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ARTE

Fra genio e vandalismo, la Graffiti Art ha dato almeno un’identità all’anonimato metropolitano. Guarda le sue storie e i suoi nemici nel documentario “Style Wars”

  • 7 settembre 2015
  • 16:48

Case, Seen, Taki 183, Papo 184, Barbara 62, Junior 161,
Eva 62: negli anni ’80 i tag di un clan di adolescenti senza
volto viaggiano sulla metro di New York sotto gli occhi
di milioni di persone che, in qualche modo, sono costrette
a considerare l’esistenza, e il punto di vista, di ragazzi che
il più delle volte liquidano come comuni vandali. Non che
le loro bombolette spruzzino volontà esibizionistiche,
visto che le azioni dei writer sono avvolte dal più rigoroso
anonimato, ma non è certo una forzatura scorgere dietro a
quei nomi una rivendicazione della propria presenza, cioè
un messaggio assimilabile a quello lanciato dal personaggio
archetipico della moderna street art: tale Kilroy…


Dici graffiti e pensi a Basquiat, Diego Rivera e Keith Haring. Gente che ormai anche il più reazionario tra i borghesi definisce artisti. Poi vai in strada e vedi gli scarabocchi dei writers, gente che tuttora anche il più progressista tra i radical chic definisce delinquenti (a volte con qualche ragione, va pur detto). Ma qui il punto non è tanto il ruolo assegnato dalla società, quanto quello rivendicato dalla strada.
Partiamo da lì, dunque.

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Henry Chalfant e Tony Silver, registi del documentario “Style Wars”, insieme a Case (al centro), uno dei writer più attivi, e combattivi, nella New York degli anni ’80, che disegna con il solo braccio sinistro da quando ha perso il destro durante uno scontro con la polizia.

A Roma nord, almeno fino a qualche tempo fa, capitava spesso di vedere la scritta “Non qui Rita” (o “Non di qui Rita”). A Berlino, dal canto loro, certi muri si chiedono con insistenza “Dov’è Linda?” e sulla misteriosa ragazza e la disperazione del suo ex che cerca in ogni modo di rincontrarla si è creata una sorta di street-soap che ha appassionato la gente del quartiere.
Se l’ammonimento rivolto a Rita per le vie di Roma è una semplice scritta nera (non molto diversa, nella forma, dalle dichiarazioni d’amore affidate da adolescenti in calore a marciapiedi e cavalcavia), i teutonici messaggi indirizzati a Linda hanno al contrario uno stile preciso e sono corredati da ritratti di figure maschili smunte e tristi realizzati, si è poi scoperto, da Roland Brückner, writer alla cui inventiva si deve anche la trama della presunta love story finita male.

Niente di nuovo, naturalmente, se è vero che oltre mezzo secolo prima che gli abitanti di Roma e Berlino si interrogassero sull’identità e le sorti di due personaggi come Rita e Linda, addirittura Stalin si era interessato a un tipo altrettanto misterioso, tale Kilroy, il cui nome e il cui profilo stilizzato pare campeggiassero, tra l’altro, in uno dei bagni riservati ai capi di Stato della Conferenza di Potsdam. Per essere precisi, il disegno in questione rappresentava un uomo calvo (o con pochi capelli) con un naso ben più pronunciato di quello di Cyrano, che sbircia al di là di un muro a cui sta aggrappato con entrambe le mani. Accanto a lui, una scritta affermava, con un tono che può facilmente essere percepito come insidioso o addirittura minaccioso, “Kilroy was here”.
La mappa dei luoghi in cui Kilroy sarebbe stato include la Statua della Libertà, il Ponte di Marco Polo in Cina, certe capanne della Polinesia, un’alta trave del George Washington Bridge di New York, la cima del monte Everest, l’Arco di Trionfo, le casematte del periodo nazista diffuse in Germania, le fognature di Parigi, il Memorialestyle-wars-poliziotti Nazionale della Seconda guerra mondiale di Washington e perfino la luna.

Leggenda vuole che tali e tanti erano i posti in cui risultava certificato il passaggio di Kilroy – compresi certi rifugi e diversi mezzi militari confiscati agli alleati – da indurre Hitler a sospettare che dietro quell’ometto che si conduceva come un timido nasone si nascondesse in realtà un’abilissima spia capace di penetrare anche nelle postazioni considerate più sicure dai nazisti. Le irriducibili paranoie del Fuhrer lo avrebbero in questo caso persuaso di una circostanza del tutto infondata, dato che le scritte incriminate avevano in realtà un’origine ben più innocua: ad apporle sarebbero stati semplici soldati americani, abituati a marcare in quel modo ogni luogo in cui capitavano.

Sulla genesi di una simile usanza, tuttora in voga (in cui la suggestione fumettistica si mette al servizio dello spirito cameratesco), le ipotesi si sprecano, supportate da una altrettanto vasta pubblicistica alimentata dalle testimonianze dei reduci di guerra. Non sarebbe opportuno qui addentrarsi nel merito, ci limitiamo a dire che “Kilroy was here” è considerato il primo graffito dell’età contemporanea. E, in quanto tale, il personaggio e l’ostinata dichiarazione presenzialista a cui i suoi disegnatori lo hanno da sempre accoppiato sono entrate a far parte della cultura popolare anglosassone, tanto da figurare in svariati film, serie televisive, cartoni animati e videogiochi (da “Platoon” ai Flinstones passando per “Happy Days”), da essere citato in alcuni libri (Pynchon e Asimov avanzano spiegazioni sulla nascita del tormentone Kilroy rispettivamente in “V.” e nel racconto “Il messaggio”) e ospitato sulla copertina di un disco come “Beggars Banquet” degli Stones.

