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Dante Gabriele Rossetti: il preraffaellita pittore delle donne che rifiutò il moralismo vittoriano guardando al Rinascimento

  • 31 marzo 2015
  • 12:09

Il protagonista dell’epoca vittoriana ce lo possiamo immagine un po’ come il dickensiano Thomas Gradgrind di “Tempi difficili”: un uomo di fatti e cifre. Infatti, quest’epoca è caratterizzata da un’estrema e pratica razionalità, da un’enorme fiducia nel progresso e nelle scienze e da un ampio spazio alla narrativa e all’arte che contengono chiari precetti morali o didascdante-gabriele-rossettialici; la letteratura e gli altri ambiti artistici prediligono temi sociali come lo sfruttamento dell’infanzia, l’impoverimento delle periferie o le conseguenze dell’imperialismo.

La fantasia, la bellezza dei sensi, l’estetica e la pura e manifesta espressione della sensualità non trovavano grande interesse tra i borghesi troppo impegnati a discutere teorie economiche o metodi produttivi più redditizi, magari trascorrendo le proprie giornate al Crystal Palace ad ammirare l’Esposizione Universale, compiacendosi dei progressi dell’uomo e celebrando le moderne tecniche industriali.

Almeno fino al 1848 e all’arrivo di un giovane gruppo di pittori, che con la loro passione per i sogni, per i miti e per il recupero del trascendentale, si pongono come ponte ideale per traghettare l’Inghilterra dal romanticismo di inizio Ottocento all’estetismo e al simbolismo di fine secolo.

Fondatore, leader e indiscusso elemento di spicco della Confraternita dei Preraffaelliti è il poco più che ventenne Dante Gabriele Rossetti che con gli amici e coetanei John Everett Millais e William Holman Hunt decide di riportare l’arte alle forme semplici e sincere del primo rinascimento, in netta contrapposizione alla modernità, al razionalismo e al moralismo tipicamente vittoriani.

Sono lontani quindi dall’arte artificiosa e povera di immaginazione della Royal Academy e rifiutano i precetti artistici di Sir Joshua Reynolds: figure raggruppate in forma piramidale, una fonte di luce e il chiaro scuro. Al contrario i loro dipinti sono luminosi, i colori sono brillanti e spesso in contrasto, l’immagine diventa simbolo in modo che l’osservatore goda quasi di un’esperienza sensoriale completa.

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Dante Gabriele Rossetti, “Ecce ancilla domini” (1850)

Ma chi è questo giovano pittore che vuole mettere in discussione l’arte inglese? Sin da bambino Rossetti ha sempre subito il fascino dei mondi ancestrali, perso in un medioevo fantastico tra cavalieri e spiriti. Anche da adulto si appassiona alle leggende del ciclo Arturiano e al passato lontano, riconoscendo nella poesia di Dante Alighieri, e in particolare nella figura di Beatrice, la sublimazione della forza che governa e fa muovere tutto: l’amore.

L’esordio come pittore avviene con “L’adolescenza della vergine” (1848), ma il primo dipinto degno di nota è “Ecce ancilla domini” (1850); il tema classico dell’annunciazione è rappresentato e reinterpretato in una veste simbolica, sia spirituale che sensuale. Il colore predominate è il bianco simbolo di purezza, ritrovato nelle vesti, nella colomba e nel giglio. Eppure Maria ha i capelli e le labbra vermiglie, in netta contrapposizione con l’ambiente candido che la circonda. La sua posa inoltre fa trapelare femminilità, intimità, turbamento ed emozione.

Nelle opere successive i volti magnifici e i lunghi capelli cremisi, lasciati sciolti in una sorta di sublimazione erotica, sono quelli di Elizabeth Siddal, prima amante poi moglie di Rossetti, protagonista assieme al marito di una storia d’amore disapprovata dai benpensanti, che intreccia indissolubilmente eros e tanatos, finita tragicamente con il suicidio di lei e la costante contemplazione di lui. Si dice addirittura che il pittore-poeta abbia nascosto tra gli indimenticabili capelli rossi di Lizzie i manoscritti delle sue poesie, nell’estremo gesto di donare anche la propria anima alla donna amata. Sette anni dopo la mente sconvolta dall’amore folle lo ha portato a riesumarne il corpo per recuperare le poesie.

Elisabeth si ritrova in modo quasi patologico nelle opere di Rossetti: la vediamo in “Beata Beatrix” (1864), creatura quasi non più umana, sospesa tra il reale e il surreale. La veste verde (colore della vita) e rossa (colore della morte) risalta sullo sfondo dorato, mentre una colomba rossa che simboleggia sia l’amore che la passione, porta con se un papavero metafora di morte (è il fiore del laudano con il quale Elizabeth si è suicidata).

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Dante Gabriele Rossetti, “Bocca baciata” (1860)

Ma le donne in generale offrono a Rossetti la possibilità di ritrarre soggetti misteriosi e affascinanti. Altre modelle tra cui Fanny Comfort e Jane Burden Morris sono le voluttuose protagoniste delle sue opere, che condurranno Rossetti verso un più deciso estetismo, lontano dal mondo inibito della cultura vittoriana.

In particolare Fanny è la protagonista di “Bocca baciata” (1860), dove una cortigiana rinascimentale dai lunghi capelli ramati è protagonista indiscussa della scena. Il quadro non ha alcuni intento morale o narrativo, ma ha solo lo scopo di dilettare l’osservatore. Il volto di Jane è invece il protagonista dei ritratti che Rossetti dipinge dopo la morte di Lizzie.

“Venus Verticordia” (1864-1866), “Lilith” (1867), “Proserpina” (1874) e “Astarte Syriaca” (1877) vedono un cambiamento nello stile del pittore. La figura di spicco diventa una donna fatale (non c’è più quel tenero smarrimento della vergine Maria di “Ecce ancilla domini”) sensuale e crudele. Gli occhi e la bocca sono enormi, le forme sono prorompenti, adornate da fiori quasi soffocanti e capelli lunghissimi, e a volte vengono rivelate dal vestito che si allenta nel tentativo di sedurre ogni uomo che le osserva. Questa donna è una dea, la dea della bellezza, ambigua, seducente e tentatrice, molto vicina alle figure che alcuni dopo verranno dipinte da Gustav Klimt.

Rappresentazione molto distante dalla tipica donna vittoriana, considerata l’angelo del focolare, la cui femminilità è imprigionata e soffocata da precetti maschili che la vogliono semplicemente moglie e madre. E proprio i contemporanei sono i più grandi critici dei dipinti preraffaeliti: sono definiti volgari, di indubbia morale, addirittura Dickens definisce qualche quadro “repellente e rivoltante”.

Il Rossetti degli ultimi ritratti è un uomo usurato, angosciato e tormentato, disceso nell’inferno dell’alcol e del cloralio, che abbandona la purezza femminile delle prime opere per abbracciare donne che sembrano proiezione dei suoi incubi, delle sue pulsioni erotiche e della sua visione oramai distorta e alienata della realtà. Perso oramai in modo definitivo in una serie di reverie, da cui si libererà solo grazie alla morte nel 1882. La sua ultima volontà è quella di essere sepolto vicino alla sua amata Lizzie, finalmente uniti per l’eternità.
(Paola Fardelli)


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