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Caravaggio: a Malta in fuga dai Cavalieri dipinge il suo presentimento di morte ne “La Decollazione di San Giovanni”

  • 30 agosto 2015
  • 16:37

LA VALLETTA – Non scopriremo mai chi o cosa lo uccise, ma i “segni” che Caravaggio ha lasciato a Malta sono rivelatori della sua paranoia, del senso di rovina che lo pervase e del profondo disagio che caratterizzò tutta la sua vita. Secondo una teoria emersa nel 2010 Michelangelo Merisi, meglio conosciuto come Caravaggio, fu avvelenato proprio dalla sua arte se è vero che il piombo rintracciato nelle sue presunte spoglie – e proveniente verosimilmente dai quadri stessi – sarebbe stato sufficiente a causarne la follia e la morte. Un’altra idea diffusasi di recente è stata elaborata in uno studio di Vincenzo Pacelli, storico dell’arte e professore emerito dell’Università di Napoli, secondo cui Caravaggio venne assassinato dai Cavalieri di Malta a Palo di Ladispoli.

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“Non può sorprendere che, per una vicenda tormentosa e sciagurata come quella del Caravaggio, gli storiografi del Seicento più romanzevole e del più romantico Ottocento si industriassero a trasformarne ogni passo ad uso di un ritratto spiccatamente popolare e cioè adatto a spiegare la spregiudicata e, si diceva, ‘indecorosa’ naturalezza dell’artista. Fu così che il Caravaggio, già da ragazzo, in Lombardia, si tramutò in figlio di muratore, in rimestatore di calcine e preparatore di colle per gli imbianchini milanesi. Il resto della sua vita, soprattutto negli anni di Roma, Napoli e Malta, non aveva certo bisogno di esser rinforzato nelle tinte, ma pure non si mancò di farlo e persin la sua morte, per ragioni di corrispondenza simbolica, si amò fissare un anno prima del vero”. Così Longhi in “Caravaggio” (Editori Riuniti 1977) esprime la tentazione mistificatoria che una figura sregolata e scomoda come quella di Caravaggio ha sempre suscitato. Mistificazioni che, nel corso dei secoli, gli studiosi hanno tentato di smascherare, facendo luce sull’esistenza dell’artista anzitutto attraverso l’interpretazione della sua controversa opera (nella quale John Ruskin per primo scorse “i segni risoluti di malvagi desideri malamente repressi”). Ma l’universo del Caravaggio, e soprattutto la sua morte, ha sollecitato l’ingegno non solo di storici dell’arte ma anche di psicanalisti, giuristi e medici, impegnati a districare una vicenda tanto oscura e dibattuta da essere considerata uno dei misteri che scandiscono la storia italiana. Una vicenda in cui la messinscena e il depistaggio hanno giocato, secondo un copione poi consolidato, un ruolo importante per coprire il coinvolgimento politico e religioso emerso grazie ai contributi forniti negli ultimi anni da Vincenzo Pacelli. Ci riferiamo a “Caravaggio tra arte e scienza” (Paparo 2012) e, prima ancora, a “L’ultimo Caravaggio” (Ediart 2002), testi che hanno proposto nuove verità sulla fine dell’artista, contestando sia il luogo del decesso sia le cause. Gli studi di Pacelli si inseriscono in una ricerca lunga secoli che ha alimentato una altrettanto ricca pubblicistica. Segnaliamo qui “Caravaggio. Un ritratto somigliante” (Electa 2009) di Francesca Cappelletti, “Il mistero Caravaggio” di Vinceti, Gruppioni e Garofano (Rizzoli 2010), “Caravaggio. Una vita tra sacro e profano” (Mondadori 2011) di Graham-Dixon.

Caravaggio arrivò a Malta in fuga dopo aver ucciso un uomo durante una rissa a Roma. Lì entrò in contatto con i Cavalieri di San Giovanni, antico ordine che ha radici risalenti ai Crociati. Oggi, tracce dei Cavalieri sono facilmente riconoscibili nella capitale. È, infatti, opera loro la città fortificata, luogo suggestivo e spettacolare. Forse il più vicino al cuore oscuro dell’artista.

Scendendo al porto, è possibile vedere la prigione di Sant’Angelo in cui Caravaggio fu rinchiuso dopo una lite con un cavaliere di rango superiore e da cui riuscì a fuggire. Lontane dai pub tipicamente british, si possono trovare le sinistre strade in stile orientale che conducono alle antiche fortificazioni, i cui bastioni hanno resistito agli assedi. Ma è la Concattedrale dove è conservata la Decollazione di San Giovanni Battista (1608, nella foto) ad attirare sulle orme del Caravaggio.

Il quadro gli fu commissionato dalla Compagnia della Misericordia e si pensa che a ciò si dovrebbe la centralità nell’opera dell’omonimo pugnale, detto appunto misericordia. Il dipinto rappresenta l’interno di una prigione, dove troviamo il boia che s’appresta a rimuovere la testa, parzialmente tagliata, del prigioniero prono a terra, il corpo esanime, massacrato. Al di sotto del Santo si trova una spada, quella utilizzata per il primo colpo, mentre una corda recisa e fissata ad un anello sulla parete a destra fa intuire all’osservatore ciò che è accaduto qualche istante prima. Gli altri prigionieri guardano dalla finestra con occhi pieni di stupore e terrore: domani potrebbe essere il loro turno.

Il dipinto suggerisce una conoscenza intima del crimine e della punizione. Ci porta dritti in quel mondo fatto di rabbia e vendetta in cui Caravaggio visse tutta la sua esistenza. Come è avvenuta la sua morte? Fu ucciso da quel Cavaliere che lui misteriosamente offese? Oppure si tratta di un’altra inutile speculazione? Restano solo domande senza risposta che non aggiungono nulla all’ammirazione che ispira ancora oggi il suo genio tormentato.

Non stupisce il susseguirsi delle teorie cospiratorie attorno a Caravaggio poiché è la sua stessa arte a fomentarle. Sta di fatto che questo meraviglioso dipinto è pregno di un’oscura paranoia. Nell’assassinio di Giovanni Battista si percepisce il timore dello stesso Caravaggio, la sua paura, il fatto che ci sia un qualcosa a tormentarlo, forse una colpa, e di certo anche l’ansia che la sua permanenza a Malta stia giungendo al termine. Caravaggio ebbe da sempre un demone che lo perseguitava, a Malta come altrove. Un demone che lo seguiva ovunque, come un’ombra.
(Silvia Buda)


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