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“Kilroy was here” sullo scafo dell’incrociatore pesante USS Salem, ancorato alla banchina del cantiere navale Quincy Fore River nel Quincy (Massachusetts). Dal 2013 la nave ospita un museo galleggiante aperto al pubblico.

A conferma della potenza insita in una pratica in fondo figlia della vecchia incisione rupestre e capace di propagare in modo pressoché sconfinato la voce di emeriti sconosciuti uniti dai tratti di un malizioso volto e dall’ubiquità di un banalissimo slogan. Il tutto alla faccia di pretenziosi quanto scomposti tentativi di interpretare un fenomeno più sarcastico che intimidatorio ma inevitabilmente recepito dall’autorità, e magari anche da qualche benpensante, come un irritante, se non destabilizzante, affronto.
Non molto diversa, d’altra parte, sarà la reazione della città di New York nei confronti dei giovani che nei primi anni ’80 cominciarono a “imbrattare” i muri e i vagoni dei treni con disegni e scritte in cui spesso si leggeva niente più del nome (o meglio il tag, quello che la cultura digitale di oggi chiamerebbe nickname) che gli stessi writers si erano scelti o che gli era stato dato dal gruppo.

Case, Seen, Taki 183, Papo 184, Barbara 62, Junior 161, Eva 62. Nomi d’arte di adolescenti di periferia senza volto viaggiavano per la città davanti agli occhi di milioni di persone che, in qualche modo, erano costrette a considerare l’esistenza, e il punto di vista, di quelli che il più delle volte liquidavano come comuni vandali. Non che le bombolette di quei ragazzi spruzzassero volontà esibizionistiche, le loro azioni erano avvolte dalla più totale segretezza e dal più rigoroso anonimato ed erano essenzialmente autoreferenziali, come spiega uno dei protagonisti di quella stagione seminale nel documentario ormai di culto “Style Wars”: “lo faccio per me. Ogni volta che salgo in metro, cioè praticamente tutti i giorni, vedo il mio nome e so che io ero lì e l’ho scritto. Non mi importa che la gente lo noti o meno, m’importa solo che lo vediamo io e gli altri”. Si tratta molto semplicemente del loro linguaggio, che ha nei graffiti l’espressione scritta, nel rap quella verbale e nella break dance quella fisica. “It’s only hip hop but I like it”, avrebbe detto Mick Jagger.

Nonostante questo, non è certo una forzatura scorgere dietro a quei nomi una rivendicazione della propria presenza, cioè un messaggio assimilabile a quello lanciato da Kilroy. In fondo, l’estrazione sociale (con tutti gli annessi e connessi) di un semplice marine e di un diciassettenne del Bronx non è così diversa. E poi, ironia del linguaggio, nello slang dei writers l’azione di disegnare ovunque il proprio nome o i propri personaggi è detta “bombing”. E in un certo senso quella che hanno combattuto i graffitari newyorkesi è stata una guerra vera, fatta di incursioni in anfratti pericolosi della città (“conosciamo tutti i sotterranei della metro”, spiega un altro dei protagonisti del film) e di scontri con la polizia ferroviaria che imporrà tolleranza zero nei loro confronti chiudendo l’accesso ai binari con recinti di filo spinato, sguinzagliando cani da guardia e proponendo pene sempre più severe per punire quello che si andava anche legalmente definendo come un crimine.

Una guerra che come tutte le guerre si concluderà con dei compromessi. Infatti, già in quegli anni, mentre gli agenti davano la caccia a writers armati di bombolette e gran parte dell’opinione pubblica esprimeva il proprio disappunto, c’era chi cominciava a riconoscere ai graffiti una dignità artistica e a organizzare le prime esposizioni di quelle opere metropolitane, disegnate per l’occasione su tela invece che su cemento o lamiera. E in questo modo, col passare degli anni, una schiera di artisti di strada si è convertita alle pratiche legali che le stesse amministrazioni locali hanno cominciato a incentivare (mettendo ad esempio a disposizione ampi spazi presso zone degradate delle città per una riqualificazione a suon di “bombing”) e alla polizia non è rimasto che occuparsi dell’indebolita falange dei duri e puri che non hanno accettato l’accoglienza – e quindi la neutralizzazione – da parte della società e hanno continuato, e continuano, a scrivere sui muri senza permessi né riconoscimenti artistici, animati da quel fremito rivoltoso che qualsiasi cultura giovanile custodisce. Almeno finché non diventa una moda, o un mercato.

Tornando a “Style Wars”, il documentario è stato realizzato nel 1983 da Tony Silver e Henry Chalfant, due ex militanti ai quali i writers coinvolti nel film si sono volentieri affidati acconsentendo, una volta tanto, a metterci la faccia oltre che la firma. Qui di seguito potete vederlo in versione integrale.
(Giulia Borioni)

Guarda “Style Wars”:

Un approfondimento: “Art of Conflict: the Murals of Northern Ireland”: il documentario esamina la tradizione dei murales politici nell’Irlanda del Nord che sono “espressione e dettagliata testimonianza” del conflitto secolare che lacera il paese. Il documentario, diretto da Valeri Vaughn, è prodotto e narrato dal fratello Vince. “Tutto è cominciato anni fa”, ha raccontato Valeri. “Vince visitò Belfast e vide i murales. Scatenarono qualcosa in lui. Era così ispirato da quella visione che al ritorno ne parlava di continuo e mi disse che dovevo vederli anch’io”. La suggestione visiva fu scatenante, “poi dai disegni ho tratto una conoscenza più approfondita di quel conflitto di cui onestamente non sapevo un granché”, ha spiegato l’attore. E, forse, anche una più consapevole coscienza delle proprie radici, vista l’origine irlandese di entrambi i genitori (per la cronaca, madre cattolica e padre protestante).

Guarda “Art of Conflict: the Murals of Northern Ireland”:


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