline di una lettera M in bold…”

La storia comincia allora nel 1980 con una telefonata di un amico d’infanzia di Olinsky, Fred Seibert. Seibert lavora per la Warner Amex, una grossa azienda che ha in mente di progettare un canale televisivo dedicato esclusivamente alla musica 24 ore su 24, tutti i giorni. “Vogliono trasmettere solo musica e immagini”, dice Seibert. L’idea ha un che di spietatamente modernista, pensa Olinsky, del resto “all’epoca non esistevano ancora i videoclip, semmai dei cortometraggi con brevi performance concettuali o riprese di concerti. La materia era sicuramente nuova”.

Fatto sta che Seibert insiste, dice di avere un piccolo budget per i tre tenori della Manhattan Design, basta che si facciano venire un’idea per il logo del canale televisivo. Si chiama MTV: “Lì per lì fummo un po’ spiazzati, ci venivano in mente cosacce con elementi troppo primitivi, note musicali o banalità simboliche. Nel giro di qualche ora però venne fuori qualcosa, non sembrava niente di speciale ma spesso le idee migliori sono essenziali, semplici. Non so come sbucò l’outline di una lettera M in bold…”. Per completare la ricetta, pensano allora a quella che gli storici del graffitismo chiamano Aerosol-Art e aggiungono la parola “tv” scritta con lo spray sulla M. È fatta: “Pensammo che il logo cromaticamente dovesse essere camaleontico, una cosa non proprio in voga all’epoca. Ma per camaleontico intendevamo che il logo dovesse essere di tutti e potesse avere colori cangianti come di fatto è stato”.

Da quel momento Olinsky diventa un grafico-artista ed è molto richiesto. Fra l’altro, si occupa della copertina di quello che è il primo vagito dei Sonic Youth (l’omonimo ep del 1982). Ma fa anche di più. Nel 1987 propone ai Talking Heads di lavorare a un libro d’arte dedicato alla stessa band (“What the Songs Look Like”, Harper & Row). D’altra parte il fervido rapporto fra la cultura rock e l’arte è stato già ampiamente legittimato dalla sacra triade dello Studio Hipgnosis per gruppi come i Led Zeppelin o i Pink Floyd.

L’adesione immediata non deve sorprendere, dal momento che David Byrne aveva conosciuto Chris Franz (il batterista del gruppo) e Tina Weymouth (la bassista) in un istituto di design di Rhode Island. Olinsky seleziona con Byrne gli artisti da coinvolgere.

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La copertina di “What The Song Look Like” con in più il ritratto di David Byrne curato da Olinsky che ama chiamarlo al colmo del calembour “Byrne-ing Down The House”

Il risultato è un’interpretazione visuale di cinquantatré canzoni del gruppo newyorkese: è come immergersi in una galleria rutilante, in cui disegni, fotografie, dipinti, elaborazioni grafiche concorrono a una celebrazione di episodi, facce, mobili, macchine e ogni genere di immagini che hanno per matrice tutta la “roba” dei pezzi di Byrne. Olinsky e Byrne corrono persino il rischio di assemblare un progetto intrinsecamente futile ma di quella complessa futilità anni ottanta che avverte la necessità di una visione tridimensionale dell’espressione artistica.

Così in “What The Songs Look Like” ogni opera è affiancata dal testo che l’ha ispirata, con uno stile che ricorda “The Beatles Illustrated Lyrics” di Alan Aldridge, il libro “fumettato” dedicato ai baronetti nel 1969, antefatto cui Olinsky fa esplicito riferimento. Sembra ci siano tutti gli artisti che hanno reso l’America e in particolare New York la capitale dell’arte contemporanea. Keith Haring, Jean-Michel Basquiat, Robert LongoJoost Swarte, George Snow, Robert Rauschenberg, gli stessi Olinsky e Byrne e pure Russell Mills che appena un anno prima aveva sperimentato la stessa curiosità con Brian Eno nel libro di parole e immagini “More Dark Than Shark”.

E Frank, Frank? Dopo tanti anni e lo scioglimento dei Talking Heads, che fine ha fatto Frank? La sua anima fiammeggiante s’è forse spenta nel fragore degli anni ottanta? Quel decennio chiacchieratissimo che per fortuna e fuor di retorica certa critica non allineata (per esempio, l’indispensabile Luca Beatrice) sta rivalutando? No, Olinsky ha placato la sua inquietudine nel buddismo, dopo il tramonto doloroso della Manhattan Design ha fatto un viaggio in India ma ha continuato ad architettare la sua passione per la musica e l’immagine con artisti come Philip Glass, Kronos Quartet, Smashing Pumpkins, So Percussion e Fountains of Wayne. Non s’è perso di vista col vecchio Fred continuando a sfornare logo a regola d’arte, ha collaborato con Esquire e il New York Times e ha pubblicato “Buddha Book: a meeting of images”. Oggi insegna illustrazione alla Parsons School of Design e continua a vivere nella sua Brooklyn. Dal buco alla serratura della sua immaginazione, il passo è stato lungo e prolifico. Ora si sente in pace pensando in continuazione.
(Carlo Federighi con Laura Petruccioli)


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